di Brando Currarini (WGI)

Immagine d’apertura: 7 Marzo.  Stropiccio gli occhi e sospiro.  Apro una nuova tab di Chrome, accedo alla mail, tra newsletter e becero spam leggo “Imago 2 Ltd – cercasi sceneggiatore”, apro:

“Cari sceneggiatori e registi, questa offerta è data dalla casa di produzione e fondazione culturale Imago 2 Ltd che ha sede a Londra. Il produttore, Giuseppe Sciascia, girerà un mediometraggio sulla condizione sociale e politica delle donne pakistane e cerca uno sceneggiatore che lo affianchi nell’operazione. Le riprese inizieranno ad aprile  e proseguiranno fino a maggio. Il tirocinante dovrà avere una ottima conoscenza della lingua parlata e scritta e dare disponibilità al viaggio.

Queste le condizioni:

Profilo  Sceneggiatore da affiancare e aiuto  direttore di fotografia

full time, sede di colloquio: via Monte di Pietà 21 – milano

indennità: 500 euro mese

automunito: SI

lingua inglese parlata e scritta

datemi l’ok all’invio dei curricula aggiornati pls, entro MARTEDI 11, alle 12.

Io personalmente non ho ancora avuto modo di incontrarlo ma confido in voi e nei vostri feedback che mi darete.

Grazie buon week end.”

Set-up: La mail proveniva dalla scuola di cinema dove studiavo sceneggiatura fino all’anno scorso. In questi ultimi tempi stanno facendo il possibile per trovare dei “lavoretti” per il corso di sceneggiatura, per lo più legati alla televisione non-fiction e in ambito di produzione. Non è molto, ma almeno è qualcosa. Questa mail invece parla proprio di uno SCENEGGIATORE che per molti sembra essere un miraggio. Io ho avuto la “fortuna” di aver già scritto un film, un prodotto low budget, ma con una produzione e distribuzione solida alle spalle. Peccato che in questo periodo non sia riuscito a trovare altro.

 

Alzata Tematica: Mando il mio curriculum aggiornato e attendo speranzoso, giusto martedì sera mi arriva una chiamata.

“Pronto?”
“Salve, signor… Currarini?”
Dall’altra parte della cornetta, una voce nasale, dal palese accento romano.

“Sì, certo, chi parla?”

“Sono Giuseppe Sciascia, della Imago 2…”

Mi dice se possiamo fare una chiacchierata riguardo a quella proposta di stage e magari anche di qualcos’altro. Io accetto di buon grado e mi do appuntamento con lui Giovedì 13 in via Monte di Pietà 21.
Come per ogni colloquio, inizio a risistemare degli scritti, dei piccoli video che avevo scritto e girato e mi metto in cartuccia qualche soggetto scritto negli ultimi mesi: non si sa mai. Dopodiché mi butto sulla rete e cerco più informazioni possibili su questo Sciascia e anche sulla casa di produzione. Un po’ per furbizia, un po’ per educazione.

Catalizzatore: E cosa trovo? Niente. Anzi, quasi niente, solo un sito che conferma l’esistenza di un Imago 2 Limited, azienda inglese con sede negli UK, di proprietà di un signor Giuseppe Sciascia. Lavori precedenti? Solo un corto/trailer presente su Youtube, nell’account dello stesso Sciascia (che però sembra non usare molto). Non hanno un sito, non si trovano informazioni… La cosa mi puzza, ma ho vissuto per troppo tempo a sospettare del prossimo, diamo corda.

Dibattito: Mi presento in Via Monte di Pietà 21, un edificio nella Milano bene, una sorta di “condominio degli uffici”. All’entrata ci sono targhe di svariate aziende, c’è quella della Imago 2? Assolutamente no. Chiedo informazioni, un po’ intimorito, alle portinaie. Sorridono, alzano una cornetta e annunciano il mio arrivo per il colloquio. “Settimo piano, stanza quattro!”, sbattono giù la cornetta. Sorrido timido e mi avvio nell’ascensore. Sembra proprio di essere in un hotel, con tutte queste porte che in realtà sono uffici. Busso alla stanza 704 e mi aprono subito: Un uomo molto grosso, con capelli neri e riccioli, barba che spicca, pelle abbronzata e due importanti tra il naso e il labbro: è Giuseppe Sciascia.

Ci sediamo, bando alle ciance, e lui mi presenta il suo progetto: un documentario sulle donne Pakistane. Non ha molte idee, ha solo tanti bei presupposti: un troupe molto capace, accordi con le associazioni del posto e l’intenzione di “tentare” il Sundance (al che sgrano gli occhi). L’unico paletto che mi impone è di “non fare il solito documentario patetico, dove alla fine diciamo: oh poverine…”. Insomma, le emozioni devono rimanere, ma senza che diventi una roba melensa. Sono d’accordo, gli butto giù due miei esempi di come ho gestito situazioni simili, almeno, penso, mi conta come presentazione.
Passiamo ai miei lavori precedenti, glieli illustro, con davanti il mio CV. Sembra molto ben disposto, quasi entusiasta. Vuole propormi anche un altro lavoro, un lavoro di fiction (sospiro di sollievo), un film sulla storia di Lyn Conway (in poche parole, un informatico che subisce discriminazioni perché transessuale, ma poi viene riscattato dalla qualità del suo lavoro).

Atto Secondo: I progetti sembrano fumosi, ma alla fine è normale che non ci si scuci troppo con il primo che incontri, chiedo quando potrò sapere un responso sul colloquio, mi sorride e dice: “Ah, ma per me possiamo pure partire subito!”. Inarco le sopracciglia, incredulo: “Ah… bene!”. Discute del compenso, lo raddoppia rispetto allo stage, mi chiede se li voglio tutti subito o un tot al mese, io gli dico che magari prima è il caso di buttare giù una bozza di contratto, poi si vedrà. Accetta, mi dà in mano 5 libri sul Pakistan e ci diamo appuntamento tra una settimana.

B Story: Vengo lasciato solo con la sua segretaria, rimasta in disparte finora: una donna giovane, con pelle abbronzata, unghie curatissime e un banale piercing sul labbro. Fa molto la simpatica, mi chiede contatti, generalità e quant’altro. Nel discorso, ventilo i miei dubbi sul tutto: non avete un sito, non avete una sede fissa, non vi si trova; come faccio a fidarmi?
Mi tranquillizza, dice che Giuseppe è una persona a modo e tanti bei complimenti che sono intelligente. Fuori sorrido, dentro mi inquieto: non mi fido mai quando uno sconosciuto mi dice che sono intelligente.

Tutto “giochi e divertimento”: Parte così il mio lavoro di ricerca. Studio a più non posso sul Pakistan e la sua cultura, cerco di mettermi in contatto con associazioni umanitarie e leggo su internet tutto quello che abbia la parola “Pakistan” e “Woman” nello stesso articolo. Durante tutto questo, ogni tanto mi fermo a riflettere: ma come diavolo lo scrivo un documentario? Ok, posso dare degli spunti e impostare le tematiche, ma qui forse si esagera.

In fin dei conti, mi dico, non mi ha chiesto soldi e sto imparando cose nuove, aspettiamo una settimana. La settimana passa e lui mi ricontatta con un sms: “Riunione in Via Melchiorre Gioia 194, ore 9.”. Mi presento ben vestito, ma con tutti gli appunti presi a casa; o il contratto o la morte. Mi aspetto di vedere questa fantomatica troupe, ma c’è solo il mio “produttore” con il cane a spasso. Discute e chiede cosa ne penso del lavoro e se ho delle idee. Rimugino, mi lascio scucire giusto qualcosa per far capire che sto costruendo un impianto, ma che è ancora da completare e soprattutto che c’è molto di più di quello che sto dicendo. Le domande si fanno incalzanti, quasi come se il produttore che chiede il documentario fossi io e lui lo scrittore. Mi chiede di fargli un piccolo soggetto, qualche paginetta perché deve presentarla alla troupe. Sospiro e accetto: gli serve per il 19. Gli ricordo del contratto e mi avvio a casa, per scrivere. Condenso gli appunti in qualche pagina e costruisco un “discorso” che può reggere e soprattutto che non sa di già visto. Sono soddisfatto. Invio il lavoro con un giorno d’anticipo e scrivo nella mail di contattarmi SUBITO nel caso ci fossero delle cose da modificare, c’è ancora tempo. Arriva il 20 e mi scrive “mandami tutto a quest’altra mail, l’altra non funziona più”. Ma non gli serviva tassativamente per il 19? Inoltro la mail. Silenzio radio fino alla settimana successiva.

 Midpoint: “Pronto?”. “Brando! Come va?” “Ciao Giuseppe”. Mi dice che a Roma sono tutti entusiasti e che il progetto s’ha da fare, che le autorità del Pakistan “approvano” lo spirito che avrà il documentario quindi non ci saranno troppi problemi. E bla bla bla. Sono contento, ma gli chiedo, per piacere, di farmi avere il contratto prima di chiedermi altre cose. Acconsente e dice di sentirlo domani per quello.

 Arrivano i cattivi: Gli telefono, telefono spento. Mando un messaggio e aspetto. Mi contatta tramite un altro numero, adesso è questo il nuovo recapito al quale devo cercarlo. Gli dico del contratto, aspetto fino a sera e mi telefona. Ha avuto dei problemi con il pc e non riesce a mandarmi nulla, lo risolve in serata e ci possiamo vedere domani, stesso posto. Mi presento, questa volta mi fa salire in casa sua, una specie di “finta cascina” dentro Milano. La sua casa un bel posto, molto curato, con tante riviste da tutto il mondo, molti dipinti e suppellettili che fanno intendere quanto quella casa sia “vissuta”. Mi dice che non ha risolto la questione del contratto e… lo, fermo, gli dico che sono iscritto ad un sindacato e che mi farebbe “piacere” se nel contratto ci fossero due clausole, ma soprattutto, io voglio un contratto o non vado avanti. “E quali sarebbero?”. Gli cito le due clausole della WGI e lui sembra assolutamente favorevole: si fida, sa che non voglio fregarlo. Mi dice che se le segna, che oggi parla con il commercialista e che domani avrò il contratto. Anzi, dice che ha scritto pure lui, magari si metterà in contatto con questa WGI, gli piace il modello Writers Guild. Io aspetto per tutto il giorno, ma niente contratto. Mi manda un messaggio che dice di aver cambiato nuovamente mail, di mandargli il materiale lì. Ovviamente io non gli mando niente.

Tutto è perduto: Ci rivediamo venerdì, sempre a casa sua, per “lavorare”. Dice che le cose stanno andando bene, che se non è reperibile è perché lavora. Prosegue dicendo che questo documentario potrebbe diventare anche un libro! “Un libro?”. “Si non lo sai? Io scrivo pure romanzi! Ecco…”: mi porge un documento che sembra venire da una casa editrice, non ricordo quale. Dice che ora “io e lui lavoreremo un sacco, ma coi nostri tempi”. “Il contratto?”. Dice di avere ancora il pc rotto, ma che, se voglio, il contratto posso scrivermelo da me, visto che voglio avere delle clausole particolari, anzi chiede se alla WGI non hanno dei contratti “standard” da poter firmare e poi andare avanti. “Non penso ma…”. Mi dà in mano un contratto cartaceo, un accordo di consulenza scritto con un’altra collaboratrice (sebbene sul contratto ci sia il nome, lei non vuole essere legata a questa vicenda). Dice di riscriverlo, non ha il file digitale, ma posso modificare quello che voglio e poi lo si firma. “Ma… questo è l’originale, io non…”. Mi dice sbrigativamente di mettermelo in borsa. Anzi, me lo riprende, fa alcune cancellature su questioni “non importanti” come assicurazione e diaria di trasferte, asserendo che lì devo modificare e alleggerire, dopodiché ricomincia a parlare di questo romanzo che vuole scrivere, basandosi sul documentario. Io sto zitto, commento solo alcune sue idee: o il contratto (vero) o la morte. E a dirla tutta, le sue idee facevano pure schifo.

La buia notte dell’anima: Me ne vado e soppeso quello che è appena successo. Lui potrebbe benissimo essere un truffatore, così come un produttore un po’ inesperto ma con molti soldi. In fin dei conti gli ho dato veramente poco e con questa possibilità di scrivermi da me il contratto, potrei tutelarmi al meglio. Scrivo sul gruppo WGI, inizio a contattare amici e colleghi: chi mi sa dare una mano a scrivere questo contratto?

Subito tutti mi mettono in guardia: non s’è mai visto che TU devi scriverti il contratto, costa soldi. I dubbi mi attanagliavano sin da subito, ma ora siamo veramente ad un passo cruciale. Cosa faccio?

Atto Terzo: Torno alla scuola e vado a parlare con la persona addetta agli stage e tirocini. Aveva voluto vedere il mio contratto non appena possibile, non si fidava del tipo, voleva vederci chiaro. Discuto un attimo e gli racconto tutto quello che era successo finora. Condividiamo gli enormi dubbi. Di Giuseppe Sciascia, come sempre, in rete non si trova nulla. Non sappiamo che pesci pigliare. Guardiamo quella bozza di contratto, c’è quel nome di un’altra persona che dovrebbe lavorare (o aver lavorato) con lui. La ricerchiamo su internet e c’è il numero. Mi guarda: ascolta, io la chiamo e dico che sono della scuola di cinema, non faccio il tuo nome e vediamo cosa dice. Accetto, lei alza la cornetta e digita il numero che è sullo schermo.

Finale: Risponde. Si presenta e chiede informazioni su questa Imago 2 e Giuseppe Sciascia. Sgrana gli occhi e mette il viva voce. “Quell’uomo è inaffidabile, ha millantato contatti con Sky Cinema e Rai ma non ha NULLA. È alla ricerca di soldi e basta, io penso che metterò di mezzo gli avvocati. Ho anche telefonato all’ufficio in via Monte di Pietà, li hanno cacciati da lì per… Lasci perdere, guardi, è da tenere alla larga e basta”. A questo punto, ringrazia di cuore, saluta e butta giù.

Immagine finale: Mi stropiccio gli occhi e sospiro. Il segretario cerca di consolarmi e dice che è stata una fortuna averlo scoperto adesso e non tardi. In fin dei conti è così. Vede che sono affranto, apre la pagina dove tiene tutti gli stage, sfortunatamente già scaduti. “Dai, vediamo un po’ cos’abbiamo…”.