La sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura”

Simona Messina, docente presso l’Università degli Studi di Salerno, studia da anni il lessico della fiction. Lo scorso 18 ottobre ha organizzato – come avevamo annunciato – in collaborazione con la Writers Guild Italia, una giornata di riflessioni sul tema della sceneggiatura. 
Massimo Torre, membro del board della WGI, ha coinvolto i colleghi e aperto i lavori insieme a Simona e ad Annibale Elia, Direttore del Dipartimento di Scienze politiche, sociali e della comunicazione. Ecco le sue note…

Il titolo del convegno La sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura” prende spunto da una riflessione di Pasolini in merito.

Sì è trattato di un incontro molto interessante in cui Silvia Napolitano e il nostro Peter Exacoustos hanno dato un contributo importante come relatori e suscitatori di riflessioni sul tema del linguaggio, inteso come lingua parlata, nel cinema e nelle nostre fiction.

Ma è stato inevitabile che si andasse un po’ oltre il tema e si finisse per centrare il motivo della contemporaneità nelle nostre produzioni confrontandole con quelle straniere, americane e europee. Soprattutto gli studenti presenti hanno individuato in questo il limite più evidente della nostra fiction al di là di qualche eccezione (strano eh?…).

Su questo anche io, che ho solo introdotto il convegno con Simona Messina che ne è stata la fautrice, sono intervenuto (la tentazione è stata troppo forte…) come pure Peter e Silvia. Io personalmente ho anche spiegato i motivi fondanti del nostro sindacato nato a supporto del mestiere che facciamo che attraversa tempi molto difficili e Francesco Pinto, direttore del Centro di Produzione RAI di Napoli, ci ha augurato di avere presto la forza di quello americano che ha in suo potere di bloccare le produzioni con uno sciopero, come accaduto anche un po’ di anni fa.

Questa la sintesi della giornata.

 

SINTESI DEGLI INTERVENTI

  • Federico Albano Leoni

Università Roma La Sapienza

“Il copione e la rappresentazione: elogio della paralinguistica”

Nella comunicazione parlata i complessi processi della significazione non si svolgono tutti ed esclusivamente nel testo, inteso in senso tradizionale come successione lineare di unità linguistiche, ma sono, in misura a volte molto consistente, esterni al testo in senso proprio e affidati a componenti che la tradizione vuole extralinguistici o paralinguistici.

Questi fattori possono essere così sommariamente elencati: a) prosodia e qualità della voce; b) mimica facciale e gestualità; c) modalità dell’interazione dialogica (turni, gerarchie ecc.); d) rinvii e allusioni al mondo circostante, reale o evocato; e) gioco delle inferenze, delle presupposizioni e delle intenzioni. Naturalmente non si vuole dire che questi aspetti, almeno quelli indicati in c), d) ed e), siano del tutto assenti dalla comunicazione scritta, ma solo che in quest’ultima essi agiscono in modo più canonizzato e prevedibile.

Il rapporto tra un testo scritto (copione, sceneggiatura ecc.) e la sua messa in scena è il caso ideale per valutare e quasi misurare la quantità e la qualità della significazione portata dai componenti cosiddetti extralinguistici o paralinguistici

  • Peter Exacoustos

Sceneggiatore

“La termodinamica dei sentimenti nella scrittura per le televisioni generaliste”

Non mangia che colombe il sangue, e ciò genera sangue caldo, e il sangue caldo genera caldi pensieri, e i caldi pensieri generano calde azioni, e le calde azioni sono l’amore.   (W. Shakespeare)

Come la termodinamica è alla base del concetto di vita nell’universo, così lo è anche nella creazione di storie.

In un racconto una scintilla crea calore e questo calore si propaga di personaggio in personaggio, di frase in frase, manda avanti la trama, lottando contro la freddezza che lo circonda.

Il freddo è immobile. Il calore è movimento.

Una ricerca attorno al concetto di calore nella scrittura dedicata alla serialità televisiva. Il linguaggio applicato ai personaggi e alla trama che oltre le strutture, oltre la dinamica codificata del viaggio dell’eroe, oltre ogni architettura drammaturgica, trasmette calore in una storia di finzione.

  • Francesco Pinto

Direttore del Centro di produzione Rai di Napoli

“La sceneggiatura come comando”.

L’intervento è incentrato su come la scrittura influenza i meccanismi produttivi e si presenta come centro del sistema della fiction, non solo negli snodi narrativi, quanto piuttosto nelle sua caratteristiche industriali. In questa cornice il ragionamento proposto mira a fare una distinzione tra la sceneggiatura della fiction e il copione nel varietà.

  • Silvia Napolitano

Sceneggiatrice

“Linguaggi e stile: come stanno cambiando nel cinema e nella televisione”

Oggi i linguaggi delle serie televisive americane ed europee si mescolano, si intersecano, rubano ad altri linguaggi, si modificano di continuo. Lo stile che ne deriva, ogni volta, è una sorta di visione del mondo. Ogni volta è un prototipo. In Italia non è ancora così. Perché? E il cinema? Il cinema, ovunque, cerca di riconquistare il suo primato. Ci riesce? Di sicuro, è una bella battaglia.

  • Paolo D’Achille

Università Roma Tre

“Dalla pagina allo schermo o al video: aspetti e problemi linguistici “

Il contributo propone alcune sceneggiature televisive e cinematografiche di notissimi romanzi italiani, confrontando singole scene dei vari testi con le corrispondenti nella trasposizione audiovisiva. Le opere prescelte sono le seguenti: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda (sceneggiato tv del 1983; regia di Piero Schivazzappa, anche sceneggiatore con Franco Ferrini e Enrico Oldoini); I vicerè di Federico De Roberto (film del 2007, regia di Roberto Faenza); Caos calmo di Sandro Veronesi (film del 2008, regia di Antonello Grimaldi). Si punterà ad analizzare, soprattutto in chiave diamesica, le trasformazioni avvenute nel passaggio dalla pagina allo schermo o al video: trasformazioni indispensabili, certo, ma ora più ora meno felici, ora più ora meno fedeli allo spirito, oltre che alla lettera, dei testi originari.

  • Simona Messina

Università di Salerno

«La sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura”»: Giorgio Bassani e Il giardino dei Finzi Contini

«La sceneggiatura come “struttura che vuol essere altra struttura”» è il titolo di un saggio di Pier Paolo Pasolini del 1965. Qui l’autore si chiede quando e se la sceneggiatura possa essere considerata una «tecnica autonoma», dato che allude sempre ad altra forma, perciò è giusto definirla una “forma in movimento”.

L’autonomia della sceneggiatura trova un limite nel caso della trasposizione cinematografica di un’opera letteraria. Un caso emblematico per analizzare la complessità della questione è “Il giardino dei Finzi-Contini”, romanzo di Giorgio Bassani del 1962, divenuto film con la regia di Vittorio De Sica nel 1970. L’opera letteraria è passata attraverso diverse stesure di sceneggiatura, di cui una scritta dallo stesso autore con Bonicelli, l’altra di Ugo Pirro. Il distacco del film rispetto al romanzo portarono lo scrittore a considerare il film un tradimento e a prenderne le distanze. Quale fu l’entità del tradimento? Nella lingua, nella sostanza del romanzo? Queste domande sono al centro del confronto tra forma testuale scritta e forma parlata.

Il report è a cura di Massimo Torre

WGI Masterclass – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. Questa rassegna offre uno spazio di riflessione tecnica e un contributo di esperienza da parte degli scrittori più esperti.

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

clear formSubmit