Imbizzarriti

Francesco Schiltzer racconta la battaglia di Artisti 7607 e della liberalizzazione dei diritti connessi

Francesco Schlitzer ha fondato nel 2008 VerA, società di consulenza nelle Relazioni Istituzionali di cui è amministratore delegato. VerA è l’unica società in Italia che, fin dalla sua nascita, ha aderito ai principi di Responsible lobbying del Global Compact delle Nazioni Unite.
Francesco Schiltzer è laureato in Scienze Politiche, si è specializzato in Italia e in Europa in Relazioni Pubbliche e Relazioni Istituzionali.
Ha raccontato in Imbizzarriti, Contrasto 2015, con la collaborazione di Artisti 7607, la storia del processo politico che ha portato nel 2012 alla liberalizzazione in Italia dei diritti connessi. Il libro è arricchito dalle foto di Fabio Lovino.

Francesco Schlitzer, Imbizzarriti è il racconto di una storia: può farcene una brevissima sintesi in poche righe, un pitch come diremmo noi?

La vicenda riguarda i compensi che spettano agli artisti e interpreti quando vengono ritrasmesse le opere in cui hanno lavorato. Per molti anni, un ente fondato dai sindacati, l’IMAIE, non è stato in grado di gestire quanto raccolto, tanto da tenere bloccati oltre 118 milioni di euro di compensi:  è stato, infatti, estinto per incapacità. Il libro racconta tutte le difficoltà che la cooperativa di attori Artisti 7607 ha dovuto affrontare per poter essere libera di gestire in proprio questi diritti, senza dover sottostare ad un monopolio di fatto.

I diritti connessi, lei lo spiega bene, sono i compensi che spettano agli artisti, interpreti ed esecutori ogni volta che un film passa in tv o una canzone, un concerto alla radio. Sono diritti relativamente recenti. Come sono nati?

Sono previsti da una Convenzione internazionale nel 1961 e, successivamente, introdotti in Italia a metà degli anni 70. Si tratta di un equo compenso – di piccoli importi frazionati nel tempo. il lavoro di artista è precario e saltuario, ma poiché le sue opere sono ripetutamente sfruttate dagli utilizzatori (tv radio, web) gli si riconosce un ulteriore compenso. E’ una forma di salario differito, oserei dire una sorta di previdenza, quando l’artista lavora poco e per nulla.

Appena nati questi diritti, in Italia è stato creato un ente monopolista incaricato di raccogliere i relativi compensi e distribuirli. Perché il monopolio? È un sistema squisitamente italiano (c’era già la SIAE) o il sistema preferito anche in Europa e nel resto del mondo?

In questo settore, quello del diritto d’autore in senso lato, si è per molti anni pensato che il monopolio fosse necessario. In diversi Paesi esistono dei monopoli di fatto o di diritto. Tuttavia, se andiamo a vedere se questi soggetti siano efficienti o se agiscano nell’interesse degli autori o delle altre categorie rappresentate, scopriamo che spesso non lo sono. Il tema, in ogni caso, oggi è superato perché una recente direttiva europea, che dovrà essere recepita anche in Italia, già prevede la possibilità di liberalizzare. Bisognerà vedere quale sarà l’intenzione del legislatore. Personalmente penso che il monopolio debba costituire un caso veramente eccezionale in un mercato, deve essere insomma dimostrato nei fatti che sia da preferire e soprattutto che sia voluto dai titolari dei diritti. A me pare che, in un ambito come quello della proprietà intellettuale, sia difficile da sostenere la necessità di un monopolio .

Quali sono i vantaggi e i rischi del monopolio, e quali quelli della liberalizzazione?

Poiché parliamo di diritti patrimoniali, dobbiamo essere consapevoli che si tratti del sostentamento economico di una categoria. E’ come dire ad un autore o ad un’artista che la Banca che gli amministra i propri compensi deve essere quella ed una sola. A lei piacerebbe non poter scegliere? I vantaggi di una liberalizzazione sono quelli di uno stimolo competitivo, a fare meglio e bene, altrimenti si cambia “banca”. Naturalmente con delle regole chiare ed uguali per tutti. I rischi di un monopolio sono quelli tipici, cioè che il monopolio non tenda all’efficienza e diventi esso stesso un potere, una burocrazia difficile da sradicare. La soluzione migliore a mio parere dovrebbe essere un mercato libero con dei soggetti che operano all’interno di un sistema di regole semplici, uguali per tutti e che posseggano dei requisiti di professionalità e di garanzia adeguati. Mi pare che in tale direzione vada la direttiva europea.

Torniamo alla storia di Imbizzarriti, una storia a lieto fine, dunque, ma soprattutto una storia vera. Ha creduto fin dall’inizio che potesse andare bene? A quanto l’avrebbe dato – in partenza – il lieto fine?

Diciamo che non avevamo alcuna certezza, se non nelle nostre ragioni. Voglio ricordare che il principio della libertà di un’artista era già stato più volte segnalato dall’antitrust italiano. Certamente l’ex monopolista ha opposto la massima resistenza e il sistema istituzionale non aiuta i “piccoli nani” che ci vogliono provare, ma tende a proteggere il gigante.

 Chi sono i protagonisti? Che cosa volevano?

I protagonisti sono stati i mille e più attori che fanno parte di Artisti 7607, Grazie alla loro serietà impegno e testardaggine siamo riusciti a vincere la battaglia. Cinzia Mascoli, Elio germano, Neri Marcorè, Luca D’Ascanio, Claudio Santamaria e tanti altri, persone di straordinario talento e di eccezionale senso civico.

Chi erano gli antagonisti? Chi non voleva la liberalizzazione?

Le più forti resistenze le abbiamo trovate nella burocrazia, che non a caso è quella più vicino al monopolista. Si sono inventati decreti attuativi per far si che la liberalizzazione fallisse o quantomeno ritardasse. Ci sono riusciti solo in parte, oramai la liberalizzazione è partita e Artisti 7607 sta già negoziando e distribuendo i diritti per i suoi iscritti. E’ questo il lieto fine: trasparenza, efficienza e onesta.

Il senso comune considera le lobby portatrici di interessi egoistici, aggressivi, potenzialmente lesivi del bene collettivo. Dove ha ragione e dove sbaglia il senso comune?

Non esistono interessi buoni o cattivi, fatta eccezione per tutto ciò che è illegale. Ci possono essere interessi più o meno diffusi e punti di vista diversi. Ognuno di noi ne è portatore. L’importante è che la difesa di questi interessi sia portata avanti con onestà intellettuale e trasparenza. E questo non sempre accade, purtroppo. Nel libro abbiamo raccontato tutto quanto abbiamo vissuto, sia pure in sintesi, proprio perché non abbiamo nulla da nascondere. Tutto è stato fatto alla luce del sole.

Di che cosa si sente fiero?

Di aver restituito uno spazio di libertà a chi, come gli artisti ci aiuta a creare la nostra identità, sia come individui che come italiani. L’arte e gli artisti ci aiutano a riflettere e, alle volte, a ritrovare la strada smarrita.

Quali i consigli per iniziare una battaglia e quali per portarla alla vittoria?

L’unità e la chiarezza degli obiettivi. Vedo che spesso molte associazioni si perdono in battaglie sterili o in richieste inattuabili o velleitarie. Altre volte, si dividono per personalismi. Tutto questo non porta a nulla. Il segreto è fare squadra ed essere determinati e disposti a rimboccarsi le maniche. Nessuno ti regala nulla.

Perché questo titolo, Imbizzarriti? Vuol dire che per capire di avere un diritto bisogna essere capaci di ribellarsi e per conquistarlo bisogna essere capaci – per un po’ – di diventare matti?

Vuol dire che ci si può ribellare all’interno delle regole folli di questo Paese e che per farlo ci devi mettere la faccia, meglio se un po’ imbizzarrita.

Intervista a cura di Giovanna Koch

La foto è di © Fabio Lovino/Contrasto

Imbizzarriti può essere acquistato con lo sconto QUI. Gli incassi saranno in parte devoluti alla Onlus L’Altra Napoli, progetto Orchestra Giovanile Sanitansamble.

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