Marco Martani: Come Un Padre

Marco Martani è uno dei fondatori della casa di produzione cinematografica e televisiva Wildside che ha prodotto L’Amica Geniale e The Young Pope. Ha firmato oltre cinquanta sceneggiature per il piccolo e il grande schermo, vincendo importanti premi internazionali.

Quest’anno è uscito il suo primo romanzo: Come un padre – DeA Planeta. 442 pgg.
Gli abbiamo chiesto della sua esperienza di scrittore e di come si intrecci e si connetta con quella di sceneggiatore.

Quello che colpisce leggendo il tuo romanzo è che inevitabilmente ci si aspetterebbe il lavoro letterario di uno sceneggiatore e invece ci si trova di fronte alla scrittura piana, pulita, chiara, essenziale e fluida di uno scrittore puro. Infatti, al contrario che in sceneggiatura, nel romanzo le descrizioni sono lunghe e dettagliatissime, vanno a fondo, scavano e non temono periodi complessi, raffinati, come se tu avessi fatto sempre e solo lo scrittore e non avessi scritto più di cinquanta sceneggiature. A che numero sei arrivato?

Bè, sì, ho superato il numero cinquanta, tra sceneggiature per il cinema e qualcuna per la tv. Ho avuto la fortuna di lavorare continuativamente cominciando presto.

Colpisce davvero, perché è come se la tua natura primigenia fosse quella del narratore letterario, e in effetti anche il tuo carattere e le tue specificità umane corrispondono di più allo scrittore solitario, silenzioso, per nulla narcisista o “fighetto”. Insomma la persona seria che sei è quella di uno scrittore che ama l’introspezione, il flusso interiore che si esprime in una lingua molto controllata.

Grazie. E molto bello quello che dici.

Lo penso davvero. Ma parliamo del protagonista del tuo romanzo: il gigantesco Orso. Che da giovane era bello da lasciare senza fiato e ora, che ha da un po’ superato i sessanta,  è ancora pieno di fascino e carisma. Com’è nata questa idea di personaggio? E qual è la genesi della storia?

Il personaggio principale del romanzo nasce molti anni fa da un’idea che avevo per un film. Ma lo sviluppo della trama non mi convinceva nonostante fossi quasi certo che il personaggio avesse grandi potenzialità. Un uomo costretto ad un sacrificio così grande, come abbandonare chi ama per salvare loro la vita e decidere di azzerare i propri sentimenti, mi era sembrato un personaggio struggente e romantico, nonostante per mestiere uccida le persone. Ritenevo questa contraddizione alla base di una tridimensionalità e di una profondità che, all’epoca, quella sceneggiatura non era riuscita a far emergere. Così accantonai il progetto. Ad intervalli regolari quel protagonista continuava a riaffacciarsi nella mia testa, come a volermi dire che non ce la faceva a restare lì, inespresso. Così un giorno ho fatto tabula rasa della storia che avevo scritto per il cinema e ho rielaborato la trama variando sensibilmente lo sviluppo. Poi ho cominciato a scrivere il primo capitolo di quello che in seguito sarebbe diventato il romanzo e non mi sono più fermato. E’stato come un flusso di coscienza, una vera e propria febbre che mi spingeva a trovare ritagli di tempo a qualunque ora del giorno e della notte per ritornare al mio computer. Era appena nata mia figlia Alice quindi avevo ancora meno tempo di prima, eppure… Solo scrivendo ho capito che quella del romanzo era la formula migliore per far tornare a vivere quello che poi sarebbe diventato Orso.

Qualche sera fa, rivedendo il film di Luis Malle, Atlantic City, con Burt Lancaster finale e struggente, innamorato di una giovane Susan Sarandon, ho subito pensato al tuo Orso. Questo romanzo è decisamente un omaggio al noir. Anglosassone certo, ma oltre a Chandler e ai suoi epigoni ci sono anche Izzo e Marsiglia. Mi sono ricordata Borsalino con Delon e Belmondo. E certi autori del Polar francese. Melville e Simenon.

Il protagonista del romanzo è un uomo che ha trascorso la vita dalla parte dei violenti, al servizio di un boss che tutti chiamano il Rosso. Eppure quando si ammala, viene il momento per lui di fare i conti con tutto quello che è stato. Siamo davanti ad un personaggio in cerca di riscatto che è tipico di una certa letteratura che hai nominato, e che naturalmente amo molto. Anche se in certe descrizioni o nell’uso delle scene d’azione e nella costruzione dei personaggi, direi che devo molto anche a Joe Lansdale, Don Winslow e a quella narrativa angloamericana che ha fatto nascere negli anni ‘80 maestri indiscussi del genere crime e noir come Thomas Harris o Jeffrey Deaver e il più grande di tutti: James Ellroy. Ma un autore in particolare ha avuto un ruolo fondamentale per la creazione di Orso, e cioè la serie di libri che narrano del personaggio di Parker, creata dallo scrittore Richard Stark a partire dal 1962, pseudonimo sotto cui si cela lo stupefacente giallista Donald E. Westlake. Tra l’altro quel meraviglioso personaggio, Parker, è stato ripreso, per quattro grafic novel stupefacenti, da uno dei più talentuosi disegnatori d’oltreoceano, Darwyn Cooke, deceduto prematuramente purtroppo, di cui sono un fan sfegatato.

Credo inoltre che i libri letti, e non necessariamente quelli di genere, alla fine fanno parte di te, rimangono nascosti in qualche anfratto della tua memoria. E quelle emozioni che ti hanno regalato, in qualche modo riemergono nel tuo lavoro di scrittore, anche senza esserne coscienti. Te ne accorgi dopo.

Condivido. Qualcuno diceva che siamo fatti di ciò che abbiamo amato, dunque anche di tutti i libri letti, i film, le serie Tv preferite. Ma torniamo al testo. Se nella forma Come un padre è un vero romanzo e appartiene alla letteratura, nel genere, è una sorta di Action – Noir con una struggente nostalgia per le storie d’amore, che tuttavia, in modo decisamente melodrammatico, sembrano precluse al protagonista.

Come ho detto mi piaceva l’idea di un protagonista anestetizzato nei sentimenti che, durante il doloroso viaggio che deve compiere, vede riemergere quelle sensazioni emotive dimenticate da tempo, come l’innamorarsi, o trovare un sentimento paterno nei confronti di un ragazzino problematico. Un uomo che ha volutamente cancellato l’amore dalla sua vita, per il grande dolore di aver dovuto abbandonare la donna che amava e sua figlia piccola, e proprio grazie ad un infarto, il suo cuore ha ripreso a battere. E’stato un po’ come scrivere il contrario di quello che succede ad ognuno di noi. Con l’infarto il cuore smette di battere – o almeno avverte che sta per farlo -mentre ad Orso, quella dolorosa scossa ha permesso di capire che un cuore nel suo petto esiste ancora… e il romanzo narra di come farà a rimetterlo in funzione dal punto di vista sentimentale.

Orso è un buono, ma non ha fatto altro che uccidere. E questo drammaturgicamente è un mistero, eppure ci crediamo e ci sentiamo protetti da lui nonostante sia un feroce killer. Questa sua vita divisa in due, mi ha fatto pensare allo splendido The History Of Violence di Cronemberg con Viggo Mortensen.

Un film meraviglioso. Quella infatti è stata la vera sfida per me: riuscire a prendere per mano il lettore, farlo empatizzare completamente con un personaggio difficile, certamente non un buono, ma un uomo che soffre, che fa scelte crudeli ma dettate da un profondo altruismo.  Quando la sofferenza del tuo protagonista, anche se non è un personaggio positivo, diventa sofferenza di chi legge, e le sue scelte diventano condivisibili per il lettore, allora è fatta.

E infatti, come nel film di Cronemberg, uno dei temi fondamentali – come dice lo stesso titolo del romanzo – è la paternità. Agognata e ripensata con nostalgia, come se anche questa meta, dopotutto semplice e appartenente a una vita ordinaria piuttosto che a quella straordinaria, eccezionale, gli fosse inesorabilmente preclusa. C’è in Orso un grande desiderio di normalità. Perché ha fatto questo mestiere? Ora uccide solo i cattivi. Ma prima? Parlaci ancora  del suo eroismo al contrario. E se non sai “i fatti” relativi al personaggio puoi raccontarci cosa significa per te la sua duplicità.

Il ruolo del padre è un ruolo che, in ogni famiglia, rappresenta l’elemento di sicurezza, anche se non necessariamente del calore, compito quello più della madre che del papà, secondo me, o almeno per come sono stato cresciuto io. E proprio per la sicurezza di chi ama, Orso compie il gesto estremo di abbandonare la sua donna e la sua bambina di solo un anno. E il destino lo mette spesso di fronte al ruolo di padre, come una beffarda legge del contrappasso. Lui, che aveva deciso di non volersi innamorare di nuovo, di non voler avere a che fare con bambini perché non ha potuto vedere sua figlia crescere, nel suo viaggio incontra Elsa ed il piccolo Matteo e riscopre qualcosa dimenticato da tempo. In fondo il percorso di Orso è una vera e propria rieducazione sentimentale.

 E’ bello quando, leggendo, ci si dimentica di chi ha scritto il romanzo.  Qui tu sparisci e t’inabissi nella tua scrittura.

 Questo è il miglior complimento che potevi farmi. In effetti il mio obiettivo era proprio quello. Quando leggo un romanzo avvincente, mi immergo completamente nella storia, dimenticando lo scrittore. Stiamo parlando di letteratura di intrattenimento, questo è chiaro, ma secondo me è proprio questo il bello. Non volevo un romanzo che parlasse delle mie esperienze, o che facesse dire alle persone che conosco: “Ehi, ti ho proprio riconosciuto in quella storia. Sei proprio tu!”
Credo che la letteratura italiana sia piena zeppa di libri che hanno questo difetto. Poi certo, c’è chi lo fa con la classe dello scrittore con la S maiuscola, ma obiettivamente sono in pochi. Volevo provare a scrivere un romanzo che avesse le caratteristiche di una storia di quelle che in passato mi proiettavano in un mondo “altro”, una vera e propria scommessa di scrittura. Creare ritmo, suspence, personaggi tridimensionali e snodi di trama che sorprendano il lettore è stato per me talmente stimolante che alla soglia dei cinquant’anni, dopo tante sceneggiature, mi ha permesso di rimettermi in gioco. Scrivendo questo romanzo ho ritrovato soddisfazioni nella scrittura che avevo un po’ dimenticato.

E allora non puoi più sottrarti alla prossima domanda. Racconta il tuo processo creativo. Quale procedimento hai attuato a differenza di quello utilizzato in sceneggiatura?

Tanti anni di sceneggiatura mi hanno aiutato a tenere il materiale sotto controllo. L’elemento strutturale per me è fondamentale. Lo è sempre stato. E anche in questo caso prima di cominciare a scrivere avevo uno schema piuttosto preciso della direzione, degli snodi della trama, con una scaletta arricchita da diversi appunti, anche se non avevo ancora una idea molto chiara di quello che in sceneggiatura sarebbe stato il terzo atto, ma solo una vaga possibilità sulla quale sapevo sarei tornato sopra avvicinandomici con la storia. Solo che, a differenza della sceneggiatura, che naturalmente ha un lavoro preparatorio enorme fatto di soggetti, scalette, trattamenti ecc., il cominciare a scrivere subito mi ha portato a toccare con mano la libertà di tradire lo schema; proprio quello che ho sempre detto di non fare agli studenti di sceneggiatura, che non vedono l’ora di poter scrivere “scena 1 – int. Giorno” senza lavorare a fondo sulla struttura e sui personaggi. Nel romanzo ho scoperto che, almeno a me, la troppa rigidità rendeva prevedibile. Invece scrivere ed essere sorpreso da una direzione improvvisa presa dalla storia o da una decisione del personaggio non prevista, ma indubbiamente efficace, è stato incredibilmente soddisfacente, anche se mi ha costretto a rimettere in discussione gli snodi successivi della storia. Ero elettrizzato perché, in quel preciso momento, quella sorpresa che aveva stupito me avrebbe, a maggior ragione, stupito il lettore, così ho seguito questo flusso ed è stato totalmente liberatorio!
La sceneggiatura poi è un lavoro di gruppo. Anche se si scrive da soli. Perché oltre a lavorare sulla scrittura con il co-sceneggiatore, se c’è, è un continuo dialogo con altri interlocutori per un confronto creativo perpetuo: il regista, il produttore, gli attori, le difficoltà realizzative o di budget, che ti costringono a volte a ripensare intere sequenze, insomma alla fine la tua idea viene condivisa, filtrata, adattata… e diventa un’altra cosa. Non necessariamente peggiore, non dico questo, ma certo diversa dall’intuizione iniziale. La scrittura del romanzo invece, ho scoperto essere una vera e propria esperienza Zen, che ha a che fare solo con te stesso e, a parte un lavoro creativo interessante ma per nulla strutturale con l’editor, tutto ciò che ho scritto è arrivato direttamente al lettore. E per me, che ho trent’anni di sceneggiature alle spalle, è stata proprio un’esperienza nuova. E per fortuna soddisfacente, almeno visto i feed back che ho ricevuto.

 Approfondiamo ancora. Hai trovato più difficoltà a scrivere il romanzo rispetto a quelle che incontri nel lavoro di sceneggiatura?

 La difficoltà nello scrivere il romanzo per me è stata una assoluta novità. Ho conosciuto persone in gamba, come il mio editor Stefano Izzo, una casa editrice attenta e rispettosa come la DeA Planeta, e tuttavia ho realizzato, da scrittore, che le difficoltà ci sono, ma sono di altro tipo rispetto alla sceneggiatura. Qui è più una ricerca dentro sé stessi, come un lungo brainstorm ininterrotto con te stesso, che non ti abbandona mai. Comunque trovare soluzioni per entrambe può essere incredibilmente complesso ma anche veramente appagante. E io mi sono sempre sentito un privilegiato a poter continuare a fare questo lavoro.

Quanto c’entra con te Orso? E quanto la sua storia con la tua?

Pochissimo. La personalità di Orso l’ho costruita pensando a mio padre, che è prematuramente deceduto nel 2008. Era un uomo di pochissime parole, autoritario, geniale nel suo lavoro (lavorava in banca e in pensione è diventato segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio), che non alzava mai la voce ma non ripeteva mai le cose due volte. Per i miei primi diciotto anni ho avuto un rapporto di soggezione totale con lui e per fortuna c’era mia madre per tutto ciò che aveva a che fare con gli elementi più emotivi. Poi, con il mio trasferimento a Roma per l’università, (sono nato a Spoleto), sarà stato per la distanza o per il fatto che stavo diventando grande, di fatto ho, piano piano, scoperto in lui un uomo completamente diverso. Non era quel mostro di freddezza che pensavo fosse quando ero bambino, ma semplicemente un uomo timido, introverso, che aveva una grande difficoltà nell’esternare i sentimenti. Quindi ho cominciato con soddisfazione un timido dialogo che poi è durato troppo poco, purtroppo. Ecco, questa doppia faccia, cioè questa personalità fortissima ma anche questa grande dolcezza nascosta, mi ha permesso di costruire il mio Orso.

Questo è molto commovente. Il film è stato venduto per farne un film o una serie…

La società americana AGBO dei fratelli Joe e Anthony Russo, i registi tra l’altro di The AvengersEndgame, che ha stabilito il miglior incasso di sempre, tanto per dire, ha acquisito i diritti del romanzo prima ancora che fosse pubblicato in Italia. Per me è stata una soddisfazione incredibile, perché la mia intenzione era scrivere un romanzo che avesse le potenzialità di una storia di genere, ma che, al tempo, fosse universale, e il fatto che gli americani lo abbiano acquisito, mi ha fatto pensare che ho colto nel segno.

Farai parte della squadra di scrittura o preferisci restare fuori?

Lascerei fare a loro. Essere l’artefice di un romanzo che sia la base di un film di Hollywood o di una serie tv fatta da loro mi pare una soddisfazione sufficiente.

Il finale del romanzo mi ha sorpreso. Non possiamo parlarne esplicitamente ma vorrei sapere com’è che hai scelto di chiudere così questa che potrebbe essere la prima storia di Orso.

Semplicemente volevo un finale sorprendente e che non fosse banale né retorico.

Immagini che il romanzo possa diventare una serie di romanzi e Orso un personaggio letterario seriale?

Chissà… sono molto affezionato ad Orso e agli altri personaggi del romanzo, ma personalmente non amo i seguiti. E non mi piacciono neanche le operazioni seriali che tanto vanno di moda anche in Italia, con i vari ispettori e commissari, scritti e pronti per una ennesima serie televisiva. E indubbio che trovino un certo riscontro con i lettori, visto il successo di alcune serializzazioni letterarie (e di conseguenza, televisive), tuttavia ritengo si tratti di scorciatoie. Una volta che hai inventato l’universo, il tono, i personaggi principali con i loro fatal flaw e le loro motivazioni, più del cinquanta per cento del lavoro è fatto. Si entra in un meccanismo di scrittura in serie che avrà anche il suo fascino ma quel tipo di narrazione non mi interessa, neanche come lettore. E poi faccio un altro mestiere, sono uno sceneggiatore prestato alla letteratura. Nel caso dovessi rimettermi al lavoro su un altro romanzo, lo farei senza fretta, cercando un’altra storia che andrebbe raccontata con la stessa urgenza con cui ho scritto Come Un Padre. E per questo mi piacerebbe ricreare un nuovo universo, altri personaggi, perché quello, per me, è il vero lavoro di un romanziere. Faticoso, certo, ma più la fatica è grande, più grande è la soddisfazione finale.

Dopotutto penso che, seppure nelle loro specifiche peculiarità, la scrittura della sceneggiatura e quella del romanzo alla fine s’intreccino e si arricchiscano a vicenda. A questo proposito, poiché è il sito della WGI che ospita questa intervista, ti chiederei se hai qualcosa da aggiungere a proposito del lavoro che insieme ai colleghi si prova a fare per migliorare, identificare e difendere sempre di più il nostro mestiere.

 Trovo fondamentale il ruolo della WGI e delle altre associazioni di categoria. E penso che non sia mai abbastanza quello che si può fare per migliorare il mestiere dello sceneggiatore in Italia, un paese che ha una tradizione di scrittura pazzesca, eppure il ruolo di chi scrive è sempre relegato a margine del processo creativo, sia contrattualmente che mediaticamente. E questo secondo me è inaccettabile. La scrittura è sempre determinante per la nascita di progetti cinematografici e televisivi, eppure ancora si pensa che il ruolo dello sceneggiatore sia marginale rispetto a quello del regista e degli attori (spesso anche del produttore), che molto spesso (troppo spesso) si permettono di cambiare scene, improvvisare dialoghi, spesso senza neanche avvertire. Io sono stato fortunato perché ho lavorato con registi che riconoscono l’importanza della scrittura e non si basano sull’Ego per le scelte creative. Spesso lo sceneggiatore è visto come un rompicoglioni sul set, invece è fondamentale la sua presenza, perché conosce perfettamente il materiale senza essere sopraffatto dalla moltitudine di altre problematiche che il regista deve affrontare quotidianamente. Ed è indubbio che l’enorme potere contrattuale del regista stesso, che quasi sempre è anche lo sceneggiatore, azzera o quasi le possibilità di intervento degli altri sceneggiatori che, a volte, salverebbero il progetto. Sono molto invidioso degli altri paesi, soprattutto anglosassoni, a dir la verità, che hanno sempre avuto un rispetto profondo per la scrittura e danno il giusto peso alla sceneggiatura, considerandola un elemento fondamentale alla riuscita del progetto. Qui in Italia, dopo tanti anni di carriera nella scrittura cinematografica, questa cosa del rispetto per la scrittura e del fatto che il progetto si basa su una buona sceneggiatura, l’ho sentita tantissime volte dai produttori, ma poi, nei fatti, restano solo parole. Se si può chiudere un progetto con un talento, regista o attore che sia, si chiude, e si penserà alla scrittura solo come uno scocciante accessorio che però deve essere espletato nel più breve tempo possibile. E non è un caso che la forte crisi del cinema italiano in termini di incasso, avrà sì tante cause esterne di cui si parla spesso, ma l’abbassamento della qualità di scrittura è indubbiamente una di quelle. E siamo tutti responsabili.

Grazie Marco per essere stato generoso nel rivelarci il tuo mondo creativo.  E soprattutto in bocca al lupo per il tuo romanzo.

L’intervista è a cura di Amy Pollicino

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