L’Africa MEDIAta

Come fiction, tv, stampa e social raccontano il continente in Italia

Mercoledì 23 ottobre è stato presentato a Roma il primo rapporto su come l’Africa viene rappresentata nei Media Italiani, una ricerca commissionata da AMREF a OSSERVATORIO DI PAVIA.

Quale e quanta Africa vediamo attraverso i media italiani? La risposta la dà il rapporto “L’Africa MEDIAta” di Amref Health Africa-Italia con una ricerca condotta da Osservatorio di Pavia che ha preso in esame tv, stampa, social e fiction del primo semestre 2019.

L’Africa non è un Paese, è un continente, ma spesso ci si trova di fronte a generalizzazioni che al massimo distinguono tra Nord Africa e Africa Subsahariana, accorpando in un unico stereotipo condizioni e etnie diversissime tra loro.

Massimo Bernardini, giornalista e conduttore di Tv Talk (Rai3) – che ha curato l’introduzione del rapporto e moderato l’incontro in cui è stato presentato – parla della ricerca come di “un meraviglioso strumento di correzione e ripensamento per noi comunicatori conformisti”. Infatti, il dato che colpisce maggiormente, è che g li ingredienti più usati dai generi televisivi nella narrazione dell’Africa sono essenzialmente l’afropessimismo nelle rubriche informative, il folklore esotico nei documentari naturalistici, e l’eurocentrismo e il distacco nei talk show. A parlare di Africa sono soprattutto rappresentanti politici e istituzionali italiani.

La fiction si comporta un po’ meglio e per una volta possiamo essere orgogliosi come categoria. E’ anche vero che la strada che ci permetterà di allontanarci dal conformismo della nostra visione è ancora lunga, come ci hanno tenuto a sottolineare due degli ospiti della giornata : l’attrice Esther Elisha (interprete sia cinematografica che televisiva da Boris a Tutto può succedere), a cui il ruolo che viene più spesso proposto è quello della prostituta; e il regista e sceneggiatore Giacomo Ciarrapico, tra gli autori della serie Boris che oltre dieci anni fa in una puntata mise in scena una delle più feroci satire di come viene narrata l’Africa in tv. Ve lo ricordate il buon René (il regista degli “Occhi del cuore”) che dichiara “La rete è stata molto chiara, noi dobbiamo fare l’Africa come piace alla gente: bambini poveri con le panze gonfie, polvere e povertà” mentre vaga in un villaggio posticcio messo su nel piazzale davanti allo studio?

La ricerca si è concentrata su 30 episodi di serie televisive (sia italiane che internazionali) scelti tra tv generaliste, pay-tv e piattaforme. Il comune denominatore, oltre al fatto di essere andati in onda nel periodo preso in esame, era la presenza o di personaggi e/o ambientazione africani, o di argomenti relativi all’Africa.
Si tratta di un numero limitato che non p ermette di trarre dati statistici ma ci offre un quadro abbastanza variegato di come noi autori raccontiamo l’Africa.
Tra i 30 titoli solo 12 sono italiani, la maggior parte è di genere poliziesco/thriller, 25 sono prodotti negli ultimi 4 anni.
Su 304 personaggi analizzati si vede una prevalenza di quelli occidentali (72%). Gli africani sono più di rado tra i protagonisti, con un minore approfondimento psicologico. Anche il “livello culturale” appare decisamente più elevato per i personaggi occidentali. I temi maggiormente trattati sono razzismo (37%), inclusione (33%) diritti umani (30%), migrazione (23%).
Gli africani sono rappresentati più spesso all’interno di scenari occidentali e questo fotografa un’attenzione focalizzata più che altro sulla relazione tra personaggi africani e i loro paesi di accoglienza.

Al di là dei numeri, il rapporto è interessante perché analizza singolarmente quasi tutti gli episodi presi in esame .
Partendo dal dato che non sono molte le serie italiane che si interessano all’Africa – e nessuna ce l’ha come ambientazione – sono stati considerati come esempi interessanti, e soprattutto riusciti, l’episodio “Caccia grossa” della serie L’ispettore Coliandro e la serie Nero a metà.
Nell’episodio di Coliandro, il protagonista (l’ispettore di polizia che dà il titolo alla serie) è rappresentato come un razzista inconsapevole che nel corso della puntata è costretto a interrogarsi sui suoi comportamenti quotidiani. Un ironico processo di autocoscienza che va di pari passo con l’indagine della puntata, su un caso di sfruttamento di braccianti africani che si scopre essere usati anche come prede umane in battute di caccia organizzate dal capo dell’azienda con clienti-killer paganti. La drammaticità dell’argomento è stemperata dalla comicità, ma non impedisce di far passare una forte denuncia del razzismo nelle sue forme più estreme e di interpellare il pubblico su quello più sottile dei pregiudizi che si insinuano nella quotidianità di ciascuno.
La serie Nero a metà ha il pregio di essere la prima in Italia ad avere un coprotagonista di colore: un vice ispettore originario della Costa d’Avorio con cui un ispettore italiano più anziano è costretto a collaborare. La compresenza dei due permette di affrontare in maniera esplicita pregiudizi e stereotipi razziali.

Le conclusioni a cui giunge lo studio è che la maggior parte delle pratiche messe in atto nella fiction sono positive perché puntano alla diversificazione etnica dei volti televisivi, alla familiarizzazione del pubblico con questa diversità, al superamento di pregiudizi e stereotipi. E’ molto interessante anche che alcune fiction hanno iniziato a introdurre personaggi africani nel cast ricorrente. Per esempio in E’ arrivata la felicità l’amica e collaboratrice della protagonista è una ragazza africana dal nome italiano, in Tutto può succedere è di origine eritrea la moglie di uno dei protagonisti. In entrambi i casi i personaggi svolgono una funzione narrativa prevalentemente affettiva. Questi sono solo due esempi di “normalizzazione” della diversità etnica.
D’altro canto non mancano le critiche rivolte a questi personaggi, che a volte sono poco realistici, somigliano in tutto e per tutto ai personaggi occidentali e non sono portatori di quella diversità culturale che invece esprimono le minoranze etniche reali.
Si tratta di una annotazione importante, che richiede riflessioni nella fase di concezione delle storie. Uno dei consigli che arriva da Osservatorio di Pavia è di coinvolgere autori di origine africana in fase di scrittura. Ed è con questo e con altri suggerimenti di “best practices” che si conclude il lungo capitolo dedicato alla fiction nella ricerca che vi invito a leggere o anche solo a sfogliare scaricandola da questo link:
https://africamediata.amref.it/?_ga=2.16150966.1630549338.1571993737-1857075015.1571839108

 

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