Scrittori a VeneziaWriters

 

La Writers Guild Italia è nata con il preciso intento di valorizzare e di far rispettare, sotto ogni aspetto, il lavoro professionale degli sceneggiatori e quindi anche la loro immagine pubblica. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, raccoglie e diffonde la voce degli sceneggiatori italiani, per tentare di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori vengono penalizzati dalle comunicazioni dei festival e degli organi di informazione.

 

testata WGAw

 

 

SCRITTORI A VENEZIA

Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori italiani presenti con le loro opere
alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto-7 settembre 2013)

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GIORGIO VASTA

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha scritto Via Castellana Bandiera con Emma Dante (regista) e la collaborazione di Licia Eminenti. Il film è in concorso nella sezione Venezia 70 e verrà presentato oggi, 29 agosto 2013, nella Sala Grande e al PalaBiennale.

Giorgio, ti lanciamo una sfida: il pitch in quattro righe.

Palermo, estate. Due donne si perdono in macchina per la città e si ritrovano a percorrere una via stretta e in salita. Un’altra auto nella quale viaggia una famiglia palermitana – alla guida c’è la vecchia Samira – percorre la stessa via nella direzione opposta. Le due macchine si ritrovano una di fronte all’altra. I motori vengono spenti. Ciò che poteva risolversi in pochi secondi si trasforma in una sfida. Passano le ore, arriva la notte. Negli abitacoli e tra i personaggi si producono legami, le percezioni si modificano. All’alba i conflitti si sciolgono drammaticamente.

Hai sforato di due righe, ma sei un romanziere quindi ti è concesso. La storia dell’idea: da chi è nato il soggetto, come è stato condiviso con regista e produttore?

Il soggetto di Via Castellana Bandiera nasce dal romanzo omonimo che Emma Dante ha pubblicato per Rizzoli nel 2008. Quando Mario Gianani, della Wildside, ha messo in contatto me ed Emma, era dunque già presente una forma narrativa dalla quale partire. La nostra scelta è stata però quella di non ricalcare la storia raccontata nel romanzo, “adattandola” al cinema, ma di ripensarla e riscriverla, come se la sceneggiatura fosse un’ulteriore riscrittura del romanzo. Da un punto di vista strettamente pratico non siamo passati per un vero e proprio soggetto; dal romanzo abbiamo ricavato una specie di scalettone, in cui abbiamo riscritto la storia del romanzo, modificandola in diversi punti; dallo scalettone siamo poi arrivati alla prima stesura della sceneggiatura. Ne sono seguite molte altre e da un certo momento in avanti è intervenuta nella scrittura anche Licia Eminenti.

Quali sono i punti di forza dell’idea, perché credi che possa avere successo?

Penso che il successo al quale può ambire un film come questo, vada misurato non semplicemente attraverso uno strumento economico, bensì attraverso la quantità e la qualità di discussione che sarà in grado di generare. Il desiderio – almeno il mio – è che i ragionamenti e gli scrupoli che hanno nutrito il processo di scrittura trasformandosi in narrazione possano suscitare altrettanta attenzione in chi guarderà il film. Se devo individuare un punto di forza specifico, penso a quella che credo sia la capacità metaforica della storia messa in scena. In una strada di Palermo – stretta e a doppio senso di marcia, due auto (e i relativi equipaggi) si ritrovano una di fronte all’altra. Nessuna intende cedere il passo. Né la dimensione legale né il buon senso servono a risolvere l’impasse. In una piccola arteria urbana si produce dunque un trombo, un’ostruzione che potrebbe essere – e sarà – drammatica. La stasi conduce al collasso e ognuno dovrà fare i conti con la propria ostinazione. Una situazione, questa, che scrivendo ci sembrava fosse al contempo contingente, profondamente radicata nella cultura palermitana, e insieme in grado di dire qualcosa sul tempo presente (almeno su quello italiano).

A quale pubblico (se c’è un pubblico particolare) pensate di rivolgervi?

Ho la sensazione che in Italia ci sia un pubblico attento e curioso. Non si parla di numeri enormi, è chiaro, ma di disponibilità. Se film come L’intervallo di Leonardo Di Costanzo oppure Bellas Mariposas di Salvatore Mereu e Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza – per fare riferimento soltanto all’ultima stagione – raggiungono le sale e resistono per un certo periodo, questo si deve proprio alla disponibilità di persone che decidono di confrontarsi con una proposta cinematografica che sta fuori dal “mainstream”. Che decidono, di fatto, di essere autori del proprio sguardo e della propria attenzione. Penso che Via Castellana Bandiera possa dialogare con questo pubblico di spettatori-autori.

Credi di essere riuscito ad esprimere ciò che volevi in questo film?

Penso che il film che esiste oggi sullo schermo – che chiaramente è il film che abbiamo scritto ma allo stesso tempo è anche un altro film che si è generato attraverso una serie di naturali metamorfosi – conservi e faccia sentire le nostre intenzioni originarie. Penso che Via Castellana Bandiera sia un film selvatico, irregolare e feroce. Un film sulla disperazione, che diventa il modo di vivere naturale dei singoli e di una comunità. Una storia in cui il male è irredimibile, non in sé e proprio malgrado, ma semplicemente perché chi dovrebbe agire per far andare le cose in un altro modo si innamora della propria personale sofferenza: contempla feticisticamente il proprio male e si dimentica (e in questo consiste l’incoscienza) di allargare lo sguardo.

È un esordio come sceneggiatore, giusto?

È un esordio, sì. Non avevo mai scritto per il cinema.  Mi sono reso conto che nel giro di poco tempo ho cominciato a sentire la storia come qualcosa che – se anche, non ci sono dubbi, proviene dall’immaginazione di Emma – mi stava profondamente a cuore. Nel senso che non avvertivo il mio lavoro come un semplice impegno professionale, ma come un’impresa autoriale. Con tutto ciò che questo comporta. Perché nel momento in cui cominci ad amare una storia della quale ti prenderai cura soltanto per un suo segmento (seguiranno poi il set e il montaggio, altri due segmenti decisivi) devi accettare tutte le frustrazioni (oltre alle soddisfazioni) che questo amore potrà determinare. Attraverso questo lavoro, che poi di fatto ha i connotati di un lavorio (nel senso che stringe d’assedio, rosicchia, consuma), penso di avere capito qualcosa in più di che cos’è una storia.

Parlaci della tua avventura professionale con questo film.

Si è trattato di un percorso tutto sommato lineare. Mario Gianani, che aveva letto il mio primo romanzo, ha messo in contatto me ed Emma. Ci siamo incontrati, abbiamo parlato, abbiamo riconosciuto una percezione condivisa, tanto della storia raccontata in Via Castellana Bandiera, quanto della città di Palermo nel suo complesso. A quel punto, definiti gli aspetti contrattuali, mi sono trasferito a Palermo per alcuni mesi (Palermo è la mia città d’origine ma non ci vivo più da parecchi anni) e abbiamo cominciato a scrivere.

Ti sei sentito rispettato nel tuo ruolo? (rapporti con il regista, con la produzione…)

Sì, il rapporto con Emma e poi con Licia è stato ottimo, fondato sulla disponibilità ad ascoltare criticamente proposte e obiezioni. Abbiamo proceduto dialetticamente e il gioco di ipotesi, ripensamenti, modifiche e correzioni è stato sempre vitale.

Vai a Venezia? Ti ha invitato il festival o la produzione?

Sarò presente. L’invito è arrivato dalla produzione.

Non c’è un Leone alla sceneggiatura ma solo un premio anonimo alla sceneggiatura benché conferito dalla stessa giuria dei Leoni.  Che ne pensi?

Penso che ogni festival cinematografico ha una fisionomia – anche per quanto riguarda i premi che vengono assegnati – che, suppongo, discende dal contesto culturale in cui quel festival è nato. In generale mi piace molto l’attenzione capillare che in alcuni festival è data alle diverse professioni che danno forma a un film perché essendomi fatto un’idea – un anno fa, durante le riprese di Via Castellana Bandiera – di tutto ciò che determina la fabbricazione di una narrazione cinematografica, ho capito che questa complessità, questa straordinaria orchestrazione di competenze, andrebbe il più possibile valorizzata e resa percepibile. Dunque peccato se non c’è un Leone alla sceneggiatura (e lo stesso rammarico vale per quanto riguarda la fotografia, il suono, le scenografie, le musiche, il montaggio), ma pazienza.

Qual è la tua relazione prevalente nei confronti dei tuoi colleghi sceneggiatori? 

Via Castellana Bandiera è il primo film che ho scritto, non so neppure se abbia o meno senso considerarmi uno sceneggiatore, qualsiasi mia considerazione sul mondo degli sceneggiatori sarebbe dunque impropria. Quello che so è che tra le cose che in questi anni sto provando a fare con la scrittura a un certo punto è arrivato anche il cinema. Se tutto ciò avrà un seguito, se scriverò altre sceneggiature, di questo non ho davvero idea.

L’intervista è a cura di Aaron Ariotti

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Giorgio Vasta, has written together with Emma Dante (director) and with the collaboration of Licia Eminenti the film Via Castellana Bandiera, who competes in Venezia 70 section.

A four lines pitch

Palermo, Sicily, summer.  Two women lose their way. Their car drives along a narrow street.  Another car with a local  family on board arrives from the opposite direction.  The two cars face each other. Who is going to give way and move in reverse gear? The two engines are shut off. It coud have been solved in a few seconds. Now it becomes a show down. The night arrives and tension arises while the characters get to know each other. At dawn the conflict will have its final solution.

Where did you you get the idea for your story? 

Via Castellana Bandiera is a novel by Emma Dante published by Rizzoli in 2008. Emma and I decided though to rewrite as if it were a second version of the book.  We skipped the story step  and  moved on directly to some kind of treatment. Then the first draft of the script.  Later on  Licia Eminenti joined us.

Which are the key points of the story and why do you think it works?

The success of a film like this one cannot be measured simply by economic standards. But also by the quantity and the quality of reaction and discussion it may arise. The chore of the movie relies on the metaphorical strength of the story.   No one intends to make way. A situation deeply rooted in the culture of Palermo but at the same time typical of our times, at least in Italy.

What kind of audience is your target?

If movies like  L’intervallo by Leonardo Di Costanzo or Bellas Mariposas by Salvatore Mereu or Salvo by Fabio Grassadonia and Antonio Piazza – only to speak of the last season – are able to reach cinemas and to keep running for a while, this happens thanks to a certain kind of audience who decides to get involved with movies which are not  “mainstream”. Who  decides to be authors of their own attention, of their own eyes. Via Castellana Bandiera can communicate with this kind of  author- audience.

How was your professional experience in this film? Have you been in the condition to write what you wanted?

Mario Gianani, the producer, who had read my first book, introduced me to Emma who wanted to direct.  We met, we talked, we had the same feeling about the book and about Palermo. I signed my contract and I moved to Palermo where we began to write.  With Emma everything worked fine, same thing when Licia joined us. Our work was based on open minded dialectics and has been vital. The film, as it is now on screen, maintains our first intentions.  Via Castellana Bandiera is a savage, irregular and ferocious movie. Dispair is the natural way of life of our characters. Evil is unredeemable because who should do something to make things change is,  in a feticistic way, deeply in love with his own personal suffering which prevents him from opening his mind.

There is no Lion for best screenplay. Only an anonymous award although voted by the International Jury.

The extraordinary orchestration of professional skills which is needed to create a film should be more enhanced.

Do you go to Venice? Did the Festival invite you? Or the producer?

Yes. The producer invited me.

La sintesi dell’intervista e la sua versione in inglese sono a cura di Jean Ludwigg.