In un Giorno La Fine

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Il nostro socio Cristiano Ciccotti e il regista Daniele Misischia hanno sceneggiato il lungometraggio In Un Giorno La Fine presentato il 5 novembre nella sezione Riflessi della Festa del Cinema di Roma 2017.

Buongiorno, ragazzi. Chi di voi ci fa il pitch del film?

Daniele Misischia: Claudio Verona, un importante uomo d’affari cinico e narcisista, una mattina, andando in ufficio, rimane bloccato in ascensore a causa di un guasto. Quel fastidioso inconveniente sarà solo l’inizio di un incubo. Un virus letale sta trasformando i suoi colleghi in famelici zombie. Claudio, bloccato in quella trappola metallica, dovrà sopravvivere ad orde di zombie infetti che faranno di tutto per entrare e massacrarlo!

Vi abbiamo definito ragazzi, ma per esaurire la lettura delle vostre filmografie su IMDb ci abbiamo messo mezz’ora. Vi sentite degli esordienti, o dei professionisti finora rimasti un po’ appartati che finalmente hanno una ribalta?

DM: Ormai sono tantissimi anni che realizzo cortometraggi e lungometraggi indipendenti, sia come sceneggiatore che come regista. È diventata un’occupazione però nel 2013, quando ho iniziato a lavorare con i Manetti Bros. come operatore e regista di seconda unità, prima su Il Commissario Rex e poi con L’Ispettore Coliandro. In Un Giorno La Fine è il mio primo film con un’importante produzione alle spalle. I Manetti Bros. sono i produttori esecutivi del film con la loro Mompracem.

CC: Personalmente non mi sento né l’uno né l’altro, anche se va detto che questo è il nostro primo film “ufficiale”. E finalmente siamo riusciti a realizzarlo.

Torniamo al minuto zero. A chi è venuta l’idea del film?

DM: Qualche anno fa stavo pensando che sarebbe stato interessante e molto divertente raccontare “l’apocalisse” dal punto di vista di un povero disgraziato rimasto bloccato in ascensore durante la fine del mondo.

Parlandone con Cristiano abbiamo deciso di raccontare l’apocalisse usando gli zombie. Realizzare il film così sarebbe stato più semplice, sia per la messa in scena che per i costi. E poi abbiamo ragionato sul fatto che un film di zombie ambientato tutto dentro un ascensore non era mai stato realizzato!

CC: Sì, eravamo a casa di Daniele e mi sento dire: “Facciamo un film su un tizio chiuso dentro un ascensore mentre fuori c’è l’apocalisse?” Quella è stata la scintilla. Ho pensato subito che una storia del genere, oltreché essere relativamente semplice da un punto di vista produttivo, ci avrebbe permesso di creare un mondo intero raccontandone solo una parte. Era una sfida. E da lì siamo partiti.

 E con questa idea vi siete presentati dai vostri produttori. Giusto?

DM: Dopodiché abbiamo provato con tutte le nostre forze a farci produrre il film. Era di base un film semplice, con pochissimi attori e pochissime situazioni. Serviva un budget modesto per iniziare… ma abbiamo fatto solo buchi nell’acqua. Ci siamo avvicinati a persone “tutto fumo e niente arrosto” che ci hanno fatto perdere una quantità enorme di tempo senza arrivare a nessun risultato. Poi, dopo le mie esperienze lavorative con i Manetti Bros, sono stato contattato da loro, che insieme a Carlo Macchitella, volevano produrmi un film… la mia “opera prima” per il cinema. E così ho proposto subito la sceneggiatura di In Un Giorno La Fine che è stata immediatamente apprezzata. Così il film è stato prodotto da Rai Cinema e Mompracem (la nuova società di produzione dei Manetti Bros. e Carlo Macchitella).

CC: La prima stesura del film è del 2011. Abbiamo presentato il film a diversi “produttori” e, come ha detto Daniele, solo buchi nell’acqua. E aggiungerei per fortuna, perché forse tutte quelle porte sbattute in faccia o magari semplicemente chiuse a chiave ci hanno fatto maturare di più e crescere, sia sul lavoro che umanamente.

Venite da una lunga gavetta sulla scena indipendente. Come vi siete trovati in un contesto produttivo industriale, con Rai Cinema alle spalle?

DM: Per quel che mi riguarda è filato tutto liscio come l’olio. Non ho mai sentito il fiato sul collo dei produttori, anzi erano loro che mi consigliavano ogni giorno di pretendere sempre di più per migliorare la qualità del film. Anche in fase di post-produzione abbiamo avuto un confronto molto umano con la Rai, che ci ha fatto modificare, in montaggio, solamente piccole cose che oggettivamente potevano migliorare. Penso che abbia colpito molto la compattezza della sceneggiatura.

Forse, grazie a questo, nessuno ha avuto niente da ridire per cambiare qualcosa nel film.

CC: Assolutamente un’esperienza positiva, la sensazione era come se stessimo lavorando come sempre, solo con la tranquillità e la consapevolezza di avere, dietro, una produzione attenta e pronta ad aiutarci. Come ha detto Daniele, la sceneggiatura era compatta ed è stata accettata fin da subito, prima dalla Mompracem e poi dalla Rai. In ogni fase della lavorazione abbiamo avuto la fortuna di essere incoraggiati per il bene del film, e questo è qualcosa di unico. Infine, vorrei solo aggiungere che sono grato ai Manetti Bros. e a Carlo Macchitella per avermi dato la possibilità, come aiuto regia, di condividere il set con Daniele, con cui ho un rapporto di amicizia fraterna da qualcosa come dieci anni.

 Domanda di rito: come avete scritto il film? Vi siete divisi equamente i compiti? Oppure insieme davanti allo schermo, giorno per giorno…?

DM: Abbiamo scritto insieme uno scalettone con tutte le situazioni che avremmo inserito nel film, poi Cristiano ha scritto la prima stesura e le successive le abbiamo corrette e riscritte insieme.

CC: È stato importante ragionare, come facciamo sempre, su uno scalettone preciso, più o meno scena per scena, in cui avevamo descritto qualsiasi situazione avrebbe dovuto affrontare il nostro protagonista. Da lì sono partito per lavorare sulla prima stesura, che era pronta dopo un paio di mesi.

L’horror è il genere cinematografico più metaforico tra tutti. Oppure no, nessuna metafora, volevate solo fare un film d’azione fatto bene?

DM: Dal mio punto di vista, nell’horror c’è sempre qualcosa di sociale In Un Giorno La Fine è sicuramente un film d’intrattenimento, ma ci si possono trovare spunti interessanti. Gli zombie del mio film rappresentano la perdita dell’umanità… e il protagonista all’inizio è un vero stronzo insensibile. Forse gli zombie sono una sorta di suo riflesso, di ciò che sta diventando. Così, quando se li ritrova faccia a faccia comincia a cambiare e migliorare come persona e come essere umano.

CC: Sicuramente ci siamo divertiti a raccontare la storia di un uomo ricco e potente che perde tutto, compreso il controllo… per la prima volta in vita sua. Ma, metafore a parte, volevamo che fosse un film di genere che emozionasse ed impaurisse.

Zombi dall’istinto omicida. In un ideale spettro tra L’alba dei morti viventi e The Walking Dead, dove collocate il vostro film?

DM: Come disse George A. Romero, The Walking Dead è una soap-opera con gli zombie. Era interessante la prima stagione con Darabont alla regia…poi lo show si è perso nei banali sentimentalismi da melodramma tv. Sicuramente mi sento molto più vicino al cinema di Romero. Ma nel nostro film ci sono anche tanti omaggi ai due Demoni di Bava, a quel capolavoro di 28 Giorni Dopo di Boyle, al cinema di Sam Raimi e a quello di Carpenter.

CC: L’Alba dei Morti Viventi (Zombie, di Romero) è un capolavoro, e ho apprezzato TWD solo fino alla terza stagione. Diciamo che per il nostro film citerei anche La Horde e, uscendo dal genere horror, lo avvicinerei anche a In Linea Con l’Assassino, 127 Ore o Buried.

Come detto, tra i vostri produttori ci sono i fratelli Manetti, tra i pochi cineasti del panorama horror italiano che sono riusciti a circolare nel circuito mainstream in anni in cui sembrava che il genere fosse destinato solo a una distribuzione straight to video.

Scrivendo il film, lo pensavate destinato a quale pubblico?

DM: Sicuramente è un film di genere, sicuramente è un horror con gli zombie e quindi sicuramente attirerà di più gli amanti del genere. Ma sin dall’inizio l’idea era quella di realizzare un film non solo “di nicchia”. Abbiamo dato molto risalto anche al lato psicologico della vicenda. Il film può essere visto tranquillamente anche come un “thriller psicologico” con gli zombie. Per rispondere alla tua domanda, da regista e sceneggiatore la mia speranza è che arrivi, per quanto possibile, ad un vasto pubblico.

CC: Quando l’abbiamo pensato volevamo fare un bel film che non avesse limiti nazionali o legati al genere, soprattutto qui da noi. Generalmente in Italia non si dà grossa importanza all’horror o ai film di genere, ma In Un Giorno La Fine non è solo un horror pieno di jump scares e cliché. Volevamo esplorare l’angoscia di un uomo che rimane intrappolato in una situazione decisamente estrema, e credo che questo sia interessante per qualsiasi tipo di pubblico. Incrociando le dita.

Dato che la vostra locandina, giustamente, chiede: The end?, cosa pensate del cinema italiano del 2017? Vi piace? Vi fa schifo? Anzi, prima di tutto: esiste ancora il cinema italiano?

DM: Il cinema italiano ha tanto da dire e da dare. Il problema è che non si vuole rischiare e quindi chi ha da “dire e dare” non viene preso in considerazione. Negli ultimi anni però, per fortuna, anche grazie agli stessi Manetti Bros., una piccolissima rinascita c’è stata. Essendo una persona estremamente ottimista, spero che questa cosa non sia un caso isolato, ma cresca con gli anni.

CC: Io preferisco sempre non parlare di cinema italiano, o americano, o francese, o spagnolo. Credo che si debba parlare di Cinema e basta, che racconti storie interessanti, e intendo davvero interessanti. Ad esempio, ultimamente ci sono dei segnali molto incoraggianti, qui da noi: parlo di film come Lo Chiamavano Jeeg Robot, Veloce Come Il Vento, Ammore e Malavita o Smetto Quando Voglio. Si tratta di film fondamentalmente lontani da quello a cui eravamo abituati da una ventina d’anni a questa parte, e raccontano storie che ti inchiodano alla poltrona. Spero davvero che si continui ad andare in questa direzione.

Altra domanda provocatoria: che cosa manca all’horror italiano per stare in serie A?

DM: Dovrebbe cambiare la mentalità delle persone. L’horror, molto spesso, in Italia, viene visto come un genere “minore”, come qualcosa da ragazzini, come un gioco che serve a spaventare e basta. Non capiscono che è il genere, che, se fatto bene, può essere il più interessante e lo si può usare per raccontare la situazione politica attuale o tematiche sociali importanti. C’è questa mentalità che si “limita da sola” per cui, se un horror è italiano allora, automaticamente, è inferiore agli altri. Non è così.

CC: Sottoscrivo quello che ha detto Daniele. Bisogna innanzitutto cambiare mentalità. Gli esempi di film horror di serie A, parlando di cinema mondiale, sono tantissimi, e credo che questo possa indirizzare i nostri produttori ad andare in quella direzione, sia da un punto di vista creativo che produttivo. Se un film è un buon film, scritto, diretto e recitato come si deve, può raggiungere risultati importantissimi, al di là del fatto che si tratti di horror, thriller, sci-fi o altro. Dobbiamo, tutti, capire che bisogna cominciare ad incoraggiare le idee interessanti, anche perché, ormai, conosciamo benissimo tutto quello che propongono nel resto del mondo… e io sono convinto che possiamo tranquillamente dire la nostra. Dopotutto abbiamo una testa, due braccia e due gambe esattamente come loro, no?

Cosa vi aspettate da questa esperienza alla Festa di Roma?

DM: Io spero di divertirmi insieme alle persone che vedranno per la prima volta il film.

CC: Mi aspetto di vedere tanta gente, e soprattutto non vedo l’ora di vedere le loro reazioni in sala!

Vi va di segnalarci un film o una serie tv che avete visto recentemente e che vi sono rimaste impresse nella memoria?

DM: Qualche giorno fa ho visto El Bar di Alex de la Iglesia. Un thriller divertente e grottesco (e anche apocalittico) ambientato quasi interamente in un bar. Ottimo cinema che nasce prima di tutto da una buona scrittura e da un’ottima idea.

CC: Mi è piaciuto molto Alien: Covenant. Inoltre ho finito da poco di vedere la seconda stagione di Preacher. Due esempi di buona scrittura e ottima messa in scena.

 WGI si batte perché venga riconosciuta agli sceneggiatori l’importanza del proprio ruolo, mentre spesso anche nei Festival di cinema i loro nomi non vengono menzionati. Cosa ne pensate?

DM: Penso che un film sia il risultato del lavoro di tante persone, e penso che ognuna di loro dovrebbe avere il riconoscimento che merita. Da chi lo inizia a chi lo finisce.

CC: La penso allo stesso modo. La scrittura è alla base di un film ed è assurdo che qui da noi sia concepita come qualcosa di “lontano” da quello che poi vedi sullo schermo.

Grazie della disponibilità, ragazzi.

DM: Grazie a voi, è un grande piacere.

CC: Grazie mille!

L’intervista è a cura di Vincenzo Sangiorgio.

Scrittori a Roma – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla Festa del Cinema di Roma (26 ottobre – 5 novembre 2017).

Questa intervista WGI è apparsa anche sul sito Anonima Cinefili.

Lascia un commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

clear formSubmit