Il più grande sogno

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Anita Otto è sceneggiatrice insieme al regista Michele Vannucci de Il più grande sogno, presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 73. Il film partito dallo spunto reale della vita di Mirko Frezza, che interpreta il ruolo principale, racconta di un uomo alla ricerca disperata di un futuro.

Ciao Anita, visto che questo per te è un esordio, mi racconti del tuo percorso di formazione e professionale?

Io ho studiato molto, e devo dire da un certo punto di vista, purtroppo. Ho fatto il DAMS teatro a Bologna, perché venendo dalla provincia veneta per me fare cinema era impensabile. Quindi ho studiato teatro e drammaturgia. Poi sono venuta a Roma e sono entrata al Centro Sperimentale. Venendo a Roma sono entrata in contatto con il cinema, mi è capitato di colaborare con la Sandrelli per il suo film da regista e altre piccole cose, spesso nate per caso. In realtà è stato il territorio a darmi questi imput e farmi scegliere il cinema. Io poi scrivevo già racconti, teatro e recensioni anche, ma la sceneggiatura è arrivata dopo. Questo è il primo lungometraggio che ho scritto a uscire al cinema… è un film che ha avuto un percorso fortunato. Con il soggetto abbiamo vinto il Solinas Experimenta e da lì siamo arrivato al set abbastanza in fretta.

Mi fai un pitch del film?

È da tanto che non faccio più il pitch… Allora Il più grande sogno è la storia di un uomo che lotta contro il suo destino. È la storia vera di Mirko un uomo che esce dal carcere a 40 anni e vorrebbe cambiare vita per se e per la sua famiglia. Inaspettatamente viene eletto presidente del comitato di quartiere della sua borgata: La Rustica a Roma Est. Quindi coglie quest’occasione per trasformare la sua vita e quella della sua comunità. Così inizia il suo grande sogno di rivoluzionare la borgata, di uscire dalle solite dinamiche criminali, di non sprofondare più nella monnezza, insomma diventa una specie di sceriffo. Il problema è che ci sono una serie di ostacoli, quello più grande è suo padre che a sua volta ha trascorsi da criminale e lo mette in difficoltà.

È una storia curiosa, qual è il tono del racconto?

È un tono particolare, perché è molto legato al protagonista, Mirko, che interpreta se stesso. Lui è un omone, molto romano, sembra un gladiatore, bellissimo e quando si confronta con gli amministratori comunali parla proprio come un borgataro. Quindi ci sono situazioni divertenti legate al suo personaggio, ma lui è così nella vita. Io la prima volta che l’ho sentito nelle interviste registrate che aveva fatto Michele sono morta dalle risate! Quindi c’è un tono ironico, ma c’è anche il tono del crime, perché fin dall’inizio l’idea era di mischiare il cinema del reale con il genere. Il crime porta con sé anche una certa epicità, ma mischiandolo con il realismo si crea un prodotto diverso.

Quali sono stati i vostri riferimenti?

Il cinema che mescola genere e realtà, come Jacques Audiard, in particolare il suo Tutti i battiti del mio cuore ci ha ispirati. Poi un altro film importante è stato Biutiful di Inarritu, perché c’è un uomo diviso tra i problemi di lavoro e la famiglia. Ci piaceva anche l’idea di dialogare con il crime italiano, come Gomorra, pur facendo qualcosa di completamente diverso. Per noi era importante fare un racconto che fosse molto realistico, anche il set è stato quasi più un set da documentario che da film di finzione, anche perché tutto parte dalla realtà di Mirko.

Come è nata l’idea del film e come si è sviluppata la scrittura?

Siamo partiti dalle interviste a Mirko, che Michele aveva già fatto per un precedente lavoro. A me piace molto partire da storie reali, da persone che ti raccontano la propria vita, è un lavoro che faccio spesso, anche se non è facile trovare persone che abbiano la voglia di raccontarsi. Quindi abbiamo sbobinato le interviste e poi abbiamo selezionato le parti più interessanti e le abbiamo montate: è venuto fuori un materiale anomalo, che è un po’ un brutto soggettone, perché è risultato di copia e incolla delle trascrizioni. Da lì poi abbiamo fatto una prima scaletta vera e abbiamo fatto altre interviste a Mirko per riempire i buchi, da questo abbiamo scritto il soggetto.

La particolarità è che il soggetto cerca di avere il più possibile la voce del protagonista, lo scrittore si deve nascondere, è una storia quasi scritta in prima persona. Dopo naturalmente abbiamo scritto la sceneggiatura e poi c’è stata un’ultima fase, per me molto interessante, che è quella del canovaccio. Cioè estrapolare scena per scena i concetti fondamentali, in modo che sul set gli attori hanno un canovaccio di riferimento per improvvisare, questo per raggiungere il massimo naturalismo, senza intrappolare i personaggi in un dialogo troppo scritto. Questa è stata un’idea di Michele.

Come funziona questo canovaccio?

In pratica si estrapola il concetto di ogni scena: cosa succede, perché succede e come succede, più due o tre battute proprio significative. Il regista sul set ha questo strumento per controllare la scena e gestire l’improvvisazione. Naturalmente gli attori conoscono la sceneggiatura, ma magari non hanno proprio tutto a memoria. Poi comunque prima c’è stata una forte preparazione, anche gli attori sono stati in borgata tante volte. Alcuni hanno anche fatto dei lavori che erano quelli dei personaggi, per immedesimarsi stile Actor’s Studio.

E i tempi di scrittura quali sono stati?

Michele aveva già circa 4 ore di intervista a Mirko molto corpose dall’infanzia ad oggi. Le ha tenute nel cassetto per un po’, poi dal momento in cui sono arrivata io è passato circa un anno ed eravamo sul set. Quindi un anno di scrittura, incluso il Solinas. In cui comunque c’è stato uno sviluppo con i tutor.

Come ha funzionato il Solinas Experimenta?

Il concorso era per film a basso budget e con uno stile narrativo di ricerca. Noi abbiamo partecipato con un soggetto prima e poi con una sceneggiatura che poi è stata rivista appunto con i tutor. In tutto avremo fatto 5 o 6 stesure di sceneggiatura, nelle varie stesure abbiamo soprattutto tagliato molto. La difficoltà è che un personaggio del genere richiede un certo colore anche nei dialoghi e in sé la sceneggiatura era 80 scene, non molto, ma era difficile farle stare in 90 pagine… Pin realtà adesso se si deduce la sceneggiatura dal film montato secondo me si torna ad avere un numero di pagine superiore.

In termini di struttura non deve essere stato facile organizzare il materiale delle interviste in un arco narrativo, come avete fatto?

Abbiamo usato la struttura classica in tre atti con incidente scatenante, turning points, mid point eccetera… Lo schema è quello, poi va riempito, quindi capire quali elementi delle intervista possono diventare un turning point e così via. Dove avevamo dei buchi abbiamo o integrato con altre interviste o romanzato in parte, perché ovviamente c’è anche una parte di invenzione. La cosa principale era il tema del film, che fosse vicino al cuore del protagonista. Quindi la storia di Mirko per me è proprio “un uomo in cerca del suo futuro”. Io questo l’ho visto fin dalla prima intervista. Fatto saldo il cuore della storia, si può inventare e creare in relazione a quello e comunque diventa una verità. Poi Mirko è una persona a cui piace giocare con se stesso, quindi non è fiscale sui fatti. Lui ha sempre voluto fare l’attore e questa è stata una bella occasione.

Come è andata la produzione del fim? A parte Mirko gli altri attori sono professionisti?

Questo film è stato un po’ un miracolo, io penso davvero che sia stato un caso fortunato. È stata un’esperienza bellissima per tutte le persone coinvolte e anche per la borgata dove abbiamo girato. Michele il regista voleva affiancare a Mirko degli attori professionisti, tra cui c’è Alessandro Borghi, che per fatalità aveva già conosciuto Mirko su un corto ed era suo amico, quindi si è creata una sintonia pazzesca. La generosità di Mirko che ha condiviso con noi la sua storia ha contagiato tutti e tutti si sono spesi generosamente per il film.

Tu sei stata sul set? Come hanno funzionato le riprese?

Si sono stata alcune volte. Michele ha voluto adottare questo stile proprio documentario, quindi ha girato tutto in location, con luce naturale, appunto prendendosi anche tempo per improvvisare le scene. Non ricordo quante settimane hanno girato, ma comunque un po’.

Per te che non sei di Roma come è stato scrivere il romanesco?

Col fatto che siamo partiti dalle interviste non ho avuto molti problemi, perché già la trascrizione si fa in romanesco. È sempre la voce di Mirko che racconta e quindi io non ho dovuto creare molto. Conta che di trascrizione delle interviste avremo circa 200 pagine, un materiale enorme.

Mi puoi dire qualcosa dei tuoi progetti futuri o magari cose che sono in uscita nei prossimi mesi?

Si ci sono un po’ di cose, in cantiere ci sono altri progetti di cinema del reale. Ho sempre voglia di raccontare pezzi del territorio italiano, persone che conosco e intervisto. Credo che il cinema comunque prenda risorse dal territorio e quindi bisogna anche restituirle. Poi a me piace molto viaggiare in Italia e conoscere persone che mi raccontano la loro vita e mi ispirano. Quindi ci sono alcuni di questi soggetti che vanno avanti. Questo è un lavoro sempre di narrazione, è un lavoro diverso dal documentarista.

Chiudiamo con le questioni più da sindacato. Tra pochi mesi dovrebbe essere votata in Parlamento la nuova legge cinema, secondo la quale la parte più rilevante dei finanziamenti di sostegno alla produzione – circa l’80% – va ridistribuita tra coloro che hanno incassato di più nel corso dell’anno precedente. Cosa ne pensi?

Mi sembra una cosa molto pericolosa. Io poi adoro lavorare con le piccole produzioni ed esprimere l’Italia solo nel cinema di cassetta, che va bene al botteghino, è molto riduttivo. C’è anche un discorso dietro da fare: che si è un po’ persa l’abitudine ad andare a vedere il cinema italiano. C’è la convinzione da parte del pubblico che il cinema italiano sia noioso e questo è un pregiudizio che bisogna sconfiggere, quindi penso che i fondi statali dovrebbero essere spesi per questo.

Lo Stato italiano, pur accogliendo la normativa europea che permette agli autori di scegliere una collecting di loro gradimento, ha deciso di non modificare la condizione di monopolio della Siae. Potrebbe però esserci una riforma interna della Siae stessa. In vista di questa, tu che tipo di gestione vorresti per i tuoi diritti d’autore? In altre parole, c’è qualcosa che cambieresti della gestione attuale?

Io non sono iscritta alla SIAE… Tra l’altro mi ero informata presso un’altra società di Bologna che si occupa di diritti d’autore, che si chiama Patamu, ma non si occupavano di diritti televisivi, ma solo di registrazione delle opere. Io come prima cosa vorrei che ci fosse un rapporto meno impari, meno individuo vs istituzione, soprattutto per la gestione di qualcosa che alla fine mi appartiene come i diritti d’autore.

L’intervista è a cura di Fosca Gallesio

Scrittori a Venezia – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla 73 Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (31 Agosto -10 settembre 2016).

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