Viva la sposa

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Ascanio Celestini ha scritto, diretto e interpretato Viva la sposa. Il film viene presentato nella sezione Giornate degli autori oggi, 7 settembre, nella sala Perla.

Caro Ascanio,  ti lanciamo la sfida che affrontano tutti gli sceneggiatori quando devono vendere un progetto,  il pitch, cioè raccontare la storia in quattro righe. Di che parla Viva la sposa?

Un po’ di uomini e donne in una borgata di Roma che vivono alla giornata. Un attore alcolista, una prostituta, la figlia di un negoziante, un ragazzino, un piccolo truffatore. Al di sopra di tutte queste storie c’è una sposa americana. Un sogno. E alla fine della storia capisci che tutto si ripete. Che la borgata è un imbuto nel quale scivolano tutti nello stesso buco. Che quelli sembrano “altri” e invece siamo noi.

La tua prima opera “Pecora Nera” era tratta da un lavoro teatrale, “Viva la sposa nasce invece direttamente come soggetto per un film. Perché? Che differenze hai trovato nella scrittura?

Perché volevo scrivere pensando alle immagini e non alle storie. Che poi non c’è tanta differenza come concetto. Anche le storie si capiscono perché ti fanno immaginare le cose. Succede così quando ti racconto quel che ho mangiato a pranzo. Non ti faccio una lezione di cucina, ti dico quello che avevo nel piatto. Ma stavolta ho voluto cominciare dal luogo: il Quadraro, le sue strade, i palazzi, le facce.

Il Quadraro è una storica periferia romana già frequentata dal cinema, luogo degli ultimi che in realtà sono i piùPerché questa scelta? Com’è nata l’idea?

Ma infatti nemmeno io mi trovo d’accordo con questa definizione: gli ultimi. Ci sono i primi. I primi della classe. Le prime dieci voci nel trend del giorno (mi si apre una finestra del genere quando entro nella posta elettronica), i primi punti all’ordine del giorno. I primi sono una minoranza. La maggioranza viene dopo. Io parlo di questa maggioranza che esce dal rumore di fondo raramente.

Gli abitanti del Quadraro che metti in scena non somigliano a quelli descritti da Pasolini negli stessi luoghi. E’ la differenza delle epoche storiche o la differenza del tuo sentire che li fa così diversi?

Certo che sono diversi. Quelli di Pasolini sono quasi tutti morti. O forse, per dirla con le sue parole, o quasi, passano da una morte ad un’altra morte, quasi senza provare dolore.

I personaggi del mio film non hanno tempo per morire. Il loro tempo s’è consumato. Mi sa che non hanno nemmeno l’orologio.

Il tuo è uno struggente cinema di poesia, a tratti comica, mai disperata, i cui personaggi sono altamente caratterizzati, si potrebbe dire costruiti, attraverso le parole che usano. Sono il loro stesso modo di parlare. E’ così?

Le parole servono a dire le cose. Mica solo nel cinema o nella letteratura, ma anche dal fruttivendolo. Come faccio a chiedere un chilo di pere se non capisco la relazione tra la parola “pera” e il frutto che vorrei mangiarmi col pecorino? Noi siamo le nostre parole perché ci relazioniamo dicendole. Ma siamo anche tutte le cose che non riusciamo a dire. Pure Wittgenstein ci ha ripensato. Dopo qualche anno ha capito che “ciò di cui non si può parlare” non si deve tacere. Bisogna dire le cose, non le parole.

La scrittura del tuo teatro sembra fatta su misura per te che “la dici”. Come trasferisci questa tua fisicità nel cinema?

No, non ci credo. Io non sono indispensabile. Ho visto i miei testi rappresentati all’estero da attori bravissimi che non mi somigliavano per niente. Discours à la Nation è un testo che ho scritto e per il quale ho curato la regia. Ha vinto il premio come miglior spettacolo al festival di Avignone e anche come miglior spettacolo in Belgio nel 2013. Anche per questo il mio film ha avuto i Dardenne come coproduttori. E David Murgia, l’attore dello spettacolo col quale faremo una nuova produzione il prossimo anno, non mi somiglia per niente. Le storie stanno nella nostra testa, non sono corpi davanti ai nostri occhi.

Vero. E’ che chi segue il tuo teatro è consapevole dell’efficacia, della forza drammaturgica e poetica dei tuoi testi. Legarli fisicamente a te era un complimento, ma hai ragione, le storie non sono solo corpi.

Dall’esterno è difficile inserire Viva la sposa in un genere cinematografico.  Tu che ne dici? Viva la sposa appartiene a un genere e noi non sappiamo riconoscerlo, oppure il genere è una trappola, una definizione di comodo e in realtà non esiste se non come mancanza di originalità?

Mi piacerebbe dire che è una tragedia, ma Sanguineti direbbe che non è più possibile. Che la tragedia c’è quando si confrontano l’aristocrazia e il popolo. Senza l’alto e il basso non se ne parla nemmeno. Allora è una commedia grottesca. Non è più l’epica dove gli dei guidavano i personaggi come marionette. Non è la tragedia dove le divinità si limitavano a sostare sulla soglia e intervenivano a singhiozzo. Nella commedia grottesca non c’è Dio. I nostri Edipo sbattono la testa al muro anche quando il muro non c’è. Ma c’è il ficozzo.

Il tuo cinema, come il tuo teatro – si direbbe – ti somiglia. E’ così? Quanta empatia hai con i tuoi personaggi? In che cosa ti senti come loro e in cosa, al contrario, sei profondamente diverso?

Mi piace una definizione di Hrabal. Disse “Madama Bovary c’est moi” e la cosa mi fece ridere perché finché lo dice Flaubert ha un senso, ma lo scrittore cecoslovacco che c’entra?

E io l’ho sempre capita come: io sono i miei personaggi. Sono loro e tutti quelli degli altri. Perché dovrei scrivere storie se non avessi bisogno di viverci dentro?

Giusto. Il pubblico è il motore del cinema, assai più del teatro che riesce a sopravvivere anche con numeri piccoli. E’ un problema che ti poni produrre incasso al botteghino? O pensi il contrario, che hai già un pubblico forte che ti cerca e che devi solo fornirgli l’indirizzo di una sala cinematografica?

No, questo è un abbaglio. Anche in teatro c’è bisogno degli spettatori. Un paio di mesi fa a Castel di Lama avevano messo 150 sedie. Mi dicono “ce ne abbiamo pronte altrettante”, poi sono venute 600 persone. Se ne venivano 50 non sarebbe stato lo stesso spettacolo.

Il film è una coproduzione Italia/Francia/Belgio. C’è stato anche un impegno dei Fratelli Dardenne. Vuoi raccontarci qualcosa in proposito?  E’ stato faticoso arrivare a una co-produzione o è stato un processo naturale?

A questa domanda dovrebbero rispondere i miei produttori Alessandra Acciai, Giorgio Magliulo e Roberto Lombardi. Mettere insieme i pezzi di un film è come progettare una guerra. Puoi essere sconfitto, devi essere preparato al peggio, hai un’ideologia che ti sostiene, ecc.. tutto, insomma, tranne che non muore nessuno.

Nella conferenza stampa di presentazione, il direttore della Mostra di Venezia, Barbera ha detto che si producono troppi film a basso costo, che il low budget non produce qualità. Sei d’accordo?

Si producono film a basso costo perché alcuni (pochissimi) che hanno i soldi li mettono a disposizione di pochissimi altri. Se socializzassero un po’ il loro denaro non saremmo costretti a tirare la cinghia. Non so come l’ha detta questa cosa Barbera. Forse era un pensiero più articolato, non so.

Ma lamentarsi del fatto che ci sono tanti film a basso costo è come quando al supermercato in fila alla cassa senti le vecchie che si lamentano dei negri che sbarcano a Lampedusa. Aprimi un corridoio umanitario e non mi getterò più in mare. Apri il portafoglio delle grandi produzioni e non sarò più costretto a fare film a basso costo.

Mi rendo conto che è un parallelo azzardato. Ma lo faccio così… tanto per capirci.

Per quanto riguarda il mercato secondo te l’Italia deve continuare a fare come fa o deve sforzarsi di entrare di più nel confronto internazionale?

L’Italia dovrebbe stare più attenta a quel che succede fuori, ma tanto più attenta a quel che succede dentro.

Il ministro Franceschini ha promesso di varare una nuova legge sul cinema entro l’anno e di chiamare a consultazione le categorie per sentire il loro parere. Ne sei al corrente? Cosa andrai a dirgli o cosa vorresti che la WGI gli riferisse?

Io non sono stato chiamato da nessuno, ma non sono nessuno.

Noi della WGI pensiamo che di solito ai festival si dia poca importanza alla scrittura, e con le nostre interviste cerchiamo di colmare questo vuoto.

Tu cosa pensi del tuo doppio ruolo? L’Ascanio Celestini scrittore ha voce quanto il regista?

Quando scrivi una musica non ti interessi solo di un certo numero di note, non sei un esperto di alcuni tempi o pause. Quando fai un quadro non diventi un rossista o un grigista, i colori te li metti a disposizione e se pensi che abbia un senso li usi tutti. Quando faccio il mio mestiere non mi sto a chiedere se sono più regista o più attore, più musicista o più scrittore. Io scrivo con la testa e con la faccia, con le mani e con la voce, col cervello e con il cuore.

Grazie di cuore Ascanio! E infiniti auguri a Viva la sposa!

L’intervista è a cura di Amy Pollicino

Scrittori a Venezia – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla 72 Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2015).
Le foto dei film sono state messe cortesemente a disposizione della stampa dal sito della Mostra biennale.org e dal sito di Istituto Luce – Cinecittà filmitalia.org. a cui vanno i  nostri ringraziamenti.

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