Il Contagio

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Matteo Botrugno Daniele Coluccini hanno scritto insieme a Nuccio Siano e diretto il film Il Contagio, tratto dall’omonimo romanzo di Walter Siti, Mondadori 2008 e presentato in concorso nella rassegna delle Giornate degli Autori.
Abbiamo parlato con Matteo e Daniele prima della loro partenza per il Lido

Come ci descrivereste il vostro film? Qual è il cuore del racconto, il tema principale?

M.B. : Il tema principale si riassume nel titolo: Il Contagio. È un contagio prettamente sociale in cui personaggi di diversa estrazione sociale, che vengo dal centro di Roma e dalla periferia, si trovano ad unirsi, a contagiarsi e contaminarsi a vicenda. Volevamo rappresentare una Roma a due facce, che sono due facce della stessa medaglia.

D.C. : Il contagio non è solo sociale, tutto il film è pervaso da una sorta di dualismo: ci sono molte coppie nel film e molte situazioni bipartite che cercano di contagiarsi fra di loro per arrivare a una terza anima che le veda unite.

Come è nato il progetto? E in che modo si è sviluppato?

M.B. : Il progetto ha avuto una genesi complessa. Dopo l’uscita del libro di Walter Siti nel 2008 il romanzo è stato portato in scena a teatro da Nuccio Siano per tre anni consecutivi, dal 2009 al 2012, con un buon successo. Poi il progetto del film è passato a noi che siamo amici di Siano e lo abbiamo coinvolto nella sceneggiatura.

D.C. : Con l’aiuto di Nuccio abbiamo preso elementi già presenti nello spettacolo, riadattandoli al medium cinematografico, perché nel teatro la scrittura è molto più libera. Nello spettacolo c’erano 11 o 12 monologhi, la storia era raccontata da ogni personaggio individualmente, mentre per il film abbiamo creato una narrazione intrecciata. Questa è stata la cosa più complessa in scrittura, perché il romanzo non ha dialoghi diretti, è solamente un flusso di coscienza del narratore – lo stesso professore Walter Siti –  che osserva questo mondo e lo racconta a modo suo con sprazzi di dialogo qua e là. Noi abbiamo cercato di non mostrare solo il punto di vista del professore, ma di raccontare tutti i personaggi.

Il vostro film, come il precedente Et in terra pax, racconta uno spaccato sociale di Roma. Da romani, sentite il peso e la responsabilità di rappresentare la vostra città? Oltre al libro, che tipo di lavoro di documentazione avete seguito? Che idea avete della Roma di oggi e pensate che sia ben rappresentata nelle recenti produzioni cinematografiche e televisive?

M.B. : Da romani sicuramente sentiamo il peso di raccontare una storia su Roma, ovviamente come nel film precedente noi sentiamo l’ispirazione per una storia a prescindere dal luogo in cui è ambientata. Cerchiamo sempre di fare storie che possano essere globali, attraverso il piccolo raccontiamo una cosa molto più grande. Col primo film questo aspetto è arrivato, lo abbiamo notato presentando il film anche all’estero, e speriamo che questa cosa avvenga anche con Il Contagio. Noi non ci comportiamo come studiosi, che hanno una tesi e la vanno a indagare e verificare, noi lavoriamo con le storie che ci arrivano davanti agli occhi grazie all’osservazione di quello che ci circonda e sono queste storie che ci fanno venire in mente un film o, come in questo caso, delle integrazioni al racconto letterario di Siti. Quindi non è che abbiamo una storia e poi andiamo a documentarci, non credo si possa fare quando ci si confronta con una realtà che esiste intorno a noi e si voglia raccontarla. Che poi dovrebbe essere sempre questo il lavoro di uno sceneggiatore e di un regista.

D.C. : Nei nostri due film noi siamo sempre partiti dal piccolo, da un microcosmo che poi arrivava a rispecchiare il macrocosmo, quindi delle storie universali che partono dai personaggi e dalle loro storie quotidiane e crediamo che il modo in cui lo facciamo, in maniera molto realistica e verosimile, possa avvicinare il pubblico al tipo di narrazione che vogliamo affrontare nei nostri lavori. Sicuramente dall’osservazione viene il nostro spunto principale, quindi saper osservare la realtà che ci circonda, in maniera anche cinica, senza sovrastrutture e senza giudizi, dà anche la forza ai nostri personaggi e ai nostri lavori. Oltre al libro ci siamo documentati molto con l’osservazione diretta e in più abbiamo attinto proprio da Walter Siti, che ha vissuto gran parte delle esperienze raccontate nel suo libro.

M.B. : Per quanto riguarda la rappresentazione di Roma, sulla televisione non abbiamo la competenza sufficiente: possiamo dire che una certa fiction non rappresenta la Roma di oggi, mentre altre serie, come Romanzo Criminale, la rappresentano in maniera romanzata come vuole il linguaggio delle serie tv, il che è ottimo dal punto di vista del prodotto. Al cinema comincia a esserci una certa attenzione nel provare a capire cosa succeda la di là delle mura di casa nostra. C’è voglia di guardare la realtà, raccontarla e reinterpretarla, che è il compito di chi scrive una storia: esprimere un punto di vista basato sull’osservazione. In questo periodo noto una certa attenzione proprio per le storie, non solo ambientate a Roma ma anche in altre parti di Italia.

Come vi siete trovati a lavorare in coppia, sia in fase di scrittura che di riprese? Ci sono solo vantaggi nell’essere sia sceneggiatori che registi o a volte due diversi approcci al materiale possono arricchire il film?

M.B. : Per noi lavorare in coppia è estremamente naturale, ci conosciamo da quando avevamo cinque anni! Siamo cresciuti artisticamente e professionalmente insieme, quindi non abbiamo problemi. Diciamo che prepariamo tutto molto attentamente prima, sia per una nostra pignoleria, ma anche perché lavoriamo con budget limitati. Quindi abbiamo questa tecnica di preparare tutto al dettaglio prima, sia in fase di scrittura che di preparazione della regia prima del set. Il vantaggio di essere sceneggiatori e registi? Non saprei, il fatto è che non abbiamo l’altro punto di vista perché tutto quello che abbiamo scritto lo abbiamo sempre girato, non abbiamo né scritto per altri, né girato cose scritte da altri, quindi non sappiamo come rapportarci a uno sguardo diverso dal nostro.

D.C. : Il fatto di lavorare in coppia, oltre a essere naturale, ci permette di lavorare in gruppo perché siamo già abituati ad un lavoro di gruppo composto da due persone. Questo ci aiuta a saper ascoltare i consigli degli altri, noi ascoltiamo sempre i capi-reparto ad esempio. Per noi è importante che il cinema, essendo un’arte comunitaria, parta da un concetto di aggregazione e condivisione, credo che questo per noi sia un vantaggio. La difficoltà che troviamo nello scrivere quello che poi dobbiamo dirigere è che, avendo budget sempre un po’ ristretti, dobbiamo cercare di liberarci dalle restrizioni economiche. Scrivere liberamente senza farci influenzare dal fatto che poi debba essere realizzato a livello pratico. Quindi non ci sono solo vantaggi a essere sceneggiatori e registi.

Avete lavorato anche a contatto con Walter Siti? Pensate che una stretta collaborazione tra sceneggiatore/i e autore del romanzo sia fondamentale per realizzare una buona trasposizione cinematografica o no?

M.B. : Noi abbiamo incontrato Walter Siti in fase di acquisizione dei diritti del libro. E gli abbiamo parlato cercando di spiegargli come volevamo interpretare il libro. E’ stata un’ottima chiacchierata e lui non ha avuto nessun problema a lasciarci liberi di lavorare come volevamo. Sicuramente una collaborazione tra sceneggiatori e autore del libro può dare i suoi frutti, ma in questo caso c’è stata una collaborazione nel senso che i due mondi non si sono scontrati e Siti ci ha lasciato piena libertà. Ma penso che se viene scelto un romanzo è perché quel romanzo è nelle corde di chi lo vuole adattare, sia nelle tematiche che nella struttura, e che quindi non ci si voglia scostare più di tanto dal romanzo di ispirazione. Anche per questo non c’è stato nessun tipo di problema tra noi e Siti.

D.C. : Anzi, nelle nostre chiacchierate con Siti abbiamo affrontato non solo i temi del romanzo, ma anche tutto quello che lui ci ha voluto raccontare del periodo di documentazione prima di scrivere il romanzo. Molte delle esperienze che lui ha vissuto durante la documentazione le abbiamo inserite nel film, sono cose che non ci sono nel libro. Abbiamo cercato di restituire allo spettatore quello che noi abbiamo percepito dal libro. Quando Walter Siti ha letto la sceneggiatura non ha avuto nulla da dire, ha ritrovato nella sceneggiatura parte del suo lavoro e soprattutto l’essenza del suo romanzo.

Scrivere sapendo di dover poi dirigere il film influenza la vostra tipologia di scrittura?

M.B. : Ovviamente sì, perché noi abbiamo una scrittura molto descrittiva e visiva, vogliamo che chi legga lo script riesca a visualizzare le scene, soprattutto quando sono scene che prevedono l’uso di dolly o quant’altro. Per questo nella parte di azione siamo il più descrittivi possibile, cosa che forse non è tanto diffusa, ma siccome il film lo dobbiamo dirigere, noi partiamo sempre da un’idea visiva e poi scriviamo l’azione in base a quell’idea.

D.C. : Io credo che la nostra metodologia di scrittura sia in realtà abbastanza classica: scriviamo però sempre con un’idea registica in mente, quindi siamo meticolosi nella descrizione delle azioni, dei personaggi e anche dei gesti. Poi ovviamente c’è una parte di libertà che lasciamo all’attore, ma sempre legata alla nostra idea di scena. Essendo anche registi, scriviamo i movimenti di macchina e la tecnica di ripresa, in sceneggiatura mettiamo anche le musiche che vorremmo utilizzare (a volte sono solo delle references musicali); durante la scrittura ascoltiamo la musica e poi ci lasciamo guidare da essa. Sono due processi che vanno di pari passo: mentre scriviamo la sceneggiatura, noi affiniamo la nostra idea registica.

In che modo venivano prese le decisioni su scene, personaggi e snodi narrativi? Tutte le scelte sono sempre state fatte insieme e di comune accordo?

M.B. : Come dicevo prima, le decisioni vengono prese in tre, anche insieme a Nuccio Siano che è co-autore della sceneggiatura. Quindi ogni idea, ogni snodo, ogni personaggio è stato scritto mettendo d’accordo tre persone diverse, dovevamo essere sempre tutti e tre convinti, se una cosa andava bene solo a due su tre, voleva dire che era sbagliata. Le scelte quindi vengono sempre prese di comune accordo, non scriviamo una scena a testa, non giriamo una scena a testa, come fanno molti. Noi definiamo esattamente come deve essere scritta e girata una scena prima, poi facciamo le prove con gli attori e con i capi-reparto per essere tutti quanti convinti e sicuri di cosa si va a girare. Rispetto alla sceneggiatura, alcune cose sono cambiate, grazie al contributo e all’apporto artistico delle altre figure, come il direttore della fotografia, la scenografia e il reparto costumi.

D.C. : In realtà il lavoro che facciamo noi è molto forte prima di cominciare a scrivere. Le decisioni sugli snodi narrativi vengono prese prima, lavoriamo dedicando la maggior parte del tempo alla struttura, alla composizione delle scene e alla costruzione dei personaggi. Ci aiutiamo facendo anche delle piccole biografie dei personaggi, cerchiamo di andare indietro nel tempo, in modo da sapere chi sono e avere chiaro in che modo debbano agire. Poi ovviamente durante la scrittura ci prendiamo anche delle libertà, ma cerchiamo di essere fedeli a quello che abbiamo costruito in fase di preparazione e comunque tutte le decisioni vengono prese insieme, perché crediamo che sia il modo migliore per lavorare in tre quello di essere sempre in comune accordo.

Riguardo la stesura delle sceneggiature, quanto vi affidate a strutture e archetipi narrativi e quanto lasciate la vostra creatività libera di esplorare una storia senza “regole” di sorta?

M.B. : Premetto che noi siamo autodidatti, non abbiamo mai frequentato corsi di sceneggiatura, né scuole di cinema. Senza essere presuntuosi, diciamo che i nostri maestri sono stati i grandi del passato: Fellini, Pasolini, Tarkovskij, Kieslowski, arrivando anche a Lynch e Cronemberg; tutti questi autori hanno fatto sì che noi ci appassionassimo al cinema e hanno fatto venire voglia di scrivere un film anche a noi. Ovviamente non avendo una preparazione accademica, abbiamo cercato di costruire da soli la nostra professione, cercando di mescolare lo stile classico dei film mainstream. Abbiamo parlato di autori ma consideriamo anche il mainstream, quindi unire la capacità di scrivere una storia secondo determinate regole, ma allo stesso tempo di prenderci la libertà di andare oltre quelle regole per stupire e stupirci anche noi in fase di scrittura. Ovviamente le regole sono già codificate e noi le sfruttiamo in tutte le fasi della narrazioni, per dare vita a un archetipo narrativo solido e forte, anche se poi, spesso e volentieri, tendiamo a dimenticarcele.

D.C. : Il mestiere del regista è quello di saper prendere dalla realtà e reinterpretare, quindi cercare di comprendere il mondo che ci circonda e riportarlo attraverso il proprio sguardo. Penso che il mestiere dello sceneggiatore sia sostanzialmente lo stesso. Anche se non abbiamo avuto una preparazione accademica, abbiamo saputo carpire dai maestri, non solo quelli del cinema citati da Matteo, ma anche dai grandi della letteratura, del teatro e della musica. Abbiamo fatto un processo di ingegneria inversa: prendere il prodotto finale e riuscire a capire la struttura e il processo che c’è dietro quel risultato. Forse non avendo fatto scuole questo processo è stato più lento e difficile, ma la nostra curiosità e la volontà forte di fare questo lavoro ci ha portati a ricercare e studiare molto quello che dovevamo poi andare a fare come sceneggiatori e registi.

Dopo la prima stesura, vi avvalete dell’aiuto di editor o lettori di fiducia per avere un parere, suggerimenti e note per migliorare lo script nelle revisioni successive?

M.B. : Dopo la prima stesura generalmente diamo lo script ai nostri produttori, nello specifico a Kimera Film che ha prodotto anche il nostro primo film. Per quanto riguarda lettori di fiducia, facciamo leggere il copione a qualche amico che sia appassionato di scrittura e cinema in generale e che ci conosce abbastanza bene per darci un parere schietto e sincero. Principalmente però ci affidiamo alla parte professionale e i nostri lettori di fiducia sono sicuramente i nostri produttori. In questo caso, dopo la prima stesura, ce ne sono state altre 5. Dopo ogni stesura ci confrontavamo con i produttori, ci mettevamo intorno ad un tavolo, ne discutevamo, qualche volta litigavamo, per cercare di compattare una storia che, di solito, in prima stesura, è sempre molto lunga e necessita di tagli, cambiamenti e migliorie di struttura. I produttori sono coloro che devono far funzionare il film anche commercialmente. Quindi insieme dobbiamo trovare una chiave che lasci inalterate le nostre “presunzioni autoriali” ma che abbia anche la capacità di coinvolgere un pubblico molto più vasto. Dal momento in cui si consegna la prima stesura è come se il film non fosse più solo “tuo” (come autore) ma diventi “nostro”.

D.C. : Ho poco da aggiungere, dopo la prima stesura abbiamo fatto leggere a persone di fiducia cercando di diversificare le persone, qualcuno più appassionato di serie tv, altri di cinema “d’autore”, parola che uso con una certa difficoltà, appassionati di romanzi fino a persone che magari sono assolutamente fuori dall’ambiente cinematografico. I loro pareri spesso ci aiutano ad arrivare a delle stesure successive molto più essenziali. L’apporto più importante è stato però quello della produzione che, lavorando nell’interesse del film, cerca di togliere tutto il superfluo e lasciare le cose davvero importanti per lo spettatore e anche per noi, per la regia. La produzione sa che in 5 settimane di riprese è importante dare priorità agli elementi indispensabili per evitare che si possa perdere tempo a girare cose magari superflue e non avere poi più soldi e giorni di riprese per gli elementi essenziali.

Ritenete che la stesura definitiva del copione debba essere per larga parte rispettata sul set o pensate che in fase di riprese modifiche ed intuizioni possano beneficiare alla riuscita del film? Ce ne sono state sul vostro film? Se sì, ce ne parlate?

M.B. : Questa domanda conferma quanto pensiamo siano utili le prove.  Quando si prepara un film, spesso non vengono prese in considerazione le prove che invece noi riteniamo siano importanti quasi quanto le riprese stesse. Per noi è importante arrivare sul set con il film già pronto da girare e non costruirlo durante le riprese perché, per quanto ci riguarda, abbasserebbe di molto la qualità del lavoro. A meno che chiaramente non si abbia un budget sufficiente per avere molti più giorni di riprese, e purtroppo non è il caso nostro.

Abbiamo lavorato molto insieme agli attori, costruendo insieme i personaggi, plasmando le battute addosso a loro. Cercando di tirare fuori insieme il senso di quello che volevamo dire. Non siamo legati in modo ossessivo alle battute e ai dialoghi se possono migliorare grazie alla professionalità e all’apporto artistico dei nostri attori. Anche le azioni nelle scene vengono adattate alle location, questo vuole dire che tutto viene preparato prima. I movimenti di macchina e tutte le cose tecniche costruite insieme ai capi reparto. Però, anche se prepariamo tutto prima nei minimi dettagli, questo non vuol dire che sul set non si possano cambiare delle cose. A volte capita che dopo aver visto sul monitor la scena costruita con scenografia, costumi e fotografia ci rendiamo conto che non funziona al 100% come ci immaginavamo. Possiamo quindi prenderci la libertà di cambiare.

D.C. : Ad esempio questo ci è successo proprio l’ultimo giorno di riprese per la scena finale del film. Nella scena c’è il professore che cammina da solo in periferia ma in sceneggiatura non era solo, incontrava tanti personaggi del film che quasi tornavano a tormentarlo. Era un turbinio di incontri, sguardi, con alcuni scambiava anche qualche parola. Quel giorno, dopo aver preparato la scena e fatto 2/3 ciak, ci siamo riuniti io e Matteo e abbiamo convenuto che la scena non funzionava, soprattutto come finale del film. Abbiamo così deciso di cambiare in corsa l’ultima scena del film nell’ultimo giorno di riprese. E’ stato un bell’atto di coraggio. Abbiamo fatto proprio una riscrittura a livello narrativo del film. In sceneggiatura sembrava quasi un nuovo inizio invece ci siamo resi conto che, dopo tutto quello che avevamo vissuto, non avevamo più bisogno di tutti quei personaggi e quelle parole.

Ci regalate la vostra scena preferita del copione? Perché l’avete scelta? 

M.B. : Abbiamo scelto la scena (che potete leggere qui: Il Contagio scene 39-40 per WGI) tra il professore e Chiara, moglie di Marcello e amante del professore. Scena interpretata magistralmente da Anna Foglietta e Vincenzo Salemme. L’abbiamo scelta perché è una scena in cui la scrittura è importante, più della regia. Abbiamo utilizzato una regia semplicissima senza strafare perché il punto di forza è proprio il dialogo, così denso di significati e intimità. Ci sembrava il caso di far emergere quel dialogo e la bravura degli attori.

D.C. : Credo sia anche una delle scene più belle del film pur essendo una delle più semplici, senza alcun virtuosismo a livello tecnico. C’è una bellissima fotografia di Davide Manca che ha ricostruito benissimo la penombra casalinga di un pomeriggio assolato. Credo sia una delle scene più importanti anche a livello di scrittura. Si parla di cose molto semplici ma che nascondono molti significati e sottotesti. E’ quello che piace fare a noi: cercare sempre di semplificare ai minimi termini il dialogo, cercando le parole giuste senza aggiungere nulla di superfluo. Ci interroghiamo molto spesso anche sull’uso di un vaffanculo o un mortacci tua perché crediamo sia fondamentale per restituire verosimiglianza e veridicità alle scene. Narrativamente e strutturalmente, questa scena capita a metà film e anche questa è una cosa indicativa circa l’importanza di questo momento.

Se aveste la possibilità di scrivere e realizzare un film senza alcun vincolo artistico e produttivo, che tipo di film vorreste fare? Avete un genere o un modello di riferimento? Avete un sogno/progetto nel cassetto?

M.B. : Per quanto mi riguarda ho un desidero ma costerebbe oltre 10 milioni di euro realizzarlo quindi almeno per il momento credo sia fuori dalla nostra portata, ma la speranza è l’ultima a morire. E’ un film tratto dal libro Le Benevole di Jonathan Littell che potrebbe essere, da un punto di vista cinematografico, qualcosa di molto epico che dica tanto sulla guerra ma sarebbe anche adatto per parlare un po’ della nostra Europa attuale.

Da un punto di vista artistico mi piacerebbe fare anche qualche follia alla Cronenberg o Lynch, forse perché sto vedendo la nuova serie di Twin Peaks e ne sono condizionato. Credo sia veramente un pezzo di futuro, un pezzo di quello che secondo me vedremo anche al cinema a breve. Una storia libera fatta di associazioni e di idee, grandi idee.

D.C. : Io personalmente vorrei non avere alcun vincolo produttivo, che non significa avere un budget illimitato ma semplicemente un po’ più di agio durante le riprese. Questo basterebbe a renderci degli autori più felici. In realtà le storie che raccontiamo noi non hanno bisogno di un grande sforzo produttivo ma richiedono del tempo che purtroppo viene sempre ridotto ai minimi termini e questo richiede un grande sacrificio da parte della produzione, dei tecnici, degli attori e nostro che dobbiamo coordinare una troupe di 100 persone con un tempo limitato. Anche se i nostri film non necessitano di budget grossi, avere qualche soldo in più farebbe comodo sia a noi che al progetto per un miglior risultato finale.

Parlando delle vostre idee originali, come nascono di solito i soggetti? Da una premessa narrativa intrigante? Dal mondo del racconto? O dai personaggi?

M.B. : I nostri soggetti possono avere vari punti di partenza. Ad esempio una serie di immagini che ci piacciono intorno alla quale costruire una scena o una sequenza. Oppure da un fatto di cronaca che ci ha intrigati e che ci dà l’opportunità di parlare di quello che c’è dietro alla notizia, di quello che non si vede e non si legge. Ad esempio, nel nostro primo film Et in terra pax, c’è uno stupro e noi facciamo vedere tutto quello che c’è dietro allo stupro, mostriamo tutto tranne lo stupro stesso. Ci ispiriamo quindi al fatto di cronaca ma ci piace di più dare il nostro punto di vista su quello che succede dietro.

D.C. : Molto spesso partiamo anche da una sola immagine o magari da un brano di musica, e poi ci costruiamo la storia intorno, partiamo dal nucleo, dall’essenza e costruiamo a strati la storia per renderla più corposa. Quello che ci interessa è raccontare le cose da un altro punto di vista. Partire da un qualcosa di conosciuto e raccontare il dietro le quinte. La nostra cifra stilistica credo sia raccontare l’umanità che c’è dietro ai personaggi. Spesso i personaggi sono costruiti in modo archetipico, quello che vogliamo fare noi è restituire l’umanità che c’è dietro agli archetipi, raccontare cosa si nasconde dietro la facciata. E’ il nostro punto di partenza, ci piace raccontare storie e personaggi che possano essere riconoscibili  per gli spettatori.

Finora siete stati autori a tutto tondo. In futuro, prendereste in considerazione l’ipotesi di scrivere un copione per un altro regista o di dirigere un film scritto da altri?

M.B. : Nei nostri progetti c’è quello di continuare a scrivere e dirigere ma c’è anche la voglia, nell’immediato futuro, di confrontarci col mondo artistico di un altro autore o di scrivere per un altro regista, che si tratti di cinema o anche serie tv, data la crescente qualità della serialità in Italia. Dal mio punto di vista, preferirei comunque dirigere qualcosa scritto da altri, piuttosto che scrivere per un altro regista. Per il semplice fatto che mi piace la vita del set, girare è quello che personalmente preferisco.

Già comunque scrivere con persone diverse, il primo film con Andrea Esposito, questo con Nuccio Siano, è sicuramente un primo piccolo passo per mettere insieme diverse entità e non scrivere e dirigere solamente noi.

D.C. : Sicuramente c’è il desiderio di tentare entrambe le esperienze. Non so poi, all’atto pratico, quale sarebbe il risultato. La nostra mania di controllo verrebbe messa a dura prova e non so come ci troveremmo. La voglia c’è ma non so quanto sia compatibile con le nostre anime. Siamo comunque persone molto duttili quindi credo che arriveremmo a dei buoni compromessi per fare un bel lavoro.

Due film e due volte a Venezia, quali le differenze, umane e professionali, con la prima volta? Cosa vi aspettate stavolta da questa esperienza al Festival?

M.B. : La prima volta siamo venuti qui con un film estremamente indipendente. Era un tentativo di buttarsi all’arrembaggio e che ci ha dato, per fortuna, l’occasione di entrare nel sistema “Cinema”. Era partito però quasi come un gioco che poi ha preso la forma di una professione. Vedendo i riscontri di critica, pubblico, dei selezionatori dei festival e degli appassionati di cinema in generale abbiamo capito che questo poteva essere il nostro linguaggio con cui esprimersi. Per quanto riguarda Il Contagio, invece, le cose sono molto diverse. Siamo sempre a Venezia e sempre alle Giornate degli Autori ma con un film diverso dal punto di vista produttivo perché non è un film indipendente. Ci sono finanziatori privati, c’è Kimera Film, Rai Cinema, Notorious Pictures e questo per noi è stato molto positivo perché siamo comunque stati liberi di esprimerci anche se non era una produzione indipendente. Poi credo che un cast con nomi così importanti possa aiutarci a fare un ulteriore salto di qualità.

D.C. : Una delle cose che ci fa più piacere è proprio tornare alle Giornate degli Autori perché è stata la sezione che ci ha voluto la prima volta e che ci ha fortemente voluto anche ora. Ci piace perché è una sezione libera, come il cinema che piace a noi. Quando venivamo a Venezia da semplici spettatori ci poteva capitare di perdere qualche film in concorso ma non ne perdevamo mai uno delle Giornate degli Autori. E ritrovarsi poi qui con i nostri film è motivo di grande soddisfazione. E’ una sezione libera e indipendente dalle logiche del mercato e del glamour e quindi siamo felici di esserci. Sarà di certo un’esperienza molto bella, piena di emozioni, con una consapevolezza diversa, più matura. Questa volta siamo un po’ più sotto i riflettori perché dobbiamo confermare, con questo secondo film, di essere all’altezza di questo mestiere.

La WGI intervista gli sceneggiatori per coprire un vuoto d’informazione. Di solito, ai festival si parla solo di registi e attori. Che ne pensi di questa abitudine? Voi che ricoprite entrambi i ruoli, notate una considerazione diversa tra il vostro lavoro di regia e sceneggiatura? Ritenete che in Italia la categoria degli sceneggiatori sia sufficientemente tutelata e riconosciuta?

E vi sentite tutelati anche dalle leggi sul diritto d’autore? O cambiereste qualcosa?

M.B. : E’ una serie di domande molto complessa. Da un punto di vista prettamente politico non ci siamo ancora interessati a come in Italia viene considerato il lavoro dello sceneggiatore e da come vengano tutelati dalle leggi sul diritto d’autore. E’ una cosa che dobbiamo ancora un po’ scoprire e questo forse la dice lunga su come vengano trattati gli sceneggiatori in Italia, forse è già una risposta di per sé. Di sicuro una cosa vorremmo cambiasse, vorremmo che ci fosse più considerazione per il lavoro dello sceneggiatore e anche per quello del regista e che dall’esterno, per il pubblico, ci fosse chiarezza da parte di chi il cinema lo fa sul come il cinema venga fatto e su quali obiettivi si propone. Questo lavoro per noi non è un modo per far parte del mondo dello spettacolo, la notorietà non ci interessa. Abbiamo però la presunzione di poter raccontare delle cose e di saperle raccontare. La stessa che credo abbia qualunque sceneggiatore e regista. La presunzione di saper dire e raccontare qualcosa meglio di qualcun altro, presunzione ovviamente tra virgolette. Sono dei tentativi che poi devono però ovviamente avere delle conferme dagli addetti ai lavori e soprattutto dal pubblico.

D.C. : Sicuramente la figura dello sceneggiatore è un po’ in ombra nel mondo del cinema. In realtà è forse la figura fondamentale, è quella da cui parte tutta la macchina del cinema. Noi abbiamo la fortuna di essere sia sceneggiatori che registi ma credo che la cosa che si dovrebbe fare sia pensare di più al gioco di squadra, registi e sceneggiatori dovrebbero lavorare più insieme per sviluppare progetti migliori, in cui lo sceneggiatore pensi che il film dovrà poi essere realizzato e il regista che lo sceneggiatore debba avere una libertà di scrittura. Riuscendo a mettere insieme queste due anime, che poi viaggiano su un unico binario che è quello del film, credo che si possa ottenere un lavoro migliore da ambo le parti. Credo che promuovere anche la figura dello sceneggiatore sia un lavoro fondamentale da fare perché purtroppo in Italia ancora molte persone non sanno esattamente che lavoro faccia lo sceneggiatore e credo sia un grandissimo peccato.

L’intervista è a cura di Riccardo Degni

Scrittori a Venezia – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla 74 Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (30 Agosto – 9 settembre 2017).

La presente intervista della WGI è già apparsa sul sito di Anonima Cinefili.

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