Modalità Aereo

Incontro con il nostro socio Herbert Simone Paragnani che ha scritto insieme a Paolo Ruffini e al regista Fausto Brizzi la commedia “Modalità Aereo”, nei cinema dal 21 febbraio 2019. Herbert ci racconta il processo di scrittura del film, con alcune riflessioni sul genere della commedia e sulla situazione del cinema italiano. 

Ciao Herbert, iniziamo con la domanda di rito. Puoi fare il pitch di modalità aereo?

Non vedevo l’ora (ride)..! Considero il pitch fondamentale per capire se un film funziona. Allora: un imprenditore bello e spietato, a metà tra Luca Vacchi e Lapo Elkann, in procinto di prendere un volo intercontinentale, perde il suo cellulare che finisce proprio nelle mani di due poveracci che ha fatto licenziare. Questi ne approfittano per sostituirsi a lui, rovinandogli la reputazione sui social e la vita professionale. Solo un’inaspettata alleanza con i suoi persecutori riuscirà a svelare le macchinazioni di un insospettabile nemico che ha approfittato delle sue difficoltà per togliergli il controllo delle sue aziende.

Come è nato il progetto e come avete lavorato alla scrittura insieme a Fausto e Paolo Ruffini? 

Cercavamo un film con un high concept. Paolino (Ruffini ndr) aveva questo spunto tra le mani che ci ha raccontato e che abbiamo subito sposato facendolo “esplodere”, pensando un po’ a “Una Poltrona per Due” che – casualmente – è uno dei film preferiti. È venuto proprio bene! Fa molto ridere e non era scontato.

Come è stato strutturato il lavoro di gruppo, proprio in maniera pratica e quali sono state le tempistiche?
Nove mesi, una specie di parto! Dall’idea iniziale che era forte ma non perfettamente centrata, abbiamo cominciato a ragionare sul tono, sui protagonisti, sui vettori comici.

Fausto poi è abituato a pensare i film e a scriverli sugli attori. Lillo è stato coinvolto subito, ed è stato entusiasta quando gli abbiamo raccontato l’idea. Paolino invece non aveva pensato di poter ambire a interpretare il film, però poi nella writing room, recitando i dialoghi abbiamo capito che poteva dare un tocco buffo, non scontato al personaggio del ricco e superficiale imprenditore. Devo dire che è stato bravissimo, anche grazie alla regia di Fausto che lo ha saputo indirizzare su corde che non aveva mai potuto utilizzare. Probabilmente la molla è scattata in Fausto quando lo ha visto sul palco del “Sogno” shakespeariano diretto dal nostro amico Massimiliano Bruno. Comunque. Una volta delineato il soggetto insieme siamo partiti con la scaletta. Dopodiché ci siamo divisi i pezzi e la sceneggiatura è stata molto “liscia”, veloce.

La commedia è forse il genere cardine del cinema italiano, sicuramente quello preferito dai produttori che sembra garantire maggior successo, e al contempo è anche il genere più disprezzato dalla critica. Tu come vedi la commedia cinematografica oggi, nei suoi lati positivi e negativi?

Mmmmm… Il domandone! (Ride). Secondo me non ci sono lati negativi nella commedia, ci sono lati negativi solo nei film brutti, di qualsiasi genere siano. Poi possiamo parlare del fatto che il mercato cinematografico italiano sembra essersi diviso in due solo generi – “generi” tra virgolette, perché poi manco sono generi per me, ma è un discorso più ampio: cioè commedie e film da festival. Non è un caso che quando qualcuno riesce a sfondare i muri tra queste due stanze (che dovrebbero essere sempre comunicanti e che spesso ahinoi non lo sono) o a riesumare e ibridare i generi incontra i favori del pubblico. E, paradossalmente, anche della critica.

Hai una grande esperienza di autore di commedie. Qual è secondo te il segreto, la ricetta giusta per scrivere una buona commedia?

Devi avere i tempi comici. Sapersi divertite, avere il gusto della battuta, magari avere lo zeitgeist, lo spirito dell’epoca. Soprattutto devi avere la fortuna di trovare un regista che capisca quello che scrivi o da attori bravi. Qualsiasi sceneggiatore con un minimo di carriera alle spalle ha scritto copioni, anche per la tv, massacrati da registi inutili o attori inadeguati, poi magari nessuno lo dice per una pavidità che è il vero fatal flaw della categoria, almeno qui in Italia.

Sia in questo film che nel tuo precedente “Beata Ignoranza” il dispositivo del racconto ruota attorno al telefonino e al rapporto con le tecnologie, questo è solo un spunto sociale o è un tema che ti sta cuore? Tu credi che queste nuove tecnologie, pur utilissime, ci stiano togliendo qualcosa? E che in particolare per gli italiani il rapporto con il telefonino sia un po’ esagerato e per questo facile bersaglio delle commedie?

No, francamente è un caso. O meglio: è un po’ lo zeitgeist di cui ti parlavo prima. Se pensi a una delle migliori sceneggiature degli ultimi anni, “Perfetti Sconosciuti”, parte da uno spunto su queste vere e proprie scatole nere che ci portiamo dietro. Personalmente non conosco nessuna coppia che non si sia lasciata per colpa del telefonino o di una chat o di un’app malandrina. Magari dietro la Samsung o Apple e Huawei eccetera c’è la potentissima lobby degli avvocati divorzisti. A parte gli scherzi, è ovvio che si rifletta su questo cambiamento epocale della comunicazione che sta modificando radicalmente i rapporti umani. Si stava meglio quando si stava peggio? Non lo so. Certo, ho memoria di quando agli appuntamenti si andava senza telefonini in luoghi della città sconosciuti e ci si ritrovava tranquillamente. Adesso ci capita di fare sei telefonate e scambiarci settantatré messaggi per vedersi al solito bar senza accorgersi che siamo a tre metri di distanza l’uno dall’altro. Gli italiani sono esagerati in tutto, tendono all’abuso più che all’uso. Pensa al cibo. Uguale coi telefonini. Mi chiedo se Dante avrebbe mai scritto la Divina Commedia con internet. Io credo di no. E invece di scrivere poemi su Beatrice avrebbe aperto un profilo su Tinder e tanti saluti! Vabbè, un po’ esagero, ma che ci si concentri di meno, è un fatto evidente.

Tu ti sei espresso a favore del coinvolgimento dello sceneggiatore anche come produttore creativo, dicendo che se vogliamo ottenere di più bisogna anche farsi carico delle responsabilità. Riesci nei tuoi progetti ad avere questa posizione? Sei stato coinvolto nella realizzazione di Modalità aereo anche in altre fasi oltre la scrittura?
Voglio essere sincero con te: non sarò sincero in questa risposta! Ahahahah! No dai… diciamo che entro in “Modalità democristiana”. Ti dico una cosa generale che è difficilmente contestabile: il grave ritardo dell’industria dell’audiovisivo in Italia è colpa del mancato automatismo che in altri contesti produttivi, ben più avanzati, fa sì che il creatore

di una serie o lo sceneggiatore del film sia anche produttore. È così, punto e basta e fino a che non cambierà saremo qui a lamentarci di un mercato asfittico che chiede sempre gli stessi prodotti, della scomparsa dei generi, della totale mancanza di appeal internazionale per i nostri prodotti, a parte poche eccezioni. È un caso che due talenti creativi come Mainetti e Rovere, che sono riusciti a mettersi sul mercato come produttori, propongono le uniche cose pensate per un mercato globale? Credo di no. Cambierà la situazione? Ne dubito.

Vorrei chiederti qualcosa sui tuoi progetti futuri, se c’è qualcosa che ci puoi anticipare.

Progetti tanti. Intanto il 7 marzo Fausto (Brizzi ndr) inizierà a girare un altro film, stavolta con Medusa, tratto da un suo libro “Se mi vuoi bene” e che ho sceneggiato insieme a lui, Martino Coli e Mauro Uzzeo. Poi c’è una sceneggiatura che ho scritto con Fausto e Lisa Riccardi che spero diventi il mio prossimo film da regista, incrocio le dita… E sto scrivendo anche per altri. C’è una storia che mi sta molto a cuore che potrebbe diventare l’esordio di una regista, Isabella Salvetti, che ha fatto un corto geniale come “Due Piedi Sinistri”, scritto benissimo da Nicola Guaglianone, che vinse un sacco di premi due tre anni fa, Nastri, Globi d’Oro. E poi il progetto per un film completamente diverso scritto insieme a e per Luigi Luciano, che tutti conoscono come Herbert Ballerina. Ma siamo all’inizio, vediamo che succede. È un film ambizioso, che potrebbe spiazzare il pubblico che è abituato alla solita commedia due camere e cucina. Non posso dire di più, per ora.

Ma soprattutto vorrei chiederti una tua storia del cuore, anche solo uno spunto su cui liberamente come autore, al di là delle possibilità produttive, ti piacerebbe lavorare?

Una storia c’è. Soprattutto c’è un ambito in cui mi piacerebbe muovermi, ma non so se riuscirò a farlo a breve. O in assoluto. Me lo tengo per me. Dai, concedimi una scaramanzia in cui non credo affatto.

L’intervista è a cura di Fosca Gallesio

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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