Youtopia

Nelle sale dal 25 aprile Youtopia racconta il complesso rapporto tra giovani e sesso su internet, reale e virtuale si incrociano in un dramma venato di genere. La sceneggiatura è firmata dal nostro socio Marco Greganti insieme al regista Berardo Carboni e Dino GIarrusso, Marco Antonio Berardi e Aliosha Messine.

 

Iniziamo subito con il nostro consueto pitch di apertura, mi racconti la storia di Youtopia?

È la storia di una ragazza, appena diplomata, che per sopperire ai problemi economici della famiglia, si spoglia in webcam per racimolare soldi e poi decide di mettere all’asta on-line la propria verginità. Da questo momento inizia una specie di discesa agli inferi per i personaggi, ma non sarà poi così scontato lo sviluppo, perché il web oltre a nascondere insidie offre anche delle opportunità. Demonizzare il web oggi è una pratica scontata e, diciamolo, inutile. Non era questo che a noi, al regista soprattutto, interessava. Il non-luogo virtuale dà anche la possibilità di far crescere se stessi e di portare questo nuovo sé anche nella vita vera. È questo il fuoco del film.

Ormai per i giovani le relazioni passano soprattutto attraverso il virtuale e il web, avete voluto raccontare un tema caldo parlando anche di sessualità. Come lo avete affrontato?

Abbiamo cercato prima di tutto di non generalizzare. E poi abbiamo cercato di fare un discorso di concetto: chi lo dice che la realtà è per forza migliore, più autentica? Anzi la nostra protagonista Matilde (che quasi condivide il nome con la sua interprete Matilda De Angelis) oltre che incontrare l’orco sul web, lì incontra un’altra persona, un avatar che non vede mai, ma che l’aiuta in un percorso emotivo, personale e profondo.

Berardo Carboni che è anche regista, è l’autore del soggetto. La sceneggiatura è firmata da te insieme a Marco Antonio Berardi, Dino Giarrusso e Aliosha Massine. Come sei stato coinvolto nel progetto e come ha funzionato la collaborazione?

Il progetto nasce proprio da una visione specifica e molto personale del regista, quindi il soggetto è suo. Io sono stato coinvolto in una fase successiva, quando c’era già una prima stesura di sceneggiatura. Dalla prima stesura, che era più uno scheletro, abbiamo poi fatto un lavoro complesso di riscrittura per arrivare a delle stesure più strutturate e approfondite. Il film è stato riscritto anche aggiungendo movimenti narrativi e cambi di scaletta, soprattutto per dare spessore ai personaggi e far emergere la loro psicologia. La regia ha rispettato pedissequamente la sceneggiatura finale; gli attori poi, grazie al regista hanno potuto fare un ulteriore lavoro di profondità sui personaggi.

Qual è stato l’elemento che ti ha attratto in questa storia e quale il tuo contributo diciamo artistico, al di là della tecnica da sceneggiatore?   

Io di solito come scrittore sono attratto da storie molto strutturate, che hanno molto plot e contengono tutti gli elementi che dovrebbe avere una storia. In realtà in questa sceneggiatura abbiamo lavorato molto sui personaggi. L’elemento che mi ha coinvolto e che ho colto sin dall’inizio è che c’era un grande lavoro sulla scrittura dei personaggi, con i loro drammi e le loro sfumature. Questo è un film d’autore che ha un elemento di genere che lo caratterizza, lontano dal mainstream americano, ma comunque di genere.

Con genere cosa intendi?

Ci sono delle scene ambientate proprio in un mondo virtuale, in cui seguiamo i personaggi attraverso i loro avatar che fanno delle cose e interagiscono. Come era un po’ Second Life. Su questo è stato fatto un lavoro di animazione artistico molto grosso e interessante. Questo uso del virtuale è l’elemento di genere a cui facevo riferimento, anche se poi quello che veramente è importante nel film e mi ha anche attratto verso questo progetto è la forza dei personaggi, soprattutto della protagonista: questa ragazzina che si trova costretta a delle scelte difficili, che verranno poi stravolte.

Oltre alla protagonista quali sono gli altri personaggi importanti?

C’è l’orco della situazione che è l’uomo che cerca di aggiudicarsi all’asta la verginità di Matilde, che è interpretato da Alessandro Haber. Il suo è un ruolo da antagonista, ma viene anche raccontato il vuoto siderale della sua vita. Il personaggio si chiama Ernesto, fa il farmacista e sembra uno che ha tutto dalla vita, ma in realtà è perennemente insoddisfatto e si sente vuoto, per questo è alla ricerca di emozioni forti. Poi c’è Laura, la madre della protagonista, interpretata da Donatella Finocchiaro, che è una persona distrutta, perché si sente “costretta” ad accettare quello che fa la figlia.

Visto questo lavoro così approfondito sui personaggi, avete fatto delle riscritture una volta scelto il cast?

In realtà no. Siamo stati fortunati perché Matilda De Angelis è proprio perfetta per il ruolo, rappresenta davvero in tutto e per tutto quello che il personaggio era in scrittura. Non solo con le ovviamente, ma tutti gli attori, in questo film, sono al loro massimo. Tutti sono stati in grado di dare la terza dimensione ai personaggi.

Il valore di forza della sceneggiatura è stato anche importante per realizzare il film a livello produttivo?

Be’ sì perché il film ha ottenuto i finanziamenti del MIBACT che hanno valutato sulla sceneggiatura.

Quindi possiamo dire che una buona sceneggiatura è davvero l’elemento di svolta per il destino produttivo di un progetto?

Sì io ho vissuto proprio questa fase, perché dopo che avevamo fatto un buon lavoro di sceneggiatura è arrivato il via libera dal Ministero.

Come sono stati i tempi di lavorazione per la scrittura?

Considera che prima che arrivassi io c’era già stato un soggetto e una prima stesura di sceneggiatura, poi dopo che sono entrato sul progetto abbiamo riscritto almeno due o tre ulteriori stesure, è stato un lavoro complesso che è durato dei mesi, direi sei – otto mesi circa.

Abbiamo detto che oltre a te ci sono altri tre sceneggiatori e il regista, come avete lavorato in così tante persone?

Io in realtà gli altri non li ho visti, ho lavorato solo con il regista Berardo, che è anche un amico con cui c’è un rapporto di stima reciproca, professionale e umana. È stato lui a fare un lavoro da coordinatore tra i diversi scrittori, come una sorta di head-writer. Questa è stata proprio una scelta, perché Berardo aveva una sua visione molto precisa del film, da autore e quindi io, pur avendo la mia libertà artistica, mi sono trovato chiamato a dar corpo alla sua visione.

Tu sei conosciuto come esperto di genere, hai scritto un manuale sull’Horror e sei anche autore di fumetti, come mai sei stato chiamato a scrivere un film in apparenza così diverso dal tuo, cioè più intimista e drammatico?

Lo so, può sembrare strano, ma a parte la conoscenza personale che mi lega a Berardo, lui aveva letto un mio romanzo, intitolato L’ultimo diario, che racconta la storia di un mondo post-apocalittico, devastato da dei mostri giganti, vista però dal punto di vista di una teen-ager che scrive sul suo diario. È una sorta di Diario di Anna Frank post-apocalittico. Berardo leggendo il romanzo, che rientra nel genere del young adult, ha notato delle corde che lo interessavano per Youtopia. Questo perché al di là del genere io sono anche molto appassionato di letteratura per ragazzi, trovo che spesso questi siano racconti molto ben strutturati e forti. Ho anche aperto una libreria dedicata ai libri per bambini e ragazzi a Senigallia – http://www.libreriakamillo.it/

Visto che ti cimenti su vari formati, romanzo, fumetto e sceneggiatura, cosa preferisci?

Bella domanda… mi sa che il formato che preferisco è quello della sceneggiatura, sia per film che per fumetto. Poi mi piace anche il romanzo…

Diciamo che hai scelto la scrittura più visiva…

Si nel senso che anche se scrivo un romanzo assomiglierà a una sceneggiatura. Io ho bisogno di un contenitore che mi dia dei binari dentro cui scrivere una storia, se no mi perdo. Per me è importante avere un formato definito dentro cui mi posso muovere.

Mi puoi dare qualche anticipazione sui tuoi progetti futuri in sviluppo?

Per scaramanzia sarebbe meglio non dir nulla, ma dovrebbero iniziare a girare un altro film scritto da me, indipendente, di cui però davvero non voglio dir di più. Poi sto scrivendo un fumetto per bambini per una grossa casa editrice, un vero e proprio graphic novel.

Bene allora grazie mille e invitiamo tutti ad andare a vedere Youtopia nelle sale.

Grazie a WGI!

L’intervista è a cura di Fosca Gallesio

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

One thought on “WGI si racconta: Marco Greganti

  1. Intervista bella come una storia:leggendola si rende sempre più plasmata come un oggetto da leggere ma anche da osservare come un opera plastica,vera e bella:questo grazie al percorso delle domande poste da Fosca Gallesio ma anche e soprattutto dalla grande disponibilità a far vedere la propria interiorità come Autore di Marco Greganti. Bella pagina:veramente

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