Ride

Il nostro socio Marco Sani ci parla di Ride, l’atteso action italiano diretto da Jacopo Rondinelli con la supervisione artistica dei due registi di “Mine” Fabio Guaglione Fabio Resinaro, che hanno collaborato anche alla sceneggiatura. La pellicola, che racconta la storia di due riders acrobatici che si trovano a dover affrontare una corsa per la sopravvivenza, sarà in sala dal 6 settembre distribuita da Lucky Red.

Marco, innanzitutto vuoi farci un pitch di Ride?
Ride racconta la storia di Max e Kyle, due atleti narcisistici e competitivi che accettano di partecipare a un contest segreto di downhill, nella speranza di vincere i 250.000 $ in palio. Pronti a tutto pur di vincere, i due amici capiranno ben presto che uscire vivi da quella foresta non sarà per niente semplice.

Ride è un film sui generis: è girato esclusivamente attraverso action cam (fino a 20 in contemporanea), webcam, droni e CCTV. È nata prima l’idea di un film con le GoPro e poi il soggetto vero e proprio, o viceversa?
Insieme, a dire la verità. Guaglione e Resinaro venivano dall’esperienza di True Love ed erano interessati a riproporre quel sistema produttivo: scrivere e produrre, ma non dirigere.

Con Guaglione stavamo sviluppando altre storie, ma una sera mi chiese se avessi idee per un film low budget. Gli invia due pitch e quello che per primo stuzzicò la sua immaginazione iniziava con queste parole: facciamo Duel sulle bici…La storia originale conteneva in sé già l’elemento GoPro. C’erano questi due personaggi fissati con le riprese in prima persona che se ne andavano a fare le loro evoluzioni in una foresta, finendo per fare un torto a un motociclista, che decideva di far loro la pelle.

Quello dell’action è un genere decisamente poco esplorato in Italia, ma Ride riesce a suggerire lungo tutto il suo metraggio una dimensione di lettura parallela e più profonda – ma mai didascalica. È lì, ma solo per gli spettatori che vogliono cercarla. Come si dà profondità a un film d’azione? Ci sono dei titoli cui vi siete ispirati?
Racconto e personaggi nascono e si sviluppano l’uno in rapporto con gli altri. L’evoluzione reciproca è continua e fondamentale. Se non sono buoni entrambi, il film non starà in piedi. Gli elementi action, quelli horror o noir non sono altro che contenitori nei quali inserisci i due ingredienti principali: racconto e personaggi. Riguardo ai riferimenti: Duel, come dicevo poco sopra, è stato qualcosa sul quale abbiamo puntato il riflettore per parecchio tempo. Andando avanti con il brainstorming, e trovandoci dunque a dover risolvere sempre più questioni di racconto, ci siamo resi conto di aver bisogno di altro. È in quei mesi che il film ha preso la forma che ha oggi. The Running Man è stato un altro riferimento fondamentale, così come -per quanto mi riguarda- tutto quello che avesse un ritmo forsennato. Era ciò che cercavamo: svolte narrative che, unite agli elementi action, non ti permettessero di riprendere fiato. E credo che abbiamo centrato l’obiettivo.

Ride è scritto a 6 mani da te, Fabio Guaglione e Fabio Resinaro. Come funziona il vostro processo creativo?
In quel periodo vivevo sull’asse Milano, Firenze, Roma, Napoli e vedersi tutti i giorni sarebbe stato impossibile. Tuttavia, abbiamo proceduto in maniera canonica: siamo passati da un pitch di poche righe a un soggetto e successivamente da un trattamento alla prima stesura. E tutto nei primi sei mesi. Inizialmente, eravamo io e Guaglione a scambiarci ipotesi, appunti e questioni varie. L’apporto di Resinaro è arrivato successivamente, anche perché di lì a poco F&F sarebbero stati travolti dalla tempesta Mine: con il loro film d’esordio da preparare, girare, post-produrre e promuovere, Ride ha finito per subire uno stop forzato.

Ride, lungo tutto il suo svolgimento, propone dei capovolgimenti di prospettiva che finiscono per rendere quasi inaffidabile la storia che lo spettatore si trova davanti; tanto che si finisce per dubitare che molto di quel che ci viene mostrato stia accadendo realmente. Quanto è importante questa dimensione di ‘inaffidabilità’ nella costruzione di quell’universo narrativo?
Senza spoilerare troppo, Ride racconta la storia di due atleti impegnati a contendersi il primo premio di un contest segreto. Starà alla giuria, che osserverà evoluzioni e prodezze attraverso le GoPro dei partecipanti stessi, decretare il vincitore. Un reality a tutti gli effetti, se ci pensi. E quanto di un qualsiasi reality odierno può esser considerato reale? Cos’è reale in TV e cosa non lo è? Tutto è scritto su carta e preparato, o quantomeno previsto. Più che inaffidabile, Ride è imprevedibile.

Senza rivelare nulla, possiamo dire che il film finisce in levare. Avete parlato di ipotetici sequel, qualora la pellicola dovesse avere il successo che ci auguriamo abbia? In che direzione ti piacerebbe portare la storia?
Quello che posso dire è che abbiamo ancora moltissimo da raccontare. Come e se potremmo farlo, non ci è ancora dato saperlo. È fondamentale che Ride vada bene in Italia, così da far da traino alle vendite estere. È quindi di estrema importanza che il pubblico italiano veda Ride in sala, e non soltanto per l’esperienza visiva e sonora che rappresenta. Tra di noi abbiamo parlato di eventuali sequel più volte. Sogniamo di poter alzare ancora di più l’asticella, quella narrativa senz’altro, ma anche quella tecnica. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe aumentare il raggio d’azione della storia, allargare i confini, andare oltre… Incrociamo le dita, chissà che tra qualche tempo non staremo parlando di altro.

Ultimamente sembra che i ‘giovani’ autori italiani si stiano specializzando nella proposizione di film di genere concept driven, nei quali un’idea forte e semplice è abbinata sin dal primo pitch alla volontà di contenere il più possibile il budget – almeno per gli standard del cinema di genere. Oltre a Ride penso ad esempio a Mine di Fabio e Fabio, a The End? L’Inferno Fuori di Misischia ma anche a Monolith di Silvestrini – titoli molto diversi tra loro ma tutti di gran lunga meno costosi di analoghe pellicole straniere.
Secondo te perché si investono cifre tutt’altro che trascurabili nella produzione di una quantità spropositata di commedie – che spesso collezionano sale vuote –

e non si punta invece maggiormente su questo tipo di cinema, magari finanziando qualche film in meno e dirottando cifre più importanti su singoli progetti che per loro natura le richiederebbero? È solo un problema di coraggio?
È una domanda che meriterebbe ore di discussione perché il discorso è veramente lungo e complesso, ma riassumendo posso dirti che non credo sia soltanto una questione di coraggio. Ci sono senza dubbio altri motivi. Da sceneggiatore, ammetto di aver vissuto un cambiamento drastico negli ultimi quattro, cinque anni. Sdrammatizzando: se oggi parli a un produttore di un serial killer o di un mostro di una qualche palude, perlomeno sta ad ascoltarti…

Ci puoi parlare della tua formazione come sceneggiatore, da dove hai iniziato?

Appena finito il liceo mi sono iscritto a Economia e Commercio, ma dopo pochi mesi ho capito che in realtà volevo soltanto scrivere. Non doveva essere un hobby, ma qualcosa di più. Quindi ho cercato corsi di sceneggiatura a Roma e ho studiato sui manuali che tutti noi conosciamo. Terminati gli studi, ho iniziato a revisionare copioni per chiunque ne avesse bisogno e parallelamente a inviare i miei script un po’ ovunque. Ho iniziato a crearmi una rete di contatti, a farmi conoscere e -spero- apprezzare. Tutto sommato, negli ultimi dieci anni la parte più difficile è stata convincere i miei genitori che avrei potuto farlo davvero: dalle miei parti nessuno sa cosa sia uno sceneggiatore… ed è curioso perché lo scenografo è sulla bocca di tutti.

Cosa ti ha fatto scegliere la sceneggiatura? L’amore per la scrittura o per il cinema? Ti consideri più scrittore o “cinematografaro”?

La sceneggiatura mi dà sicurezza. Ci sono delle regole, dei formati, delle nozioni che devi conoscere. Un buono script è organizzato e per me l’organizzazione in una storia è -quasi- tutto. Non credo ai flussi di conoscenza liberi e selvaggi. Se credete che ci siano, in un film, è perché gli autori sono stati bravi a nasconderli dietro ad altro. Amo il cinema, ovviamente, ma amo anche la TV. Le potenzialità della scrittura seriale sono infinite e, se tutti noi avremo fortuna, i prossimi anni saranno pieni zeppi di grandi storie. Per quanto mi riguarda, invece, mi considero uno sceneggiatore più che uno scrittore, semplicemente perché non ho mai scritto altro che sceneggiature. Quello che amo, più che il processo di scrittura in sé, è raccontare storie, indipendentemente dal mezzo con cui esse arrivano. Un giorno scriverò un romanzo e, se andrà bene, potrò finalmente rispondere “lo scrittore” alla domanda “che fai nella vita?”. Devo solo trovare l’idea giusta e riscoprire la libertà che ti dà il paragrafo.

C’è qualche consiglio che daresti alle ragazze e ai ragazzi che vogliono intraprendere la strada della scrittura cinematografica?
Non ho il curriculum abbastanza lungo per poter dare consigli a qualcuno, però – pistola alla testa – mi verrebbe da dir questo: scrivete. Scrivete ogni giorno. Datevi una regola e seguitela. Mattina, pomeriggio o sera. Non aspettate di aver voglia o di sentirvi ispirati. Non aspettatevi capolavori al primo colpo. Come diceva Hemingway, la prima stesura di tutto è merda. E se non volete seguire un corso o iscrivervi a una scuola, ok, liberissimi di farlo, leggetevi però i manuali. E ovviamente guardate film e serie TV ogni volta che potete. Ma non da spettatori, cercate di guardarli da sceneggiatori: chiedetevi come avreste raccontato voi quella scena, come l’avreste scritta. Ho letto da qualche parte che Nicola Guaglianone ha guardato e riguardato un centinaio di episodi di Friends e ha finito per scriversi le strutture di ognuno. Facendolo, ha imparato moltissimo sui tre atti e sui punti di svolta. Io ho fatto e faccio ancora qualcosa di simile. Quando guido o cucino o faccio la doccia, mi ascolto direttamente dal cellulare un episodio di qualcosa: ScrubsFriendsHow I Met Your MotherI Simpson, The Big Bang Theory. Venti minuti. È il lasso di tempo perfetto. Ascolto l’episodio (non lo guardo, lo ascolto) e immagino i beat di scena grazie al dialogo. Oppure identifico le svolte. O il midpoint. Insomma, funziona, credetemi.

I tuoi prossimi progetti? Puoi anticiparci qualcosa?
Tra il 2017 e il 2018 ho lavorato nella writer’s room di Suburra 2. È stata un’esperienza magnifica e formativa al massimo. Da spettatore, ho visto qualcosa come 6000 episodi di ogni genere e minutaggio spalmati su 90/95 show. Amo la serialità e amo la scrittura seriale, ma ritrovarsi in una vera writer’s room a lavorare per Netflix… Diciamo che la percezione delle cose cambia. È stata Barbara Petronio a darmi fiducia. E per questo la ringrazierò sempre. Per il resto, sto cercando di scrivere il più possibile. Ho moltissimo da raccontare, amo lavorare in team e i tempi sono maturi per poter scrivere pagine importanti. In tutti i sensi.

L’intervista è a cura di Luca Ciccioni di Anonima Cinefili
Photo Credit Ride: Paolo Ciriello
Photo credit Sani: Silvia Sani

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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