La Dora dei miei Sogni

Massimo Torre, autore del romanzo La Dora dei miei Sogni, (Perrone Editore), si racconta in questa intima conversazione con Amy Pollicino, anche lei scrittrice e sceneggiatrice. Un dialogo intenso sulla scrittura, i sogni e la vita, in cui Massimo racconta la sua nuova creatura letteraria, dopo la fortunata serie di gialli napoletani di Pulcinella (edizioni E/O)   

Quando ho letto per la prima volta La Dora dei miei sogni (Giulio Perrone)ho pensato che tu, Massimo, avessi avuto un’intuizione geniale. Dormiamo per un terzo della nostra vita, e molti, i più razionali pensano che dormire sia un modo per perdere tempo. Ma in quel terzo di vita in realtà, sognando, noi ricreiamo un’altra vita, viva e carnale, almeno nella percezione che ne abbiamo. Molto più reale di un film, o di un romanzo. E tu, compiendo una ribellione al pensiero dominante, nel tuo libro dici che la vita del sogno è più vera della vita vera. E che la donna, Dora, che il tuo protagonista Mauro Sardonico ama nel sogno ogni notte, è l’unica che vuole, quella di cui non può fare a meno, e che al momento del risveglio lui non ritrova…

Il fatto è che la vita vera è solo una parte della realtà che ci riguarda, l’altra è l’attività onirica prodotta dal subconscio, che è altrettanto reale perché rappresenta un’esperienza non differente da quelle “reali” e influenza allo stesso modo la nostra emotività; però mentre la realtà spesso ci sfugge e non riusciamo a dominarla, ecco che il sogno ci parla con l’intenzione di aiutarci a venire a capo del senso delle cose e di noi stessi.  Ci propone la chiave per aprire la porta cui non abbiamo avuto accesso sinora. Dora è la chiave.

E Dora infatti è la tua immagine femminile, quella che ti corrisponde di più, in fondo Dora sei tu stesso in forma femminile, o qualcuna che ti assomiglia molto. Che nesso c’è, nella tua esperienza, tra la scrittura e la vita?

Pensi che Dora mi somigli?!! Non lo so, per certi versi magari le somigliassi, purtroppo credo di avere molti dei difetti di Mauro invece… In ogni caso ho sempre avuto un’immediata sintonia con il mondo femminile, ne sono attratto in tutti i sensi e certamente Dora rappresenta un ideale femminile irresistibile per me. Così come credo che l’amore sia una forza molto potente, forse la più potente, rivoluzionaria, nel senso che è capace di travolgere il più conveniente ed economico status quo, tutto ciò che è consolidato e autoreferenziale. Soprattutto è l’unica forza che riesce a trascendere il nostro io e a fondersi con un altro diventando per questo “altro da sé”. Mi rendo conto che, trattando di Dora, questo concetto può apparire paradossale visto che Dora non è esterna a Mauro ma vive al suo interno, ma non lo è invece se pensiamo che i nostri sogni, il nostro subconscio e persino l’impenetrabile inconscio sono invece materia atomica, fisica, appartenente al tutto inconoscibile universale e non solo a noi stessi. Sono convinto che tutti gli inconsci del mondo siano collegati. Che esista un unico Inconscio Collettivo dentro cui c’è la chiave della comprensione definitiva. Allora il nesso tra la scrittura e la mia vita è soprattutto che normalmente faccio questi strani pensieri…

Kafka, con la sua “astrazione concreta” e perfetta, mi sembra lo scrittore a cui più ti ispiri. Lo citi direttamente nel testo.  

Sì è vero, una volta letto Kafka non ne sono uscito più, penso che nessuno più di lui abbia colto l’essenza della nostra condizione esistenziale.

Nel romanzo ci sono dei delitti – muoiono alcuni clienti dell’assicuratore Sardonico – c’è un carcere speciale, trasparente, in cui il tuo protagonista a un certo punto viene rinchiuso, c’è un’indagine. Dati questi elementi potresti definire il tuo romanzo un noir?

Un noir diverso dal consueto sì. Soprattutto perché alcuni ingredienti tipici del genere sono assenti. Sostituiti da altri che normalmente al noir non appartengono e anzi possono apparire antitetici.

Il racconto si svolge su due piani, quello reale e quello più fantastico legato al sogno e all’inconscio. Pensi che la letteratura, il cinema, le serie tv, siano ormai obbligate a tenere conto delle due realtà, pensi che il puro realismo appartenga ormai a un linguaggio superato?

No, non lo penso. Ho adorato il film A Ciambra che è un capolavoro di realismo contemporaneo. E Stoner, per quanto riguarda la letteratura, solo per fare riferimento a cose più recenti lontanissime da Dora. Certo, amo alla follia Murakami Haruki e guarda caso Kafka sulla spiaggia mi ha letteralmente rapito quando lo lessi. E mi capitò poco dopo aver finito di scrivere La Dora dei miei sogni. Insomma, ci sono per me innumerevoli modi di raccontare la contemporaneità che ha aspetti forse più complessi, suggestivi, affascinanti e inquietanti di ogni altra epoca passata. Il romanzo che sto scrivendo adesso sarà molto diverso dall’ultimo e dalla serie di noir pulcinellesca.

Che differenza c’è tra Dora e la saga di Pulcinella (la tetralogia pubblicata dalle Edizioni E/O), dove si narra la camorra e la vita nel rione Sanità di Napoli, città dove sei nato?  In che modo sono entrambi dei noir?

Un po’ l’argomento l’ho già anticipato. Adesso mi fornisci la possibilità di chiarire almeno uno degli aspetti che altrimenti ci vorrebbero pagine. Il noir più tipico è molto interno a luoghi precisi che diventano essi stessi protagonisti del racconto. Così è il rione Sanità nei miei romanzi con Pulcinella protagonista. O Marsiglia per Izzo e Padova per Carlotto. Ne La Dora dei miei sogni il luogo non è ben definito potrebbe essere uno nessuno centomila… tu che sei siciliana mi puoi capire.

Altrochè se ti capisco. Ma dimmi, e scusa se cambio argomento, che differenza c’è per te tra essere uno scrittore e fare lo sceneggiatore?

Nel primo caso scrivi in solitudine e la parola compie la propria funzione nel momento stesso in cui è scritta. Nel secondo la sua funzione invece è rimandare ad altro: le immagini di un film. Nel secondo caso passi anche attraverso una pletora di persone che hanno voce in capitolo in quello che scrivi, un coro vero e proprio talvolta, che non sempre canta una bella melodia e può invece risultare cacofonico. Nel primo caso, da scrittore, ti relazioni al massimo con l’editore o direttore editoriale e con l’editor. Nel secondo quello che invece è appassionante e spesso gratificante è il lavoro creativo fatto insieme ad altri sceneggiatori soprattutto se si è in sintonia. Far crescere insieme un’idea o tante idee mi piace assai. Il pensiero che fluisce e si arricchisce passando da una mente all’altra mi da molta soddisfazione. Così dovrebbe essere sempre.

 Proprio nella sede della WGI, sindacato degli sceneggiatori italiani, a settembre inizierai un corso sul noir. Cosa farai? Sognerai insieme ai partecipanti? Sul serio, vuoi raccontare qualcosa su questo progetto? Come sarà articolato?

Intanto ti dico che l’obiettivo è quello di portare i partecipanti a scrivere un noir degno di nota e proponibile sul mercato editoriale. Il vantaggio è partire da sceneggiatori già capaci di costruire storie. Il programma poi è articolato e più avanti lo presenteremo più dettagliatamente.

Giovedì 5 luglio al Lian Club sul Tevere ci sarà un’altra occasione per parlare sia del romanzo che del corso insieme alla nostra socia Fosca Gallesio. Sarà un’occasione per stare insieme, bere qualcosa e chiacchierare tra amici che hanno gli stessi interessi… e per incontrare tutti quelli che vogliono cimentarsi con la scrittura di un noir.

Grazie Amy! Vi aspetto giovedì.

L’intervista è a cura di Amy Pollicino

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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