Simone Gandolfo

neo-Presidente della Film Commission Valle d’Aosta

Simone Gandolfo, 37 anni, è un socio WGI dalla personalità eclettica. Oltre che sceneggiatore è infatti attore (ricordiamo “Distretto di polizia”, “Ris”, il recente “Rocco Schiavone”), regista (la docu-fiction “Pericolo Verticale”), produttore. E nei giorni scorsi è stato nominato presidente della Film Commission della Valle d’Aosta.

Simone, ti va di raccontarci un po’ di te?

Molto volentieri: ho cominciato il mio percorso da attore subito dopo le superiori frequentando l’accademia del teatro stabile di Genova, poi Roma e “l’arena dei leoni” con tanta dedizione e fatica sono riuscito a farmi apprezzare prima in teatro e poi in televisione, soprattutto sulla Rai. Naturalmente, siccome sono un incontenibile ipercinetico, appena ottenuti i primi successi come attore, ho deciso di rilanciare e nel 2009 sono andato a New York per studiare regia e scrittura creativa alla New York Film Accademy. Tornato nel 2010 ho fondato Macaiafilm la mia società di produzione video con cui ho coprodotto tutti i miei lavori e che lavora come executive production per film, fiction e pubblicità.

Adesso questa nuova sfida come Presidente della Film Commission Valle D’Aosta…Insomma fermo sicuramente non ci so stare!

Scherzi a Parte: amo follemente raccontare storie e credo che da noi possa partire il tanto agognato cambiamento del nostro settore; per questo non mi risparmio mai e non aspetto che gli altri facciano le cose per me. Inoltre adoro il lavoro di squadra, quindi quanto più trovo persone con le quali collaborare tanto più sono contento.

Se non sbaglio sei originario di Imperia. Come è nato e si è sviluppato il tuo legame con la Val d’Aosta?

Appena tornato da New York, nel 2010, ho cominciato a collaborare come regista con una società di comunicazione valdostana. Per anni ho creato spot ed istituzionali per enti e aziende valdostane; poi è arrivato il tempo di Pericolo Verticale, nel 2013, e lì il mio rapporto con la Valle è diventato davvero viscerale. Poi “Rocco Schiavone”, nel 2015, come regista di Action Unit e come attore…Insomma c’ho bazzicato molto e poi io, nonostante sia nato al mare, sono sempre stato uno da montagna. Mia madre mi ha fatto amare l’alpinismo, l’arrampicata su ghiaccio e roccia e lo sci fuori pista; sin da quando ero piccolo. Onestamente sopra i 3000 metri mi sento a casa e la gente di montagna la capisco a pelle…Insomma credo sia questione di affinità elettive, se vogliamo dirla così.

Ti aspettavi questa nomina?

No, onestamente no, ma mi ha fatto molto piacere. Soprattutto per le motivazioni: ovvero mettere a guida della film commission una persona che conoscesse il mercato dell’audiovisivo piuttosto che i meccanismi politici.

Parliamo della Film Commission valdostana. Come funziona? Che tipo di aiuto fornisce e che requisiti chiede ai progetti audiovisivi? Che tipo di bandi ci sono?

La dotazione del fondo varia di anno in anno, per quest’anno ci sono ancora disponibili circa trecentocinquantamila euro. Il fondo si divide sostanzialmente in due: aiuto agli autori e alle società di produzione valdostane e un fondo attrattivo per le società di produzione nazionali ed internazionali che vengano a girare in Valdaosta. Ovviamente, oltre alla promozione del territorio, c’è molta attenzione all’impiego dei talenti e delle maestranze locali, infatti le spese elegibili sono solo quelle fatte sul territorio. Il bando è piuttosto semplice e si può applicare andando sul sito, verificando le credenziali del progetto rispetto al bando e mandando il progetto al consiglio di amministrazione che periodicamente si riunisce per valutare i progetti. Il mio obbiettivo è quello di rendere i criteri e le attribuzioni più sistematici e connessi con gli altri bandi delle altre film commission italiane e del MIBACT. Insomma sono un grande sostenitore del fatto che ci dovrebbe essere maggior relazione tra i vari bandi regionali e nazionali. Pur mantenendo ognuno la propria individualità, bisognerebbe mettere autori e produttori maggiormente in grado di programmare una strategia produttiva sinergica e non esclusiva, come ancora troppo spesso accade.

Hai già delle idee su progetti che ti piacerebbe portare avanti? E, nello specifico: hai in mente qualcosa che si rivolga direttamente agli sceneggiatori?

Assolutamente si: tutto parte dalle storie. Il mio sogno è di far nascere delle storie radicate al territorio, ma in grado di avere un tiro internazionale. Mi spiego: bisogna far crescere i talenti locali, ma anche aprirsi agli sguardi che vengono da fuori. La prima cosa che vorrei organizzare è: “Il Tour degli Autori” creare un appuntamento in cui si invitano autori e sceneggiatori televisivi e cinematografici e gli si fa conoscere il terrirorio in modo che la loro fantasia possa germogliare in quella direzione. Credo sarebbe il primo passo per creare le basi per una presenza sistemica della tv e del cinema e non solo occasionale

Sai che la WGI porta avanti da tempo una battaglia affinché venga presa in considerazione anche in Italia la figura dello sceneggiatore-showrunner. Con la tua formazione creativo-registica-produttiva, saresti una figura perfetta per ricoprire questo tipo di ruolo. Cosa ne pensi?

Penso che sono assolutamente d’accordo: comanda chi detiene la responsabilità del budget oltre che quella artistica e quindi non può che essere così. Insomma, credo che quella dello showrunner sia la strada da percorrere. Sarò impopolare ma da noi il concetto di autore è ancora troppo solo legato all’aspetto artistico narrativo e poco all’aspetto produttivo economico. Onestamente credo che questa mancanza sia uno dei principali motivi di marginalizzazione del nostro mercato televisivo rispetto a quello di altri paesi.

Ma alcuni segni di cambiamento si vedono all’orizzonte, purtroppo ancora voci solitarie e sporadiche; ma qualcosa sta cambiando. È indispensabile uscire dall’ottica dell’artista puro e entrare in quella dell’artista/artigiano/imprenditore se si vuole avere una chance di salvare l’audiovisivo nel nostro paese e non si può pensare che questa rivoluzione la compiano solo i produttori che, ahimè in molti casi, si muovono ancora secondo logiche molto poco progressiste.

Sai che la WGI è molto impegnata, da un anno, nell’organizzazione di sessioni di pitch, che riteniamo il modo più dinamico e trasparente per rimettere le idee al centro del processo creativo. Cosa ne pensi?

Ho partecipato con un progetto e voglio fare i complimenti a chi l’ha organizzato perché credo sia una delle migliori iniziative che ho visto nell’ultimo anno. Credo che il prossimo passo sia legare questo format di successo ai mercati dell’audiovisivo come il MIA di Roma (n.d.r.: WGI si sta già organizzando in tal senso…), o il mercato di Berlino o di Cannes. Credo sia davvero una possibilità concreta di imprimere una sferzata di novità alla nostra televisione e farla uscire dalla palude del non rischiare mai.

Cosa pensi della situazione della nostra categoria in Italia in questo momento storico? E quali sono le battaglie su cui secondo te la WGI si dovrebbe concentrare?

Ripeto: decide e comanda chi ha budget. Per questo credo che dovremmo andare in una direzione in cui la parte artistica è anche esecutiva in modo che chi garantisce la qualità e il budget parlino la stessa lingua e, magari, siano anche le stesse persone. Un po’ come si fa nei mercati che funzionano, come quello americano dove nei titoli il sopra la linea è quasi sempre anche produttore esecutivo. Penso sia quella la strada, non solo per tutelare il nostro lavoro, ma anche e soprattutto per fare in modo che cambi il COME si produce e non solo cosa si produce. A mio avviso, in Italia, il problema principale non è che la nostra televisione a livello di tematiche è in ritardo rispetto al resto del mondo. Il problema principale è che il modo in cui produciamo noi è alieno rispetto a quello di tutti gli altri paesi producono. L’autarchia di questo sistema pachidermico va smantellata a fronte di un mercato delle idee e dei contenuti veramente libero e dinamico e al passo con i tempi; dove i primi ad avere interesse a trovare nuove fasce di pubblico sono proprio coloro che scrivono. Questo farebbe bene a tutti, anche a coloro che questo sistema lo difendono con le unghie e con i denti.

Mille auguri da WGI a Simone Gandolfo per questa nuova avventura!

L’intervista è a cura di Franca De Angelis

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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