IntervisteWGI si racconta

Corpo a corpo e Supertempo

Scrivere il documentario

Il nostro socio Silvestro Maccariello racconta il lavoro di scrittura fatto su due sue opere premiate nel 2022 con i Nastri d’Argento, il Globo d’Oro e altre premiazioni in diversi festival.

 

Carissimo Silvestro, nel 2022 sono usciti due documentari di cui hai firmato la sceneggiatura: Corpo a Corpo e Supertempo, ci puoi raccontare di cosa parlano?

Corpo a Corpo è l’opera filmata dallo sguardo di Maria Iovine. È il racconto dell’anno preolimpico di Veronica Yoko Plebani, nel quale prende vita il ritratto di Veronica, sia quello dell’atleta della nazionale di paratriathlon, che quello della giovane donna che vive la sua vita in maniera semplice eppure rivoluzionaria, dalle amicizie, ai servizi fotografici, alle sue passioni. Il film entra con discrezione nel suo mondo per evidenziarne ciò che fa di Veronica un’ambasciatrice di accettazione indiscussa del proprio corpo, che si batte per la considerazione della bellezza non come canone rigido e convenzionale, ma come una dimensione di libertà e diversità. Corpo a Corpo racconta la femminilità autentica, scevra dal concetto di “normalità”.

Supertempo invece è un documentario diretto da Daniel Kemeny, artista Svizzero. Daniel ha filmato durante la pandemia il suo rapporto con Laura Marzi, scrittrice che vive a Roma, con  la quale si è ritrovato a vivere il lockdown. Con un approccio che tende al videoarte, Supertempo racconta un confronto intimo e di coppia, che tra paure e tenerezza porta questo raffronto continuo a divenire un film universale.

Come hai gestito la scrittura di due racconti aderenti al cinema del reale?

Sono due lavori diversi, dove ho avuto il piacere di lavorare con due persone dallo sguardo originale e differente tra loro. Ovviamente i due documentari hanno richiesto due approcci distinti, in ogni caso accomunati dalla tipologia dell’opera: cinema del reale, ovvero documentari “senza interviste” che raccontano la vita delle persone, ottenendo l’effetto di immersione nella storia al pari di un film di finzione. Su Corpo a Corpo sapevamo di dover ritrarre Veronica e per noi è stata una grande responsabilità per quello che lei rappresenta ed è. Maria aveva le idee chiarissime sul come voleva raccontarla ed era sicura della prospettiva dalla quale osservarla e con che toni avvicinarsi ed entrare nel mondo di Yoko. Questo ha reso fin dall’inizio il lavoro di scrittura consapevole e ben indirizzato sulle scelte da adottare. Volevamo assolutamente evitare il cliché eroico del “sopravvissuto”, approccio con il quale troppo spesso vengono realizzati i ritratti degli atleti delle Paralimpiadi. È uno stereotipo narrativo che fa leva sul dramma dell’incidente, che racconta il passato, i traumi, il dolore, ma che oscura la potenza di quello che invece sono nel presente le persone. Quando abbiamo detto a Veronica che volevamo raccontarla nell’oggi, per quello che è e che rappresenta, senza rivangare il passato della malattia, lei ha iniziato a fidarsi di noi, perché era quello che voleva anche lei. Così ci ha fatto entrare nella sua vita, ovviamente ponendoci dei paletti oltre i quali narrativamente non si è potuto andare. Da lì abbiamo iniziato un’operazione di sottrazione dalla sua vita reale, mettendo in fila i fatti e i conflitti che più descrivevano la sua essenza vitale. Abbiamo creato all’interno di questo insieme, scrivendo scene che valorizzassero gli aspetti che lei e noi volevamo raccontare. Durante le riprese è divampata la pandemia cosa che ci ha costretti a una riscrittura della seconda parte del film, adattata al nuovo “presente” che si era palesato davanti a tutti noi. Maria ha girato con in dote una scaletta molto corposa, dove erano presenti anche più strade possibili, che tenevano conto di quello che sarebbe potuto accadere nella vita reale di Veronica.

Scrivere un documentario è un’operazione che assume la sua piena ragione nella fase delle riprese, dove giorno dopo giorno va continuamente riadattato lo script in funzione della persona che si racconta, di quello che di nuovo emerge nella sua vita, dei sentimenti nuovi che vive, cercando di cogliere e ottimizzare nel racconto quello che di inaspettato accade nella vita della persona che nei fotogrammi si sta pian piano trasformando in un personaggio. È un processo di confronto e di revisione continua, che si conclude solo quando viene licenziato il montaggio. Di fatti anche durante il montaggio ci si è confrontati costantemente sulla struttura del narrativo e del drammaturgico con Filippo Montemurro e Giuseppe Trepiccione, i due montatori del film. Scrivere cinema del reale avviene con un approccio diverso dalla finzione, dove si lavora per rendere finito un potenziale infinito. Nel documentario, invece, credo l’obbiettivo e l’ambizione sia di rendere “infinito” quel mondo finito a disposizione della storia. Anche perché c’è sempre e solo una cosa che eticamente, per quanto mi riguarda, indirizza il lavoro di creazione: valorizzare la persona che si racconta senza manipolarne la vita per ottenere facili escamotage emotivi, che inevitabilmente finiscono per divenire menzogna davanti alla verità della vita delle persone che vengono raccontate. Penso che la difficoltà sta in questo: saper trovare, in ciò che esiste nella vita della persona che si sta raccontando, quello che può entrare nel film e quello che deve rimanerne fuori.

Su Supertempo, il documentario di Daniel Kemeny, invece sono entrato nella lavorazione in fase di montaggio. A differenza di Corpo a Corpo, il girato c’era già. Daniel aveva ripreso la loro vita durante il lockdown, vita senza una scaletta, senza una storia in mente, in maniera molto istintiva. Così ho guardato il girato e iniziato a mettere in fila le possibili drammaturgie che affioravano in superficie fotogramma dopo fotogramma. Prosciugando pian piano un mare di false piste che si palesavano, sono riuscito a distillare il tema che univa meravigliosamente tutti i frammenti. Ed è stata una grande sorpresa, che quasi da denotato una sorta di alchimia invisibile che ha guidato l’istinto di Daniel e Laura nei giorni di confinamento. La scrittura è sostanzialmente avvenuta al montaggio, in collaborazione con Davide Vizzini, il montatore del film. E così è nato Supertempo, un film che racconta la paura di amarsi, con uno sguardo credo assolutamente originale.

Entrambi i documentari sono stati premiati a Festival importanti, quali sono stati i riconoscimenti?

È stata un’emozione progressiva per il risultato di questi due documentari. Corpo a Corpo è stato selezionato ad Alice nella Città, candidato ai Nastri d’Argento per il Premio Valentina Pedicini, ed è stato finalista al Globo d’Oro, in ottima compagnia con Ennio di Giuseppe Tornatore e Marta – Il delitto della Sapienza di Simone Manetti.

Supertempo invece è stato selezionato e molto apprezzato a Vision Du Reel, lo storico festival per il cinema del reale di Nyon. La direzione artistica del festival ci ha detto che per loro è uno dei migliori lavori creati in tempo di lockdown

Cosa ti ha colpito di queste premiazioni?

C’è tanta attenzione da parte dei festival e dei premi verso il mondo del documentario, nonostante al pubblico appaia un mondo cinematografico più collaterale e di nicchia. Anzi, spesso mi chiedo perché il documentario venga un po’ messo da parte in certe occasioni, quando è soprattutto in opere del genere che si possono raccogliere le gemme dell’arte cinematografica: visioni che ti lasciano qualcosa per cosa dicono e per come lo dicono. Anche perché in queste produzioni, solitamente molto indipendenti, gli autori hanno una libertà creativa importante, che dà possibilità anche di sperimentare soluzioni nuove, osare approcci e drammaturgie non canoniche. Il documentario è come una dimensione dove si può cercare senza paura e senza pressioni. I festival, i premi, riconoscono nelle opere questo valore al netto delle imperfezioni, che sono, credo, ontologicamente appartenenti al cinema del reale, per via del vincolo sovrastrutturale inopinabile: la realtà.

Com’è andato il processo di distribuzione per tutti e due i lavori nelle sale?

Dopo la proiezione anteprima ad Alice nella Città, Cinecittà Luce ha scelto di distribuire Corpo a Corpo, che nell’estate 2022 ha fatto un bel tour nelle sale prevalentemente d’essai e in alcune arene estive, oltre a continuare il giro dei festival che hanno selezionato il film. Corpo a Corpo ha avuto quella che ormai si può definire la classica uscita dei documentari e dei film indipendenti in Italia, un tour di presentazione nelle sale che cercano un cinema di qualità costituito da nuovi sguardi che sulle piattaforme streaming non è possibile trovare.

Supertempo non ha avuto distribuzione cinematografica, ma dopo l’anteprima al festival di Nyon, è stato acquisito dalla TV svizzera, la RSI.

Writers Guild Italia da tempo con la campagna “No Script, No Film” si occupa del riconoscimento della figura dello sceneggiatore nel panorama audiovisivo. Ritieni questa cosa importante anche quando si scrive per il documentario?

La parola Documentario spesso trae in inganno, proprio perché inconsciamente da spettatori pensiamo che avendo a che fare con la realtà questo tipo di film “non possono essere scritti perché sono reali”. E invece no, i documentari vengono scritti e sceneggiati. È ovviamente un’operazione diversa dallo scrivere fiction, ma in ogni caso c’è una creazione, un’ideazione. Il processo di scrittura può avvenire prima, nel mentre o dopo, se parliamo di lavori di osservazione che vengono scritti al montaggio (Vedi Supertempo). In ogni caso, senza uno Script, non c’è un Film. Perché scrivere è trovare un senso, è mettere in fila un discorso, e senza frasi semantiche messe in sequenza, non c’è storia che può essere raccontata. Quindi la figura dello sceneggiatore va valorizzata e riconosciuta anche e assolutamente nel panorama dei documentari, dove spesso è ancora più invisibile dei suoi colleghi nel settore del cinema di finzione.

L’intervista è a cura di Francesco Maggiore

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.