L’inferno della rispettabilità
Brianza
Dietro la facciata del noir padano, un viaggio nella genesi di Brianza, tra la paura del fallimento, l’eredità dei maestri e la scelta di raccontare la provincia industriale prima che diventasse una tendenza. Un ritratto spietato ma profondamente umano di una caduta morale dove la bancarotta non è un semplice problema finanziario, ma una drammatica e inevitabile morte civile.
Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nel concorso Progressive Cinema, il film Brianza è il secondo film diretto da Simone Catania e da lui co-prodotto con Francesca Portalupi e Aline Schmid della svizzera Beauvoir Films. Firmano con Catania la sceneggiatura Ugo Chiti e il nostro socio Fabio Natale a cui ci siamo rivolti per saperne di più.
Carissimo Fabio, il protagonista di Brianza, Giorgio Farina, è l’erede di un’armeria storica sommersa dai debiti. Come si costruisce la psicologia di un “uomo perbene” che scivola progressivamente nella devianza, rendendo il suo declino morale inevitabile ma credibile agli occhi dello spettatore?
Giorgio Farina non è un criminale per vocazione e non scivola nella devianza per avidità. Il vero motore del suo percorso è il terrore cieco e infantile del fallimento: la vergogna di dover ammettere davanti a sua madre, a sua moglie, al paese intero di avere fallito. In una comunità che non ammette debolezze o fragilità, la bancarotta non è un problema finanziario, ma una morte civile. Abbiamo costruito i movimenti psicologici del personaggio intorno a questo istinto di conservazione della facciata. Il suo declino risulta credibile perché non nasce da una singola decisione scellerata, ma da una sequenza di tanti piccoli, disperati compromessi volti a nascondere la verità a chi gli sta intorno. Penso che sia proprio dove l’ossessione per la rispettabilità è così soffocante che si generino i mostri peggiori. Il male non arriva mai dall’esterno, nasce dal nostro bisogno di nascondere la polvere sotto il tappeto.
Lavorare sulla pagina a sei mani con una figura iconica della drammaturgia teatrale e cinematografica come Ugo Chiti è un’esperienza rara. In che modo il suo approccio alla scrittura ha contaminato il tuo metodo di lavoro e la visione di Simone Catania?
Ugo Chiti e Massimo Gaudioso sono i miei maestri,letteralmente; le persone con cui e grazie alle quali ho cominciato a fare questo lavoro. Quando Ugo ha letto il lavoro di preparazione che avevamo fatto con Simone e ha accettato di scrivere insieme la sceneggiatura del film è stata la gratificazione più grande che potessi ricevere. Credo che la sua presenza sia stata il nostro antidoto principale contro i cliché del cinema di genere. Ugo ha una padronanza assoluta e istintiva del ritmo e una capacità unica nel trasformare la meschinità e il grottesco della provincia in dramma universale.
Il film adotta un’estetica visiva e narrativa da western rurale ma calato nel contesto produttivo lombardo del 2009. Quali accorgimenti stilistici e di linguaggio avete adottato nella sceneggiatura per far risuonare la natura “di genere” del film all’interno di una cornice sociale così reale?
Più che un luogo geografico, la nostra Brianza è un ecosistema valoriale; l’epicentro di un mondo votato all’iper-produzione, dove l’accettazione sociale si misura in status e il successo coincide molto spesso con la sopraffazione economica. In questo abbiamo visto un’analogia con la frontiera del western classico. In un territorio governato dall’individualismo, dalla competizione, dalla fame di arrivare a tutti i costi, le regole civili saltano e sopravvive solo chi è disposto a essere più spietato del suo vicino.
Nelle storie noir, la figura dell’antagonista o del “cattivo maestro” rischia spesso di cadere nel cliché. Nel vostro film c’è un eccentrico affarista che trascina Giorgio: come avete lavorato sulla sua caratterizzazione per renderlo una presenza sottilmente inquietante piuttosto che una macchietta?
Per disinnescare il cliché del malavitoso abbiamo lavorato per sottrazione sulla violenza fisica e per addizione sull’infantilismo. Alberto Fumagalli non minaccia apertamente, non punisce, non esercita la propria brutalità come un boss mafioso. Si insinua lentamente nella disperazione borghese di Giorgio, leggendolo nel profondo e offrendogli l’unica cosa che desidera davvero: una via d’uscita segreta per salvare le apparenze. È un manipolatore, un predatore emotivo prima che economico. Ma anche lui, a suo modo, combatte con la paura del rifiuto. I suoi modi istrionici e narcisisti sottendono una profonda solitudine esistenziale, un bisogno di riconoscimento continuo.
Il film affronta una crisi economica precisa ma innesta sul dramma un velo di tagliente ironia. Qual è stato il limite da non superare per evitare che il cinismo o il grottesco smorzassero la gravità del gesto estremo verso cui va incontro il protagonista?
Il limite da non superare è stato l’ironia come via di fuga per lo spettatore. Non volevamo che fosse un modo per giudicare dall’alto e uscire dalla storia. L’ironia in questo film nasce dalla totale e disperata inadeguatezza di queste persone “perbene” di fronte all’irreparabile. Si nutre di quello iato inconciliabile tra il pubblico e il privato, tra chi sono realmente e chi vorrebbero disperatamente apparire. Per me la bussola è sempre stata questa: rimanere accanto ai personaggi, ad altezza uomo. Volevo che potessimo sorridere amaramente della loro umanità, mai ridere di loro
Guardando al percorso che ha portato la storia sullo schermo, qual è stata la scena o il nodo strutturale che ha opposto più resistenza in fase di stesura e che ha richiesto la riscrittura più complessa?
Non so dirti, adesso, la singola scena che ha assorbito più energie in scrittura. La vera difficoltà strutturale, quella che ha preteso maggiore lucidità in assoluto, è stata governare la complessità delle riscritture sull’arco intero del progetto. Lo sviluppo di Brianza, come film davvero indipendente, ha richiesto molti anni: si sono alternati partner finanziari, è mutato il contesto produttivo, sono cambiati i tempi. Ciascuna di queste variazioni ha imposto interventi significativi. Quando maneggi così tanto una sceneggiatura che mescola generi e registri così diversi, portando avanti linee narrative su più personaggi, la stratificazione nel tempo rischia di produrre una massa ipertrofica. La fatica maggiore è stata impedire che questi rimaneggiamenti appesantissero e soffocassero il cuore della storia, spegnendo quella scintilla che aveva innescato tutto.
La scrittura di Brianza dimostra che il nostro territorio industriale e di provincia possiede ancora una sterminata riserva di storie noir e drammatiche. Che spazio trovi oggi nella nostra industria per una sceneggiatura che vuole essere di genere fuori dalle solite ambientazioni metropolitane?
Non so se sono capace di rispondere a questa domanda, perché non c’è stato alcun ragionamento sulle tendenze del nostro mercato in scrittura. Abbiamo iniziato a lavorare a questa storia nel 2018 prima che pellicole come Vermiglio o Città di Pianura accendessero l’attenzione che c’è oggi sui territori poco raccontati della provincia.



