Italia

Sul diritto d’autore non si scherza

Le nostre domande a Giovanni Maria Riccio sul caso del libro di vignette pubblicato dal Corriere della Sera

GIOVANNI MARIA RICCIO è professore associato di Diritto comparato ed europeo della comunicazione presso l’Università di Salerno, titolare di attività di ricerca presso numerose università europee ed è stato anche consulente della Commissione europea.

Professore, il Corriere della Sera recentemente ha pubblicato un libro di vignette e lo ha messo in vendita con l’intenzione di far arrivare gli incassi alla redazione di Charlie Hebdo, sotto forma di sostegno. Però non ha chiesto il permesso alla maggior parte degli autori delle vignette che le avevano diffuse su internet, come forma di personale partecipazione e protesta, subito dopo la strage di Parigi. Diritto d’autore platealmente leso. Che ne pensa?

Mi sembra che, mosso dalle migliori intenzioni, il Corriere della Sera sia scivolato sulla classica buccia di banana. Onestamente, colpisce che il più importante quotidiano italiano mostri una così scarsa attenzione ai diritti dei creativi. Non è, in tutta franchezza, una bella immagine, perché, ancor prima che un problema legato al diritto d’autore, io ci vedo l’idea, purtroppo diffusa, che il lavoro creativo e artistico sieda su un gradino inferiore rispetto ai lavori “tradizionali”. E che, proprio perché inferiore, possa essere ripreso liberamente, senza rispetto alcuno.

A noi sembra che sia considerato inferiore (e quindi da maltrattare e sfruttare) questo tipo di lavoro autoriale per il semplice motivo che viene pubblicato su internet. Se lo metti in rete – questo il pensiero comune – sei tu che lo svaluti e lo regali: io ho il diritto di sfruttarlo. Lo dichiara ad esempio lo stesso sito di Dagospia, che avverte: Le foto presenti su Dagospia.com sono state in larga parte prese da Internet,e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione. È così? Mettere in rete è sinonimo di gratuito e liberamente sfruttabile?

Ovviamente, no. La pubblicazione delle vignette sui social network non sposta i termini della questione. Un’opera d’arte, anche da un punto di vista strettamente giuridico, è tale a prescindere dallo strumento di comunicazione utilizzato per veicolarla. Nelle condizioni di accesso a Facebook, nel paragrafo relativo alla condivisione dei contenuti e delle informazioni è scritto che “quando l’utente pubblica contenuti o informazioni usando l’impostazione “Pubblica”, concede a tutti, anche alle persone che non sono iscritte a Facebook, di accedere e usare tali informazioni e di associarle al suo profilo (ovvero al suo nome e alla sua immagine del profilo)”. Tuttavia, non credo che questa previsione contrattuale – obiettivamente scritta in maniera alquanto criptica – possa celare una licenza valida per chiunque, in qualsiasi parte del globo. Senza considerare, poi, i profili relativi al diritto morale: l’autore del contenuto – sia esso tutelato o meno dal diritto d’autore – ben potrebbe contestare l’utilizzo del contenuto stesso in un contesto che reputa offensivo per la propria reputazione o, semplicemente, non in linea con le proprie vedute.

Che cosa devono fare gli autori per far capire che la loro opera è in rete per loro scelta, ma non può essere sfruttata da altri in modo non concordato?

Potrebbe essere sufficiente scrivere che l’opera è coperta da diritto d’autore oppure, se si vuole consentire che altri possano utilizzarla, ma solo a determinate condizioni, si può ricorrere ad una licenza aperta (ad esempio, scegliere una delle licenze creative commons).

Cosa avrebbe dovuto fare il Corriere della Sera per non violare i diritti dei vignettisti?

Innanzi tutto – ma è scontato – avrebbe dovuto chiedere il permesso alla ripubblicazione delle vignette. Non si utilizza una cosa e dopo si chiede il permesso. È una regola di buon senso e di civiltà, ancor prima che una norma giuridica. Tecnicamente, poi, avrebbe dovuto far sottoscrivere a ogni autore un accordo di licenza. Anzi, ancor prima, avrebbe dovuto controllare chi era il titolare dei diritti (il vignettista, la rivista sulla quale le vignette sono state pubblicate, ecc.).

Da un punto di vista strettamente giuridico, quali sono i problemi legati alla ripubblicazione delle vignette?

Ci sono due problemi. Il primo, che a me sembra principale, è dato dalla violazione del diritto morale d’autore. Un vignettista potrebbe non gradire il fatto di essere associato a un’iniziativa editoriale del Corriere della Sera, perché non ne condivide o non si riconosce nelle politiche editoriali; potrebbe non voler essere accostato ad altri vignettisti; potrebbe ancora non volere che le proprie vignette siano distribuite – come mi pare di capire sia avvenuto – in bassa risoluzione. Il secondo problema, naturalmente, è rappresentato dal mancato pagamento dei diritti per lo sfruttamento delle vignette. A questo proposito, il Corriere si è detto disponibile “a regolare ex post ogni contenzioso”. È un’affermazione quanto meno azzardata, perché presuppone la disponibilità a pagare qualsiasi cifra per l’utilizzazione dell’opera.

Non è strano che proprio un prestigioso rappresentante della stampa che piange la prematura scomparsa delle edizioni cartacee e degli incassi di pubblicità proprio per la diffusione arbitraria dei loro articoli (vedi la questione Google news) faccia esattamente lo stesso torto ai prodotti degli altri?

Ancora una volta, è un problema culturale, ancor prima che giuridico. Internet è considerato da tanti un mezzo privo di dignità intellettuale: “l’ho letto su internet” è sinonimo di cialtroneria. Per anni Wikipedia è stata accusata di essere inattendibile e inaffidabile, poi errori e inesattezze sono stati trovati anche nelle enciclopedie cartacee. Internet è un mezzo e, in quanto tale, è neutrale: i contenuti possono essere eccellenti sul web (penso alle web series o ad alcuni blog di investigazione giornalistica) o scadenti nei tradizionali mezzi di comunicazione di massa. Non esistono strumenti di comunicazione migliori o peggiori, tutto dipende dai contenuti. Al di là di tale aspetto, c’è da dire che troppo spesso i giornali riprendono video amatoriali, immagini, testi senza citare la fonte, al più scrivendo “ripreso da internet”. Una frase priva di senso, un po’ come inserire un testo in un libro e scrivere “ripreso da una biblioteca”. Fa sorridere, poi, che proprio l’editoria cartacea, dopo essersi eretta a strenua protettrice del proprio diritto d’autore contro Google News – non solo in Italia, basti ricordare quanto avvenuto recentemente in Spagna – sia poi così “leggera” sui diritti degli altri.

La marketing director del Corriere della sera, ha emesso un tweet che equiparava l’abuso del quotidiano sulle vignette a una specie di diritto generato dallo sfruttamento abituale delle loro notizie da parte dei diversi blog dei vignettisti. Che pensa? È la legge della giungla? Il diritto non arriva sul web?

È un’altra buccia di banana. Stupisce, peraltro, che l’autrice del post, pur lavorando nel più noto quotidiano italiano, non sappia che gli articoli di attualità pubblicati su riviste e giornali possono essere ripresi da altri (salvo che la riproduzione sia espressamente riservata), a condizione che siano citati la fonte, la data e il nome dell’autore dell’articolo. Lo dice l’articolo 65 della legge sul diritto d’autore, non un blogger… Una norma prevista per la stampa, che non riguarda, però, le opere figurative. Quindi, a voler essere rigorosi, i piani su cui ci si muove non sono equivalenti: lo sfruttamento da parte dei blogger degli articoli dei quotidiani potrebbe essere lecito; sicuramente illecito, invece, è l’uso che il Corriere ha fatto delle vignette.

Come giudica la risposta dei vignettisti?

Eccellente, in un primo momento; deludente, adesso. Non capisco perché nessuno abbia deciso di intraprendere un’azione giudiziaria contro il Corriere. Roberto Recchioni, che probabilmente ha detto le cose più lucide e interessanti su questa vicenda, ha scritto che preferisce lasciar perdere. È una soluzione che capisco, ma che non condivido. Se si passa su tutte le violazioni che vengono commesse, si ingenera inevitabilmente l’idea che, tutto sommato, siano gli artisti i primi a non rispettare sufficientemente il proprio lavoro, mettendo in conto l’idea che altri possano appropriarsi illecitamente delle loro opere.

Intervista a cura di Giovanna Koch

Alcuni link di riferimento:

La protesta di Roberto Recchioni

Le scuse di De Bortoli, direttore del Corriere della Sera

La riflessione di Luca Sofri.

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