I registi non devono firmare per forza la sceneggiatura. Impariamo dagli americani

Parla Davide Lisino, autore di Non odiare, candidato ai David 2021

Lo sceneggiatore e romanziere Davide Lisino, socio Wgi, ci racconta la sua esperienza recente di autore del film “Non odiare” diretto da Mauro Mancini, candidato al David di Donatello 2021 nella sezione Regista esordiente.

Ho letto il fatto di cronaca su un giornale e, come molti sceneggiatori, ho un taccuino in cui segno tutte le notizie che mi colpiscono. Avevo iniziato a collaborare con Mauro (Mancini, ndr) e, mentre vagliavamo varie opzioni, ho proposto questa notizia e gli si sono illuminati gli occhi, così abbiamo subito iniziato a lavorare alla storia. Abbiamo cominciato facendo brainstorming insieme, poi sono tornato a casa, ho scritto il soggetto e lui mi ha dato dei feedback. La lavorazione è continuata più o meno sempre così: io scrivevo, gli mandavo il materiale e lui mi dava feedback.  Ho sempre scritto io, però devo dire che lui è sempre stato presente per contribuire, partecipare a riunioni di scrittura e offrirmi idee.

Quanto pensi sia importante avere una relazione del genere in fase di scrittura e avere dei ruoli ben stabiliti?

Bella domanda. In generale non penso sia fondamentale per un regista essere presente in fase di scrittura. Io con Mauro mi sono trovato bene perché ha anche molta sensibilità verso lo scrittore. Non pensa solo a dire a me interessa inserire questa immagine, poi sono problemi tuoi. Capisce quanto sia importante il processo per arrivare a quell’immagine e amalgamarla con il resto della storia. Dopo di ché secondo me, non è fondamentale per un regista firmare la sceneggiatura. Io la vedo un po’ all’americana, nel senso che il regista non è obbligato a firmare.

È chiaro che la sceneggiatura può anche essere qualcosa che non coinvolge il regista, la sua creatività è data sul set e in fase di montaggio. In questo caso però, è stato un incontro proficuo dal punto di vista creativo, mi sono trovato bene e non mi sono mai sentito scavalcato.

Pensi che sia una relazione nata perché avete scelto l’idea insieme?

Certo, ha sicuramente aiutato. La questione è questa: in Italia, per l’esperienza che ho io, i registi tendenzialmente accettano poco le storie in cui non sono coinvolti sin dall’inizio. A meno che non sia una produzione a contattare il regista e a commissionargli un progetto, tendono a non lavorare a storie altrui. È difficile riescano ad entrare nelle storie di qualcun altro, cui non abbiano lavorato sin da subito…

Ti è successo anche il contrario? Dato che si è sviluppata questa relazione, sei stato coinvolto anche in fase di riprese e di montaggio? 

Sì, per dirti quanto è stato proficuo il rapporto creativo che si è creato, Mauro mi ha chiesto di essere presente sul set, così da poter chiedere il mio parere. Sono stato poco, solo tre giorni, anche perché una volta sul set, è il regista a decidere tutto.  Mi sono trovato bene devo dire, è stata una bella esperienza ed è stato divertente stare sul set.

Quanto pensi sia utile avere lo sceneggiatore sul set?

Secondo me se le cose vanno bene, il regista ha le idee chiare e la sceneggiatura è stata decisa, non c’è bisogno dello sceneggiatore sul set. Io sono molto per la divisione dei ruoli. Come penso che la presenza del regista non sia necessaria in fase di scrittura, perché alla fine noi sceneggiatori scriviamo da soli, la stessa cosa vale anche quando si va sul set. Se c’è intesa sulla direzione da dare alla storia, non c’è bisogno dello sceneggiatore sul set. Può essere più utile in fase di montaggio al limite ma, secondo me, non è fondamentale neanche là. È chiaro che se c’è intesa col regista,  lo sceneggiatore può sempre dare contributi utili, ma non è fondamentale. Secondo me è importante lo sceneggiatore sul set solo se il regista non è d’accordo, o fa finta di essere d’accordo, sulla linea da dare alla storia. In quel caso lo scrittore sul set serve per non creare incoerenze ulteriori, durante le riprese. Però devo dire che Mauro aveva le idee molto chiare, la linea l’abbiamo condivisa, e lui ha girato tutto quello che ho scritto. Considera che io sono stato molto preciso nel descrivere il comportamento degli attori e le loro motivazioni. È stata una sceneggiatura molto dettagliata, anche per volere di Mauro. Quando gli attori hanno fatto la lettura, hanno capito tutto già dalla prima volta.

Hai partecipato anche alla fase di pre-produzione?

Sì, ho collaborato anche in fase di pre-produzione. Mauro ha chiesto la mia opinione su varie cose, dai tatuaggi ai costumi. Adesso mi ritrovo con cartelle intere di tatuaggi di personaggi nazisti che se i carabinieri mi trovano…

A proposito, quanto è importante fare ricerca e attenersi ai fatti quando si parla di eventi di cronaca e quanto è importante allontanarsi dalla realtà per renderla interessante?

L’evento da cui è tratta la storia di Non Odiare è accaduto in Germania e in un ospedale, quindi in un contesto sicuro. Il medico che ha visto l’aquila neonazista ha fatto obiezione di coscienza ed è stato subito sostituito da un altro dottore. Nel nostro caso, questo ovviamente non ci faceva gioco e abbiamo spostato tutto in una situazione più estrema. Secondo me informarsi è essenziale, sapere il più possibile degli argomenti di cui tratti è fondamentale. E ti assicuro che fare ricerca su quegli argomenti è veramente pesante. Siamo venuti a conoscenza di cose che succedono in Italia che sono veramente assurde. C’è tutto un sottobosco allucinante e solo qualche volta emerge nella cronaca. Però la nostra storia non è incentrata su un neonazista, non è America History X,  e quindi molte cose, alla fine, non le abbiamo utilizzate… però informarsi è importantissimo. Soprattutto per i personaggi, altrimenti risultano finti. A volte basta solo un dettaglio per dare colore a un personaggio… ma quel dettaglio lo devi conoscere, altrimenti il personaggio non viene fuori. Per ritornare alla domanda, anche sapersi astrarre è fondamentale. Io sono un grande appassionato di film di genere e adoro quando registi visionari come Lanthimos e Tim Burton riescono ad astrarsi. Certo, dipende dalla storia che stai raccontando. È chiaro che non stai facendo un documentario, quindi puoi forzare un po’ la verità. Penso che l’importante sia rimanere autentico. Puoi forzare la realtà e dire cose che non sono vere ma devi mantenere sempre l’autenticità.

Avete avuto problemi per il Covid?

Per fortuna no, abbiamo girato prima della pandemia. O, almeno, non per quanto riguarda la produzione. Ci sono stati problemi poi per la distribuzione, perché sebbene sia riuscito ad andare al cinema, gli spettatori sono stati pochi.

Quanto pensi sia importante considerare le piattaforme di streaming, attualmente?

Lo streaming è un canale importantissimo ma il cinema è un passaggio fondamentale. Serve anche per vendere di più sulle piattaforme. Se un film esce solamente sulle piattaforme, c’è il rischio che arrivi lì senza che nessuno se ne accorga. Siccome ormai sono cataloghi enormi di roba, alcuna valida e altra meno, rischi che il film venga perso in un oceano di contenuti. E penso che questo lo stiano incominciando a capire in molti, anche i produttori. Il film lo vai a vedere sulla piattaforma solo se al cinema qualcuno ne ha parlato. È proprio una questione di promozione che viene a mancare. Lasciamo da parte la questione della retorica della sala e del cinema come “tempio laico” ma a livello di promozione, il cinema è fondamentale per promuovere il film, altrimenti la gente non si rende proprio conto della sua esistenza. Anche io, da cinefilo che s’informa, scopro dell’esistenza di alcuni film sulle piattaforme in maniera del tutto casuale.

So che hai anche scritto libri, quanto pensi sia importante per uno scrittore spaziare su diversi media?

Sicuramente ti rende più flessibile. Ti aiuta anche sulla scrittura di sceneggiature di film e serie TV, perché hai la mente abituata a pensare in molti modi diversi e non sempre nello stesso modo. Mi sembra che in Italia si vada molto per compartimenti stagni e che se si inizia in un ambiente, poi si fa molta fatica a passare ad un altro. Si viene sempre guardati con sospetto perché sei quello che fa cinema e allora forse non sei un bravo scrittore di romanzi. C’è sempre molta cautela che forse sfocia pure nel pregiudizio. Ho percepito nel mondo letterario una certa presupponenza nei confronti degli sceneggiatori e, in generale, nei confronti di chi non ha il percorso classico da scrittore di libri ma viene da altri ambienti. Non tanto nei miei confronti… non ho avuto particolari traumi, fortunatamente! Percepisco un po’ un modo vecchio di pensare come devono essere i libri. Secondo me, alcuni degli intellettuali maggiori, attualmente sono sceneggiatori. In Italia in particolare abbiamo degli sceneggiatori che propongono cose molto più creative di quello che sta succedendo nella letteratura. Mi sembra, paradossalmente, che nell’audiovisivo ci sia la possibilità di sperimentare di più che nella letteratura. Forse perché in Italia il pubblico che legge è più ristretto mentre nell’audiovisivo arrivi ad un pubblico più ampio.

L’intervista è a cura di Marco Riggio

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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