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Tra magia e realtà

Greta e le favole vere

Scrivere per le nuove generazioni significa accettare una sfida complessa: trovare il perfetto equilibrio tra la meraviglia della fantasia e l’onestà della realtà, senza mai cadere nella trappola del didascalismo. Un obiettivo ambizioso che sta alla base di Greta e le favole vere, commedia family che intreccia live-action, animazione e una forte sensibilità ecologista, presentata lo scorso 19 luglio alla 56. edizione del Giffoni Film Festival  In questa intervista per WGI, lil nostro socio Fabio Di Ranno ci porta dietro le quinte del film, scritto a sei mani con il regista Berardo Carboni e Valeria Giasi, raccontandoci la genesi del progetto, l’intricato lavoro di co-scrittura, la gestione di un “protagonista” interamente in CGI e l’importanza di continuare a osare con il cinema di genere in Italia. Il film uscirà nelle sale il prossimo 6 agosto.

Carissimo Fabio, Greta e le favole vere gioca fin dal titolo con un contrasto forte. Come avete calibrato, in fase di sceneggiatura, la componente fantastica e il realismo per fare in modo che il mix fosse stimolante per il pubblico, senza risultare forzato, o troppo edulcorato?

Centri subito il vero punto della sfida: siamo partiti da un soggetto di Berardo Carboni (che firma anche la sceneggiatura e la regia) e insieme a Valeria Giasi (sceneggiatrice e mia partner in crime anche nella vita) abbiamo integrato la linea dei due ragazzini che, a Roma, sottraggono a due bracconieri un cucciolo di orso bianco per restituirlo al suo habitat naturale, il Polo Nord. Una favola ispirata in qualche modo dall’esempio di Greta Thunberg diventa, così, “vera”: la nostra giovane protagonista (si chiama Greta anche lei) decide di andare fino in fondo, e nel farlo modifica la realtà con coraggiosa consapevolezza. Il film è una commedia family, in cui l’elemento fantastico è l’escamotage per raccontare in maniera emozionante e divertente una storia contemporanea che parla di temi indifferibili, come le responsabilità che abbiamo nei confronti del nostro pianeta.

Quando si scrivono storie che toccano il fantastico o il folclore, stabilire i paletti del mondo è fondamentale. Avete lavorato a una Bibbia di progetto molto rigida per definire le regole magiche e narrative di questo universo, o avete lasciato che si sviluppassero spontaneamente durante la stesura delle scene?

Abbiamo molto ragionato sul concetto di favole vere. Una favola vera ci scuote, ci porta all’azione, a decidere di fare la nostra parte per provare a cambiare davvero ciò che non ci piace di quel che accade intorno a noi, nel mondo. Pensiamo che il passaggio da un registro narrativo fantastico (e in questo ci ha molto aiutato la scelta di avvalerci di sequenze animate) a uno realistico (scene action, inseguimenti) sia uno dei punti di forza del film. Magia e verosimiglianza s’intrecciano, crediamo, in maniera efficace e appassionante nell’universo della nostra Greta.

Scrivere per i più giovani è una sfida complessa: il rischio di cadere nella “morale” o nel didascalismo è sempre dietro l’angolo. Qual è stato il vostro segreto per mantenere la voce di Greta e degli altri personaggi autentica, onesta e priva di filtri paternalistici?

Con Valeria veniamo da anni di scrittura per i giovanissimi (ci siamo occupati per un lungo periodo di serie animate) e sappiamo che è un pubblico molto esigente: ti segue se non si sente preso in giro, se ritrova in quel che vede emozioni autentiche, che parlano direttamente al cuore. La favola, in sé, può contenere aspetti da racconto morale (attento al lupo, non essere cattivo, etc.) ma fuori dai didascalismi ha una forza archetipale che ne rende immediata la comprensione, il significato. Funziona per i piccoli e per i grandi, perché parla da sempre delle nostre paure, dei nostri desideri, di chi siamo e di come vorremmo essere.

Il cinema è un’arte collettiva, ma la scrittura per il grande schermo lo è ancora di più, specialmente quando si coordinano mondi complessi. Come si è strutturato il tuo lavoro di co-scrittura e qual è stato il metodo per mantenere una visione e un tono unici e coerenti dall’inizio alla fine?

Lavoriamo in coppia da tanto tempo, Valeria ed io, da prima di sposarci. Con Berardo ci siamo conosciuti proprio su Greta, e siamo già al lavoro su altri progetti insieme. Meglio di tante parole, questa mi sembra la risposta più corretta che possa dare: la diversità degli sguardi è arricchimento reciproco, quando si parla di scrittura. Polveroni, discussioni, sono essenziali. Non bisogna averne paura. Se il team funziona, poi sulla carta si vede.

Spesso l’immaginazione dello sceneggiatore deve fare i conti con la realtà produttiva, soprattutto in Italia quando si affrontano generi non convenzionali. C’è stata una scena o un elemento visivo particolarmente ambizioso sulla carta che si è scontrato col budget?

Sicuramente la ricostruzione di Roccia/Libera, il cucciolo di orso bianco: è stata realizzata tutta in CGI ed è stata la lavorazione più impegnativa del film. L’orsetta è molto presente all’interno della storia e nelle interazioni coi protagonisti, e questo ha reso sicuramente Greta e le favole vere un film ambizioso, dal punto di vista produttivo e realizzativo, per gli standard italiani.

Presentare un film al Giffoni significa mostrarlo alla giuria più onesta e spietata del mondo: i ragazzi. Che cosa ne pensi?

Nel panorama dei festival italiani Giffoni Film Fest è una sorta di Isola che non c’è, un’eccezione che vede un pubblico di giovanissimi e di adulti insieme in sala. Che poi è esattamente il pubblico a cui ci rivolgiamo. Siamo stati davvero felici di esserci, è stata un’occasione bellissima per far esordire il nostro film.

Da sceneggiatore che ha appena firmato un’opera di questo tipo, cosa pensi manchi nel nostro paese per osare di più in questa direzione?

Mi sembra che ci siano opere italiane coraggiose – quasi sempre crossover di generi – e ben riuscite. Alcune sono state sorprendenti al box office, altre non hanno raccolto quello che meritavano. Da appassionato, mi auguro che i recenti successi al botteghino di film internazionali che utilizzano il genere horror per raccontare storie contemporanee aprano gli occhi a tutti. Possiamo farli, e bene, anche noi.

L’intervista è a cura di Francesco Maggiore

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