IntervisteWGI si racconta

Per un po’: l’educazione reciproca ai sentimenti

La nostra socia Francesca Maria Scanu firma insieme a Andrea Zuliani, all’autore dell’omonimo romanzo da cui il film è tratto Niccolò Agliardi e il regista Simone Valentini, la sceneggiatura di Per un po’, uscito nelle sale italiane lo scorso12 febbraio.

La pellicola, opera seconda di Valentini, è finanziata dal Ministero per la Cultura ed è stata presentata in competizione nel novembre 2025 alla 24ma edizione del RIFF – Roma Independent Film Festival.

Tra biografia e finzione, il romanzo affronta dal punto di vista del padre affidatario le complicazioni di una scelta controcorrente che sfida i canoni del dramma sociale. Francesca Maria Scanu racconta in questa intervista a WGI le modalità dell’adattamento del libro, in vista della costruzione della sceneggiatura.

Carissima Francesca, in Per un po’, Nicc è un protagonista che vive in una “bolla” di privilegi. Come avete lavorato per evitare che il suo desiderio di paternità non risultasse un atto di narcisismo, ma un’autentica crisi esistenziale?

Abbiamo attinto molto alla vita di Niccolò Agliardi, autore del libro da cui il film è tratto che ha vissuto in prima persona l’esperienza dell’affido. Per rendere ancora più chiara la scelta del personaggio allo spettatore abbiamo poi deciso di creargli una frattura interna nel lutto per la morte della compagna, con cui il percorso di affido era iniziato. In questo modo il suo diventa anche un tentativo di tenere in piedi il progetto di vita che aveva con la donna che amava.

Qual è stata la sfida principale nel tradurre sulla pagina i silenzi e le resistenze di un diciottenne cresciuto in comunità, dove spesso la difesa è l’unica forma di comunicazione?

Fin dall’inizio avevamo molto chiaro il mondo di Federico, il figlio in affido: le privazioni affettive che aveva subito, l’amore per sua madre, la mancanza di una guida, le difficoltà a comunicare. Ma al tempo stesso sapevamo che il rapporto con Nicc poteva, come una goccia cinese, corrodere lentamente il suo muro. Ci siamo ispirati ovviamente alla storia raccontata da Niccolò, ma anche a quelle che conoscevamo direttamente, calandoci per quanto possibile nel vissuto di un adolescente diverso dagli altri (con il co- sceneggiatore Andrea Zuliani da alcuni anni stiamo sviluppando un documentario in una casa famiglia del casertano, con cui siamo arrivati anche in finale al Premio Solinas).

Solitamente il padre affidatario è la guida, ma qui sembra che entrambi debbano imparare a stare al mondo. Come avete strutturato l’arco di trasformazione di Nicc attraverso gli occhi di Federico? E’ lui che “educa” Nicc alla realtà?

E’ un’educazione reciproca. Nicc, attraverso un rapporto di grande onestà, insegna a Fede a vedere meglio sua madre e le sue ambiguità, le sue bugie, le sue assenze; Fede, con la sua mancanza di filtri, fa capire Nicc che non c’è un modo giusto di essere e di crescere: ognuno di noi ha in dotazione un mazzo di carte che deve giocare al meglio che può. Purtroppo il mazzo non è lo stesso per tutti. Nonostante ciò, il film è pieno di calore e ottimismo, perchè vuole dire che anche con possibilità diverse possiamo trovare la nostra strada. E che gli incontri giusti, a volte, possono salvarci la vita. 

Il pubblico riesce a percepire la costruzione di questa “intimità inaspettata” senza accelerare troppo i tempi emotivi dei personaggi?

Sembra che il pubblico stia recependo molto bene il senso del film, che lo stia apprezzando. La struttura che abbiamo scelto (un primo capitolo tutto dal punto di vista di Nicc, un secondo dal punto di vista di Fede e un terzo di sintesi) e il modo in cui la storia tra i due personaggi si dipana fa sì che l’andamento del film non sia del tutto lineare ma sappia suggerire le svolte fondamentali del loro rapporto, rendendolo credibile, caldo e suscitando empatia.

L’affido di un diciottenne è una scelta narrativa forte e meno comune dell’adozione di un bambino piccolo. Che tipo di ricerca avete svolto sul sistema delle comunità e dell’affido per restituire un ritratto che fosse onesto e privo di pietismo?

Prima di tutto abbiamo letto e studiato il libro di Niccolò Agliardi, dove la dinamica del prosieguo amministrativo dopo il compimento dei diciotto anni è raccontata molto bene. Poi, ovviamente, abbiamo attinto dalla sua esperienza diretta, dal percorso che lui stesso in prima persona aveva compiuto. Per il resto la ricerca è stata più canonica, fatta di film, casi di cronaca, libri e di contatti diretti con educatori, operatori e utenti che lavorano e vivono nelle comunità.

Nella scrittura, quanto i dialoghi di Nicc sono stati influenzati dalla necessità di bilanciare la sua brillantezza professionale con la sua fragilità domestica?

Abbiamo provato a rendere Nicc un personaggio fragile e umano. Era importante per questo insistere sulla sua componente più empatica, quella egata al lutto per la compagna, per avvicinarlo agli spettatori, perché sia la sua scelta di prendere in affido un diciottenne che il suo lavoro nell’ambito della musica sono tendenzialmente piuttosto lontani dal pubblico. Invece, come ci mostra il film, Nicc è un uomo come tanti, con gli stessi dubbi e le stesse fratture, che fa una scelta controcorrente.

Come si inserisce Per un po’ nel panorama del cinema italiano contemporaneo? Secondo te, c’è un nuovo spazio per storie che esplorano forme di famiglia “scelte” e non biologiche, uscendo dai canoni della commedia classica o del dramma sociale puro?

Il nostro è una sorta di coming of age di due personaggi, un teenager e un adulto. È indubbiamente anche un film sociale, che mette al centro le dinamiche dell’affido e, dunque, un mondo raramente raccontato e spesso marginale nel dibattito pubblico o visto con diffidenza dalle persone. Ma è anche un film di affetti dai toni agrodolci che, infatti, non è né commedia pura né dramma sociale tout court. Non so se c’è spazio per queste storie nell’Italia di oggi, ma quello che so per certo, è che è necessario raccontarle e darglielo quello spazio, a costo di abbattere muri culturali che oggi sembrano invalicabili. Il cinema può essere uno strumento potentissimo in tal senso, e noi non dobbiamo avere paura di usarlo.

L’intervista è a cura di Francesco Maggiore

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.