Non è Tutta colpa di Freud se le serie vengono scritte bene

La parola agli autori Petronio, Laudani e Mazzotta

È partita alla grande la serie “Tutta colpa di Freud”, tratta dall’omonimo film diretto da Paolo Genovese, prodotta da Lotus Production con la collaborazione di Amazon Prime Video e rilasciata sulla piattaforma a fine febbraio 2021, a firma stavolta di Rolando Ravello, scritta da Carlo Mazzotta e Chiara Laudani con produzione creativa di Barbara Petronio.

Il progetto ha fatto molto parlare di sé sia per il travaglio produttivo, che per il team di scrittura che ha lavorato a ritmi sostenuti per realizzarlo.

Barbara Petronio ha scelto la squadra, basandosi solo sul proprio fiuto e mettendo a segno un ottimo colpo. Ha unito il talento di Carlo Mazzotta alla poliedricità di Chiara Laudani, generando un binomio scoppiettante ed energico, perfetto per la scrittura della serialità.

“Ho chiamato Carlo e Chiara, sicura che si sarebbero trovati bene. Abbiamo iniziato il lavoro nel 2017. Li ho coordinati e in tempi rapidissimi hanno proposto le sceneggiature a Paolo Genovese che le ha approvate, facendone la supervisione, e poi passate al regista, Rolando Ravello. Concludendo l’intero lavoro nell’autunno 2018”.

Laudani racconta: “Carlo è expresidente di Wgi e Barbara ne è una socia fondatrice. Io vengo da 100Autori. Lei ha scelto di tenere unite le persone e ci è riuscita benissimo! Abbiamo dato vita a una squadra fantastica, che si è tradotta in una macchina da guerra. In un anno e mezzo abbiamo elaborato il progetto di serie, scritto i soggetti di puntata, realizzato le sceneggiature, fatte prima e seconda versione dopo round di confronto e note editoriali”.

Tra gli aspetti migliori di questa esperienza, il fatto che gli autori si siano divertiti davvero nella scrittura, dando spazio alla creatività. Tutto ciò torna in maniera preponderante, nelle parole dei membri del team.

“È stato un lavoro di scrittura abbastanza avvincente – aggiunge Carlo Mazzotta – perché in ogni caso la sfida era abbastanza alta: quella di riuscire in qualche modo a fare un lavoro di adattamento di un film che ha avuto un ottimo successo. Il film di per sé si presta meno all’adattamento, essendo un prodotto che contiene un materiale narrativo che è destinato ad esaurirsi all’interno dell’ora e mezza del prodotto filmico. Lì devi creare”.

“Sono fiera del lavoro dei miei colleghi – aggiunge la Petronio -, fiera del clima che si è creato tra noi. Abbiamo lavorato tutti per realizzare il miglior prodotto possibile e l’abbiamo fatto divertendoci”.

Le parole entusiastiche della produttrice creativa, sembrano stridere con quelle che spesso si rivelano leggende metropolitane che riguardano chi lavora a progetti destinati o commissionati dalle piattaforme.

Anche la Laudani rassicura sul tema: “La presenza di Amazon e la doppia committenza, non ha portato alcuna diversità nella metodologia. Ci hanno lasciato libertà nella scrittura e non sono mai entrati pesantemente nella struttura o nei personaggi. Sento molto di più la presenza del produttore adesso che sto lavorando ad un progetto con degli svedesi. Loro sono velocissimi nella lettura e nelle risposte ma dall’altro lato, tutto quell’ordine presuppone una gerarchia che viene rigidamente rispettata”.

L’unione di Amazon a Mediaset, in questo progetto, ha fatto sì che anche le note editoriali arrivassero agli sceneggiatori già condivise da entrambi.

“Questo però – precisa Petronio – perché per Amazon non si tratta della sezione originals ma di quella relativa alle acquisizioni e quindi lo sguardo è puntato sull’estetica che deve essere rispondente a quella del film di origine, pur custodendo note di originalità”.

Note di originalità su cui espande Carlo: “Essendo questa, com’è stato per Made in Italy, non un’operazione Amazon Originals ma Amazon che affianca la rete generalista, non c’è stato editorialmente un mandato forte. Sicuramente c’è stato all’interno della struttura larga, l’intento di utilizzare una scrittura che potesse andare bene per la generalista, osando un po’ di più, magari su un certo tipo di racconto e di drammaturgia, allineata con quello che è la produzione, che in questi anni si è affermata sulle piattaforme digitali. La doppia committenza è stata un incentivo. Quando cerchi di adattare un successo, i tentativi che fai di proporre una strada nuova, hanno bisogno di essere sostenuti e questo tipo di coinvolgimento, in concomitanza con la scrittura del pilota che comunque aveva incontrato il favore della rete, è servito”.

Chiara Laudani ci tiene a precisare che “scrivere un prodotto per una generalista non è semplice. Si rischia sempre di cadere nel cliché. È più facile realizzare un buon prodotto per un indipendente che vuole uno stile alla famolo strano. Noi poi siamo andati a toccare il materiale di un autore che ha venduto sue opere in tutto il mondo. Siamo stati giocolieri, in costante equilibrio tra il padre artistico e il produttore”.

E a proposito di produzione, la serie “Tutta colpa di Freud” ha vissuto una quantità infinita di intoppi. Racconta Barbara Petronio: “Abbiamo girato a Milano, prendendo in pieno l’onda del primo lockdown che quindi ci ha costretti a fermare tutta la macchina produttiva per mesi”.

Poi, visto che le sorprese non arrivano mai sole… “Abbiamo ripreso a girare a luglio, ma a quel punto due attrici erano incinte e il Covid non era stato battuto. Da quel momento è diventata una vera lotta contro il tempo”.

Quindi la Lotus Production ha inviato sul set la story editor Veronica Galli, che giorno dopo giorno ha curato la coerenza narrativa e mantenuto il filo diretto con la produzione creativa e con la squadra di scrittura, ottenendo come riconoscimento ultimo, il credito di collaboratrice alla sceneggiatura.

Riguardo all’ambiente particolare dovuto al Covid, Carlo aggiunge: “La annosa storia dello sceneggiatore sul set, causa Covid, non è stata possibile, ma per come poteva andare è andata bene. Questo ribadisce che il tema di creare mondi, quando devono essere messi in scena dai registi, se si riesce a trasferire, funziona comunque. È evidente che più la scrittura è considerata centrale e meno è soggetta a modifiche a vario titolo durante la realizzazione, migliore è il risultato. E in questo caso si è verificato, perché il contributo dei registi e degli attori c’è stato, è evidente, ma il testo è stato valorizzato. Questo anche grazie alla capacità di Barbara di riuscire, tra l’incudine e il martello, a fare sì che questo si realizzasse”.

Anche qualcun altro ha rischiato di ottener un credito, ironizza la Laudani: “Eravamo tutti in terapia mentre scrivevamo e chiedevamo spesso consigli ai rispettivi professionisti. Potergli dire che finalmente avevamo realizzato il nostro progetto, è stata una soddisfazione per tutti, un vero caso di metanarrazione!”.

Forse un’esperienza del genere la si può raccontare con tanta enfasi perché a dirigerla c’è stata una professionista che ben conosce l’ambiente creativo e che – essendolo lei per prima – rispetta la figura dello sceneggiatore, permettendogli di lavorare in  ottime condizioni anche con tempi brevi e mille difficoltà, non ultima una pandemia mondiale.

Evviva i professionisti coraggiosi e generosi!

L’intervista è a cura di Francesca Romana Massaro e Marco Riggio

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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