La Writers Guild Italia è nata con il preciso intento di valorizzare e di far rispettare, sotto ogni aspetto, il lavoro professionale degli sceneggiatori e quindi anche la loro immagine pubblica. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, raccoglie e diffonde la voce degli sceneggiatori italiani, per tentare di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori vengono penalizzati dalle comunicazioni dei festival e degli organi di informazione.

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SCRITTORI A VENEZIA

Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori italiani presenti con le loro opere
alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 agosto-7 settembre 2013).

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LUCA GIORDANO

Luca Giordano  (Torino, 1985) ha scritto con Francesco Cenni (di cui abbiamo pubblicato ieri l’intervista) ed Enrico Maria Artale (regista)   Il terzo tempoIl film è in concorso nella sezione Orizzonti, e sarà proiettato oggi al Pala Biennale.

 Luca Giordano

Luca, come abbiamo già fatto con il tuo co-sceneggiatore Cenni, ti proponiamo una sfida: il pitch in quattro righe.

Samuel è un minorenne che ha vissuto gli ultimi anni tra un carcere minorile e un altro. Affidato a Vincenzo, assistente sociale con un equilibrio piuttosto precario e allenatore di una squadra di rugby senza prospettiva, dopo i primi momenti di incomprensione, grazie a lui e allo sport riesce a trovare quella via di fuga che gli permetterà di non rientrare in carcere per l’ennesima e ultima volta.

La storia dell’idea: da chi è nato il soggetto, come è stato condiviso con regista e produttore? E poi, quali sono, a tuo avviso, i punti di forza dell’idea, perché credi che possa avere successo, convincere?

Tutto è iniziato da un bando del Ministero della Gioventù che ha messo in palio un buon finanziamento per un film a basso budget. Requisito: la storia doveva parlare di ragazzi sotto i 25/30 anni. Un soggetto di Alessandro Guida, ex-studente del corso di produzione al Centro Sperimentale (Scuola Nazionale di Cinema) ha interessato Enrico Maria Artale, il regista del film, che aveva già sviluppato il tema per un documentario. Per partecipare al bando, Enrico, con cui avevo collaborato per alcuni cortometraggi, mi ha chiamato per sviluppare prima un soggetto più coeso, chiaro, poi, vinto il bando, per ampliarlo e scriverne la sceneggiatura. Io stavo per finire gli ultimi mesi del Centro Sperimentale, lui doveva finire l’ultimo anno. La storia de Il Terzo Tempo da quel momento è diventato il nostro film di diploma. Seguiti dalla casa di produzione del Centro Sperimentale, per qualcosa più di un anno, insieme a Enrico e a Francesco Cenni, uno dei nostri insegnanti di sceneggiatura, abbiamo modificato soggetto e sceneggiatura un numero impressionante di volte. Fortunatamente, nonostante fosse un lavoro di diploma che – per un primo periodo – rischiava di essere un buco nell’acqua, tutti e tre abbiamo lavorato insieme nella sintonia più completa. Lo script alla fine è una storia di sport e redenzione, tipica di un certo cinema americano, raccontata attraverso rapporti in cui tutti i ragazzi della nostra età si possono ritrovare. Nella sua semplicità, questo è sicuramente uno dei punti di forza. L’ambiente è quello del rugby, sport che sempre più gente comincia a seguire con passione, cosa che ha attirato l’attenzione di altri produttori (De Laurentiis con Filmauro) e che può essere un tirante niente male per il successo del film.

A quale pubblico (se c’è un pubblico particolare) pensate di rivolgervi?

È sicuramente una storia che si rivolge a un pubblico piuttosto eterogeneo. In particolare, però, può interessare giovani adolescenti e gli appassionati di sport.

Quali sono i lati del tuo lavoro che ti stanno più a cuore? Hai dovuto combattere per far valere le tue idee?

Essendo solo all’inizio, penso che una risposta a questa domanda rischia di essere banale o pretenziosa. Lo capirò poco per volta, con l’esperienza. Per ora, banalmente, sono le cose per cui ho voluto a tutti i costi iniziare a scrivere e, in particolare, a scrivere per il cinema. Semplicemente raccontare storie, inventare personaggi credibili. Trovare un tema e svilupparlo al meglio, in ogni storia possibile. Per questo film, poi, c’è sempre stata una buona intesa tra noi sceneggiatori; avevamo un obiettivo finale comune e non c’è stato nulla per cui combattere in particolare.

Pensi di essere riuscito ad esprimere ciò che volevi in questo film?

Inizialmente, come a volte mi capita, avrei voluto rendere la storia più cupa di quello che è. Forse, avrei voluto portarla su un genere diverso. Sono cose che faccio quasi istintivamente, anche solo per addentrarmi nella storia con più facilità e farmela piacere quando l’idea non è mia. Poi arriva il momento in cui mi rendo conto che quello che mi piace è solo una questione di gusto, che non appartiene alla storia e, a quel punto, l’unica cosa è cercare di strutturarla al meglio e inserire quegli aspetti che possano sviluppare i temi su cui baso la maggior parte delle storie. Non scrivendolo da solo, essendo un lunghissimo lavoro di gruppo, non farei un discorso personale su quello che io avrei voluto esprimere o meno. Mi sembra che tutti e tre non possiamo che ritenerci soddisfatti del risultato finale e di quello che siamo riusciti a raccontare. E questa è l’unica cosa importante.

È  il tuo esordio come sceneggiatore?

È sicuramente un esordio al lungometraggio, pur non essendo l’unico che ho scritto. Lo considero quindi un inizio, un buon inizio, sperando di non dovermi fermare subito.

Che cosa ti ha dato professionalmente?

Esordire a 27 anni, che in questo periodo sembra quasi utopia, credo sia un buon risultato. Ma non basta. La possibilità, pur essendo un film fatto insieme a compagni di corso al Centro Sperimentale, di lavorare insieme a professionisti affermati. Una grande soddisfazione dopo un lavoro lungo, in un periodo in cui qualsiasi progetto sembrava bloccarsi poco prima di andare in porto. Detto questo, ovviamente, spero che l’uscita del film a Venezia possa farmi arrivare qualche lavoro in più che non sarebbe male.

Ti sei sentito rispettato nel tuo ruolo (rapporti con il regista, con la produzione…)?

Come già detto, con Enrico il rapporto è stato ottimo fin da subito. Ci siamo organizzati e capiti, lui poi è uno di quei registi che ha anche un’ottima capacità di scrittura. Questo aiuta. Con la produzione ho avuto più che altro problemi legati al Bando d’ingresso al Centro Sperimentale. Entrando a Scuola, accettando quel bando, i diritti di tutto quello che viene fatto diventano di proprietà della Scuola e della Csc Production. Non credo sia giusto che questo avvenga anche per dei lungometraggi, dove il lavoro è lungo ed estenuante, dove ci sono società che su quel lavoro ci stanno guadagnando. Abbiamo cercato in ogni modo di chiedere che questo non avvenga più, ma sembra sia impossibile. Intanto, per un film del genere, non solo io, ma tutta la troupe proveniente dalla scuola non ha praticamente guadagnato un euro. Un mercato sano, regolato, non  dovrebbe accettare una cosa del genere.

Mi sembra il minimo. Hai fatto bene a raccontarcelo!  La Writers Guild Italia contatterà il CSC e vedremo cosa possiamo fare… Vai a Venezia? Ti ha invitato il festival? Ti ha invitato la produzione?

Vado. Mi ha invitato la produzione del Centro Sperimentale che ha consegnato qualche accredito. L’accomodazione me la son dovuta trovare da me. Visto il progetto, essendo film di diploma non solo per sceneggiatori e regista, penso sia ridicolo non sia stata trovata la stessa soluzione anche per gli altri ragazzi che hanno lavorato sul film. Inutile che  i produttori dicano che vogliono investire sui giovani quando poi non gli danno  l’opportunità di rimanere ad un festival come quello di Venezia a guardare film tutto il giorno e per giorni. Potrebbe essere un investimento redditizio e a bassissimo costo, ma non si fa. Non credo sia per “tirchieria”, credo sia un problema culturale. Un gravissimo problema culturale.

Non c’è un Leone alla sceneggiatura  ma solo un  premio anonimo alla sceneggiatura benché conferito dalla stessa giuria dei Leoni. Che ne pensi?

Penso sia piuttosto in linea con quello che succede in Italia. Lo sceneggiatore non ha la stessa importanza dello sceneggiatore americano, o anglosassone in generale, e mi arrischierei a dire che nella maggior parte delle occasioni lo scrittore viene considerato solo qualcosa in più che un semplice tecnico, se non addirittura superfluo. Detto ciò, non credo che la mancanza di un Leone sia per forza un problema. In generale non penso che un premio alla sceneggiatura serva a far staccare qualche biglietto in più al botteghino. Magari mi sbaglio, eh. Ci vorrebbe la controprova.

Qual è la tua relazione prevalente nei confronti dei tuoi colleghi sceneggiatori?

Ne conosco molti, ovviamente, soprattutto grazie ad aver frequentato la Scuola di Cinema. Diplomarsi in un periodo di crisi come questo non è stato semplice e, personalmente, penso che il problema principale sia quello di un mercato che non offre moltissime opportunità. Tra i giovanissimi c’è parecchia frustrazione per come si è trattati, compensi minimi o inesistenti, progetti che all’ultimo non partono. Questo porta ovviamente allo sconforto e penso se ne possa uscire solo facendo gruppo. L’errore penso possa essere quello di fare gruppo solo tra sceneggiatori, dimenticandosi che siamo tutti sulla stessa barca, dai montatori ai costumisti ai tecnici del suono. Siamo arrivati a un problema sistemico e non solo di categoria Nonostante tutto, sono comunque ottimista.

L’intervista è a cura di Aaron Ariotti.

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Luca Giordano has written together with Francesco Cenni ed Enrico Maria Artale (director) “Il terzo tempo”. ( The third half). The film competes in the Orizzonti section at theVenice Film Festival.

I ask you immediately whether you feel that your professional competence has been respected by the director and the production.

With  Enrico, the director, who studied with me at the Centro Sperimentale di Cinematografia, the  CSC, the Film School in Rome, everything went very well.  The Third Half  has become our final diploma  film.  We were taken care of by  CSC  Production Company  one year long. Together with Enrico and Francesco Cenni, our scriptwriting teacher, we wrote and rewrote the script an impressive number of times.   With the production I had problems due to the enrolment form you have to sign  to enter CSC. Doing that you have to cede to CSC production  copyright, royalties, etc, on everything that one will write. I don‘t think it is right they make money with our work paying nothing! Not only me but the whole crew, all CSC students like me, didn‘t earn a cent. We have tried to do something about it  but no way! An healthy market should not accept such things.

The least one can say! Im glad you told us about it!  Writers Guild Italia will get in touch with CSC and we will see what we can do! … Do you go to Venice? Did the Festival invite you? Or the producer?

The production gave me accreditaton but I have to take care of hotel etc… The Third Half  being the final diploma film not only  for scriptwriters and director but for all the members of the crew, I do think that it‘s ridiculous that the other students haven‘t been invited.  Producers say they want to invest on the young but then they don‘t give them the opportunity to be at the Venice Film Festival and watch the high number of films that are screened. It  could be a very low budget investment. It‘s not a problem of tight-fistedness but a cultural one. Watching films isn‘t considered important, only if  they are films which make money.  This kind of thinking  leads to the leveling of creativity.  To understand what I mean you only have to see the kind of movies that are allowed to run in the cinemas in Italy and  speak with people who decide the feasibility of a film. Desolation row!

There is no Lion for best screenplay. Only an anonymous award although voted by the International Jury.

In Italy script writers  have not the same importance as in the US or in Great Britain.  Usually they are considered  just a bit more than technical crew.

What kind of relations do you have with other scriptwriters?  

I know many of them, basically through the Film School.  The young are frustrated being treated the way they are.  Minimum remuneration, moreover no remuneration at all…  films, you have been working for for free and for a long time, which at the last moment die of sudden death!  The main problem is because of a market which gives very little opportunities. The only way to get off is to unite. But not only we scriptwriters. I mean editors, costume designers, sound engineers we all have the same problem. It‘s the whole system that must be changed. Nevertheless I‘m optimistic.

La sintesi dell’intervista e la sua versione in inglese sono a cura di Jean Ludwigg.