Ci siamo. Eccoci.

Ci siamo. E’ emozionante. Oggi, con la nascita della WGI, si chiude un percorso e viene definitivamente alla luce una cosa nuova. Non sapevamo bene cosa fosse, ma abbiamo cominciato a percepirne l’esistenza con l’approvazione della legge sull’Equo compenso. Questa cosa che forse potremmo chiamare autocoscienza di una comunità di professionisti, è andata avanti, acquistando forza, percorrendo come un fiume carsico la storia di questi anni, ed emergendo qui e là, in cerca di pubblico riconoscimento, prima nel convegno del Created by e in seguito nel Turning Point del 2011. A questo punto, il cammino della categoria degli sceneggiatori ha incontrato un ostacolo: i produttori non hanno voluto sedersi a un tavolo e il fiume è tornato, apparentemente silente, sotto terra.

Eppure il nostro lavoro crea altro lavoro, la nostra immaginazione inventa luoghi e mette in movimento altre persone.

Siamo noi, scrittori e sceneggiatori la chiave d’accensione di un processo industriale, i motori dell’audiovisivo. Senza idee, storie, sceneggiature non ci sarebbero film – serie TV programmi – documentari – web series. Se non ci fosse il nostro lavoro non ci sarebbe nessun prodotto. Come è possibile che veniamo ignorati come categoria? Siamo sognatori di cinema e artigiani della televisione, narratori di storie, drammaturghi del quotidiano, filtri del senso comune, propulsori di nuovi significati. Se la nostra struttura narrativa è storta o malandata, il prodotto uscirà fuori inevitabilmente zoppo, inadeguato, manchevole. Se invece scriviamo bene, il prodotto può crescere.

Esplode improvvisa una certezza: ci siamo. Eccoci.

Siamo qui per dirlo chiaramente oggi.

Gli sceneggiatori italiani non sono secondi a nessuno e sono capaci di occupare il posto che compete loro in Italia e nel mondo. Senza di noi non si va da nessuna parte. Senza il nostro sangue, senza le nostri notti insonni e i nostri giorni persi alla ricerca del meglio, del giusto, del possibile, dell’accattivante, del simpatico. Il nostro lavoro è indispensabile e deve essere rispettato. Vogliamo regole, contratti degni, puntualità nei pagamenti. Non c’è niente di nuovo in questo, sono cose che vogliamo da sempre.

Ma da oggi – e questo è il punto – faremo in modo che quello che vogliamo si realizzi, avvenga davvero. Noi che siamo qui oggi veniamo da esperienze diverse, qualcuno ha fatto politica nelle associazioni, qualcuno ha preferito combattere da solo, ci sono giovani e persone d’esperienza, ma oggi non fa differenza. Siamo tutti sceneggiatori, facciamo categoria, ci unifica il nostro lavoro.

E’ questa la differenza. Oggi siamo professionisti, sicuri di esserlo e pronti a difenderci l’un l’altro. Siamo diventati così grazie a un lungo lavoro su un unico obiettivo, forse desueto forse addirittura sbagliato: il contratto nazionale. Ne abbiamo parlato a lungo, questuanti dell’ideale appresso a un idolo, e abbiamo finito col perdere tempo. Troppo. Così oggi cambiamo strada. Non cercheremo più qualcosa che vada bene a tutti. Al contrario. Cercheremo di stare tutti sullo stesso qualcosa: tutti su un unico contratto, tutti sugli stessi contratti.

Abbiamo capito che era la strada giusta proprio quando ci hanno trattato male: avere pochi principi e rispettarli è da adulti, pretendere capricciosamente soddisfazione da qualcun altro è da bambini. Per questo, oggi, non ci facciamo più mettere ai margini, ma ci piazziamo al centro. Questa è la svolta, il cambiamento, la chiave.

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Foto di Ivan Russo

Non chiediamo. Ce lo andiamo a prendere.

Non tutto, qualcosa.

Tutti insieme per ciascuno di noi singolarmente. Ognuno per tutti. 

Questo è il sistema che oggi diventa patto della WRITERS GUILD ITALIA: condivisione, protagonismo, rispetto, maturazione.

Gli sceneggiatori italiani oggi diventano sindacato, fanno categoria, portano regole e civiltà dove finora fanno allegramente comodo il caos e la divisione. Gli sceneggiatori sono professionisti altamente specializzati e vanno tutelati esattamente come le altre figure professionali dello spettacolo. Non stiamo mettendo in atto niente che non sia pratica comune in altri paesi con un’industria audiovisiva ben più florida della nostra. Non vogliamo avere più potere dei produttori o dei registi e non vogliamo certo sostituirci a loro. Non vogliamo bloccare o boicottare le produzioni, non vogliamo sopraffare nessuno. Difendiamo il nostro lavoro per ottimizzare il sistema. Ottimizzare non significa, infatti, pagare di meno, ridurre alla fame chi lavora. Ottimizzare significa lavorare bene (meglio) in maniera efficiente ed efficace al fine di realizzare una filiera (scrittura/produzione/regia) che poi porti alla creazione e produzione e distribuzione di prodotti migliori che allarghino e migliorino il mercato.

E’ una cosa nuova, davvero.

Finalmente.

Roma, 22 luglio 2013