Dafne

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.
Abbiamo intervistato lo sceneggiatore e regista Federico Bondi al suo secondo lungomeraggio di fiction con “Dafne” presentato nella sezione Panorama alla Berlinale e vincitore del premio FIPRESCI  (Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica). 

Carissimo Federico, il tuo ultimo film “Dafne”, è reduce dalla Berlinale dopo la vittoria del premio Fipresci. Puoi raccontarci in un pitch la trama?

Dafne (interpretata da Carolina Raspanti) ha trentacinque anni, un lavoro che le piace, amici e colleghi che le vogliono bene. Ha la sindrome di Down e vive insieme ai genitori, Luigi (Antonio Piovanelli) e Maria (Stefania Casini). L’improvvisa scomparsa della madre manda in frantumi gli equilibri familiari: Dafne è costretta ad affrontare non solo il lutto ma anche a sostenere Luigi, sprofondato nella depressione. Grazie all’affetto di chi le sta intorno, alla propria determinazione e consapevolezza, Dafne trova la forza di reagire e cerca invano di scuotere il padre. Fino a quando un giorno accade qualcosa di

inaspettato: intraprenderanno insieme un cammino in montagna verso il paese natale di Maria, e, nel tentativo di guardare avanti, scopriranno molto l’uno dell’altra.

La motivazione del premio è stata questa: “Per il toccante e profondo ritratto umano di una figlia coraggiosa e del suo affettuoso padre nello sforzo di superare il dolore, e per l’indimenticabile prova di Carolina Raspanti e Antonio Piovanelli”. Mentre scrivevi il soggetto e la tua storia prendeva forma, immaginavi questo commovente intreccio di relazioni?

Senza dubbio. Il film si regge su questo. Mentre scrivevo sapevo che avrei voluto raccontare la storia di due “superstiti”: un padre e una figlia che si riconoscono.

Una tragedia scuote all’improvviso l’equilibrio dei tre personaggi; hai voluto creare uno schema di rottura in questo fragile ma al tempo stesso singolare nucleo umano?

Nessuno schema. Dafne è una donna con sindrome di Down. Quando sua madre muore, deve occuparsi anche di suo padre, oltre a tentare di elaborare il suo stesso dolore.

La sindrome di Down nella pellicola non viene affrontata come tematica principale, ma viene intesa come valore aggiunto in una prospettiva diversa di visione. Condividi questo pensiero?

Oggi in Italia sono quasi 40 mila le persone con la sindrome di Down. Non è una malattia, è una condizione genetica che accompagna per tutta la vita le persone nate con un cromosoma in più. La maggior parte di loro, col passare degli anni, riesce ad acquisire una certa autonomia. Le associazioni, la famiglia, un ambiente che li accetti, un sistema di istruzione e apprendimento adattati a esigenze individuali, ecc… aiutano queste persone a sviluppare capacità impensabili fino a qualche anno fa e a favorirne l’inserimento in ambito lavorativo. Carolina/ Dafne, in questo, non è un’eccezione. Tuttavia, non esiste una persona Down uguale a un’altra, proprio come non c’è una persona normodotata uguale a un’altra… Carolina non subisce la propria diversità ma la accoglie, ci dialoga, per aprirsi agli altri e al suo lavoro, risorse per lei irrinunciabili. Forse per l’affetto che la circonda o per le attività che non l’hanno mai tagliata fuori dal mondo, vive la sua condizione con matura serenità. Eppure nella nostra società i disabili sono ancora una presenza scomoda. Se per millenni sono stati emarginati, fino addirittura a essere soppressi, è perché gli uomini ne hanno sempre avuto paura. Vedere un handicappato (cosa rara soprattutto nelle grandi città) tocca zone nascoste che non possiamo o non vogliamo riconoscere, ci mette di fronte alla nostra vulnerabilità, rivelandoci le paure più profonde…  In un mondo che “obbliga” all’efficienza, all’immaturità e all’illusorio superamento della sofferenza (esiste ormai anche la pillola per il lutto!), Carolina/ Dafne ci ricorda di accettare, nei suoi limiti, la condizione in cui ci troviamo e di viverla pienamente. Per questo, il tema centrale del film non è la sindrome di Down: sono piuttosto i limiti, ma anche il bisogno e la capacità di ricominciare, di tutti noi.

“La stanza del figlio” di Nanni Moretti, e “La nostra vita” di Daniele Luchetti, sono due pellicole, che esplorano i vari e drammatici processi di cambiamento nell’esistenza dei loro protagonisti. Ci sono elementi di questi lavori a cui ti sei ispirato?

Sono due film che ho amato ma che non hanno influenzato la mia vicenda.

Il lutto è il fulcro di avvio per “Dafne”, così come il tuo precedente lavoro “Mar Nero”, e le similitudini tra i personaggi hanno assonanze incredibili nella loro caduta e rinascita. Esiste una vicinanza narrativa fra le due pellicole?

Tra “Dafne” e “Mar Nero” c’è un documentario, “Educazione affettiva”, che racconta l’ultimo mese di una quinta elementare. Potrebbe essere il sottotitolo di entrambi i film di finzione!

Il sorriso e anche la leggerezza della vita, accompagna il percorso di Dafne, che si ritrova all’improvviso con il fardello della tragedia. In fase di stesura della

sceneggiatura, hai temuto che il momento del cambiamento potesse risultare traumatico nella vita della protagonista?

No, perché sapevo che Carolina sarebbe stata in grado di distinguere la realtà dalla finzione.

La perdita della madre e il progressivo scivolamento verso la depressione da parte del padre, segnano un brusco cambiamento nella loro vicenda. Mentre il viaggio e la riconciliazione, vanno a completare il loro arco di trasformazione. Hai provato le stesse emozioni di questo tenere microcosmo familiare?

Una cosa è certa: per poter emozionare il pubblico, devo emozionarmi. E qui, mentre scrivevo, mi emozionavo.

Equilibrio e tragedia, amore e perdita, forza e coraggio. Questi sono solo alcuni dei momenti cardine della pellicola. Nella scrittura e definizione degli stessi, ti è mai venuto in mente di modificare il sentiero del racconto, e dare un diverso epilogo alle vite dei personaggi?

Tra il soggetto e il trattamento ho avuto l’idea del cammino in montagna e l’ho mantenuta fino all’ultima stesura della sceneggiatura. Se Dafne è la storia di una “ripresa”, come ottimismo e volontà di superamento, si deve proprio a questo momento (che occupa quasi un terzo di film).

Come sceneggiatore, hai mai avvertito nel nostro paese l’esigenza di una maggiore tutela nei confronti di questo splendido lavoro? Come vedi l’avvento di nuovi network e formati che generano al tempo stesso sia competizione, ma anche opportunità nel settore?

Oggi c’è una richiesta altissima di contenuti e lo sceneggiatore è una figura imprescindibile! Proprio per questo dovrebbe essere più tutelato, sicuramente.

L’intervista è a cura di Francesco Maggiore

Scrittori a Berlino – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere al 69esimo Festival Internazionale di Berlino (7 – 17 febbraio 2019).

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