Animavì

Festival internazionale del cinema d’animazione poetico

Simone Massi è un narratore italiano che unisce la scelta di temi ruvidi e in controtendenza a un tratto grafico molto personale. È capace di raccontare storie peculiari della cultura italiana emozionando anche un pubblico internazionale. Come tutti i grandi artisti ha scelto la profondità, pochi temi ma sviscerati con impegno costante. In Luglio, quest’anno dal 12 al 16 luglio, si svolge a Pergola, in provincia di Pesaro Urbino, il festival Animavì di cui è direttore. Il festival è dedicato ai film di animazione poetica, lavori che difficilmente trovano collocazione in altri spazi. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo.

Simone Massi, cosa scriveresti nel tuo epitaffio? 
Niente.

Potresti descrivere in poche parole chi sei e come ti sei formato?
Sono un operaio, mi sono formato in campagna, in fabbrica e alla Scuola d’arte di Urbino.

Nei prossimi giorni si terrà il festival Animavì di cui sei direttore. Ce ne puoi parlare? Da quali esigenze è nato e come hai trovato il supporto necessario?
Animavì è un festival anarchico, sognato quindici anni fa e realizzato grazie all’impegno di Mattia Priori e di uno straordinario gruppo di collaboratori, tutti volontari. 

Nasce dalla stanchezza del vedere i miei lavori buttati a casaccio nei programmi dei festival e dalla conseguente necessità di uscire da questo circuito e tentare qualcosa di diverso. Il cinema d’animazione poetico è il fulcro intorno al quale gira e si sviluppa tutto il programma del festival, un programma fatto di uomini che salgono su un palco e si raccontano.

Recentemente ho scritto un articolo in cui sono piuttosto critico sullo stato dell’animazione italiana, ma sui giornali leggiamo articoli che dicono l’esatto opposto. Qual è la tua opinione al riguardo?

La mia conoscenza è limitata al cinema d’animazione indipendente e d’autore e posso dire che in Italia conta zero. Partendo da questo zero il resto viene di conseguenza: le difficoltà degli autori, l’impossibilità del vivere con il proprio lavoro, la ricerca dei fondi all’estero, l’esiguo numero delle opere prodotte, ecc. E nonostante tutto la qualità è sempre stata buona. Adesso non so, gli autori nuovi non li conosco e quelli della mia generazione si sono un po’ stancati, abbiamo intorno un sistema che fa di tutto per farci smettere.

Sei essenzialmente un artista che lavora in solitudine. E’ una scelta o una costrizione? Qual’è il tuo rapporto con le altre figure professionali, in primis gli sceneggiatori?
Non voglio ricamarci sopra, la solitudine è una cosa che semplicemente è capitata e a cui mi ci sono abituato. Ho sempre scritto da solo le mie storie, per il resto ho un piccolo gruppo di collaboratori –Stefano Sasso, Francesca Badalini, Lola Capote e Julia Gromskaya – con cui mi trovo ad occhi chiusi e non ci sono mai stati problemi.

Le tue scelte drastiche possono risultare anacronistiche ai più. Il tuo rifiuto della computer grafica su cosa si basa? Si tratta di una posizione artistica o ideologica?

Sono un uomo del Novecento e ho avuto quel tipo di formazione, formazione che mi ha costretto a utilizzare le mani per giocare e per lavorare, per trasformare la materia e creare qualcosa che prima non c’era. Il legno e il ferro, la pietra e la carta le ho sentite sulle mani e hanno lasciato il peso ed il segno

Il computer mi ha già rubato il gusto della scrittura e mi prende anche troppo tempo; è comodo e quel che si vuole ma rimane una macchina che non dice il vero.

La tecnica che hai scelto comporta un lavoro enorme anche solo per pochi minuti di video. Ogni ripensamento può comportare mesi aggiuntivi di lavoro. Sei mai stato tentato dall’uso di scorciatoie? Come scegli le tue storie? Come porti avanti le scelte di scrittura? Puoi parlarci del tuo processo creativo, dall’idea al risultato finale?

Sì, certo, ho pensato e tentato delle scorciatoie come ridurre il formato dei fotogrammi e aiutarmi con filmati dal vero. Riguardo alle storie, a quanto sembra so raccontare solo di quello che ho conosciuto e che mi sta particolarmente a cuore: la terra, le bestie, la civiltà contadina, la Resistenza. Queste quattro cose sono fonti d’ispirazione e mondi; a disegnare d’altro non riesco, mi pare di perdere il tempo. Processo creativo: le mie storie nascono da un’immagine o da una parola. La parola può essere scritta o rievocata mentre l’immagine può venire in sogno o dal passato, da quel che ho visto da ragazzino. E’ il tempo a dirmi se sono valide o meno: cioè se a distanza di anni qualcuna, fra le immagini e parole che mi attraversano la mente, si è fermata e non se ne vuole più andare capisco che vuol diventare storia. Dunque alla base delle mie animazioni ci sono sempre una parola e un’immagine e sono entrambe minuscole e indecifrabili,  le appunto nel primo pezzo di carta che ho sottomano. Poi sviluppo entrambi, realizzo un piccolo soggetto e uno storyboard che in realtà servono unicamente per non perdere le prime idee. I tempi di lavorazione sono molto lunghi e le idee vere, quelle buone, vengono mentre animo. Le storie animate le devo lasciar libere di girare nella testa nel momento in cui decidessi di scriverle per bene diventerebbero racconti e mi rifiuterei poi di animarli. Nel mio caso si può dire che esiste un lavoro di scrittura disegnata.

Esco un attimo dal mondo cinematografico per parlare di un lavoro che mi sta a cuore: il libro Buchettino di Chiara Guidi. Puoi raccontare qualcosa del tuo incontro con la Raffaello Sanzio?

Invero non ci siamo mai incontrati di persona, sono un disegnatore con uno stile particolare e inquieto e vengo coinvolto in progetti altrettanto particolari e inquieti.

Se tu potessi tornare indietro di vent’anni cosa cambieresti del tuo percorso e di cosa invece vai particolarmente fiero?

Del passato non ricordo che poche immagini e non rispondono al vero perché il tempo le cambia e ci cambia. E poi per natura sono portato a inventare le cose e ad idealizzare le immagini e le storie. Dunque, in un certo senso, a farle diventare come avrei voluto che fossero.

Hai un ottimo rapporto con il festival di Venezia, firmerai anche quest’anno la locandina?

No, ed è un bene per tutti

Cosa pensi dell’animazione in Italia e che rapporto hai con le produzioni italiane?

Vale il discorso fatto in precedenza, c’è stato uno sparuto gruppo di animatori che per più di vent’anni ha resistito e fatto cose buone. Nel frattempo il mondo è cambiato tanto e cambia ogni giorno, sempre più velocemente.

Hai dei suggerimenti per il futuro dell’animazione italiana?

Non ne ho.

Nel tuo futuro, invece, cosa vedi?

Niente.

L’intervista è a cura di Enrico Caroti Ghelli

I Guardiani della Soglia – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di sostenere gli sceneggiatori. Questa rubrica – che prende il nome da uno dei gradini del classico manuale di scrittura Il Viaggio dell’Eroe di C. Vogler – si rivolge ai più giovani e indaga le vie d’accesso alla professione.

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