Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 4

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

COAGULI

Quando si lacera, dalla pelle esce un fiotto di liquidi misti. Sangue, per lo più.

Rotta la placenta, a parto avvenuto – ovvero a Mostra partita –  noi, navigatori delle sale buie ci troviamo sparati dentro questi continui flussi di materiale emotivo-linguistico che si spande qua e là in modo scomposto. Tutti questi flussi cercano una cosa sola: il loro momento di quiete. Il coagulo.

Comincio a vedere alcuni grumi.

I

La sensazione è che ad un certo punto scivoli la frizione. Cioè: ad un certo punto l’idea pre-impostata del come-le-cose-dovrebbero-andare-nella-vita prende il sopravvento sul reale, sul racconto della vita composta dai fatti, dalla concretezza del passo dopo passo.

Ogni cinematografia, lo sappiamo, ha la sua cifra. C’è chi spinge sulla cornice, chi lavora sulla struttura di tutte le componenti, etc etc… La sensazione – ovviamente è solo una sensazione – è che da noi si tenda ad avere una qualche vocina che ad un certo punto interviene nella storia e dice: ADESSO TI FACCIO VEDERE COME DOVREBBERO ESSERE LE COSE. Non so, magari sbaglio. Ma questa vocina la intravedo – quasi sempre. E, a conti fatti, pare una mancanza di sguardo davvero libero. Un perenne baciare la pantofola – anche involontario.

È l’istanza. L’istanza perenne.

Devo, per forza e forzatamente, dire la mia sulla visione sociopolitica delle cose.

E d’altronde – c’è anche da dire – cosa faccio altrimenti? Lo lascio fuori il mondo? Non è forse quello uno degli snodi? Il rapporto tra mondo della storia e mondo esterno.

È vero: di ombelichismo siamo morti. E dunque mi viene da pensare che questo atteggiamento forzato sia una risposta, quasi involontaria, tipo gamba che salta se colpisci il nervo con il martelletto. Non è forse meglio agitare le bandierine e far vedere che siamo bravi, che partecipiamo, che siamo tutto quello che il dettame del buono, bravo e giusto dice di dover fare?

Ecco; e il modo? Nulla da dire sul modo? Siamo sicuri che l’istanza non debba esprimersi attraverso gli accadimenti, e che questi, poi, non è bene che siano didascalici e ridondanti? Ma insomma, non è, forse, che il nazional popolare da TV generalista ci è un po’ troppo entrato in circolo? (conosciamo le sue grammatiche obbligate – e lo sappiamo bene: fare bene il nazional popolare generalista è cosa dannatamente difficile e decisamente professionale). Ed eventualmente fosse; in quale circolo è entrato? Siamo noi, gli autori, a non cogliere il problema? O è una questione di produzioni, che hanno paura? O di distribuzione – vedi alla voce paura dei produttori?

Un grosso grumo. Non c’è che dire. Un enorme fiotto di sangue. E non so se sia solo sangue.

II

“Avevamo la presunzione di capire le cose. Era nell’aria. C’era una profondità nella lettura delle cose. Era ovunque. Ai concerti pop, folk. La lirica. Chi partecipava era davvero sapiente. Oggi hanno tolto tutto. ‘questo mi è piaciuto’ non lo sa dire più nessuno. Se non l’ignorante – che ignorando dice tutto, cioè niente”

Caldo, ma non cattivo. Quell’aria e quella luce che ancora insistono sulle note assolute – una luce che tende al bianco, un caldo che chiama obbligatoriamente l’ombra. Tutto va verso l’assenza di finzioni, come i pensieri non trovassero ombre sotto cui nascondersi. Siamo fuori dalle sale, dopo ore di film. La Mostra è partita da poco, ma è una finzione. Alcuni giornalisti sono partiti 5 giorni prima dell’inaugurazione, a ritmo pieno. Noi peones siamo solo al terzo giorno di proiezioni, ma siamo partiti senza sconti; tre o quattro o cinque film al giorno. Dipende da molte cose – è il Fato della Mostra.

Adesso siamo qui, io e un critico famoso per il suo acume, a discutere ben più che animatamente. È un tempo fondamentale, questo – almeno per me; il confronto vero, aperto, franco e totale. Uno sceneggiatore e un critico. Due punti di vista a volte molto distanti – a volte sorprendentemente coincidenti.

Nei nostri ragionamenti è inevitabile rifarsi al passato – fare paragoni. I Film visti ora – e i film di prima, degli anni prima. Ecco; mettendo tutto a confronto acquistiamo una visuale binoculare – perciò dovremmo riuscire a vedere un po’ meglio. In teoria. E comunque ci proviamo. Lo imbocco: dove stiamo andando? Possiamo cominciare a vedere dei segni? Si intravede una strada, un sentiero, dei binari – qualcosa?

Il mio interlocutore si piazza comodo e sorride famelico, tipo squalo che annusa l’odore del sangue.

“Le genti non sono mai state, come ora, lontane dalla verità. Perché il postulato è: la verità esiste, ragazzi… la tua, la mia… ma esiste”.

Lui è famoso per molte cose; una di queste è il suo esprimersi attraverso definizioni che tendono all’assoluto. Potrebbe sembrare un azzardo – tuttavia il soggetto è famoso anche per la sua precisione, direi esattezza, per via della sua enciclopedica conoscenza. Sa quel che dice. E non mi stupisce che abbia iniziato così; lo capisco bene. Gli ricordo il tema di questa mia piccola ricerca: “Dimmi, hai la percezione di vivere under the Volcano? Ovvero: la catastrofe è ora – non è in arrivo. Come vivi questo?” Parte subito, scandendo il pensiero, a inciderne i contorni. “Mentre siamo qui, negli undici giorni della Mostra, Putin sgancia droni in continuazione. Dunque, lo sappiamo: in questi undici giorni può succedere di tutto. Ed eppure… nel frattempo noi siamo qui, nella placenta della sala, cullati”. Si sporge verso di me, a rafforzare. “Io pretendo dal cinema che mi porti lontano, altrove. Il qui ed ora non esite nel momento del cinema. Quello arriva quando esco dalla sala. Ma mentre sono dentro, seduto in sala, no. Ecco; quando esco, quando sono costretto al confronto con gli altri, mi rendo subito conto di quanto siamo lontani – di quanto le genti sono drammaticamente lontane della realtà. È che sono saltati i parametri, i criteri di apprendimento e di giudizio, di lettura, di decodificazione… tutte cose che coglievo essere condivise e che formavano una terra, anzi, un continente. Oggi non riconosco questa capacità” “Non è che siamo noi che ci siamo allontanati – e che forse una realtà resta tale sempre, anche quando tu ne sei lontano?” “No. Ho la presunzione di capire le regole del mondo in cui sono cresciuto. Per me l’occidente era solo l’ammiraglia della flotta che comprendeva tutte le culture del mondo, tutte parimenti interessanti. E il cinema era questo; ai festival non vedevi il trionfo del cinema USA, ma di tutti i paesi del mondo. E io sono cresciuto così. Ho visto, letto, tutte le civiltà del mondo. Dunque, non ho avuto un perimetro limitato, che mi obbligasse a decidere cosa fosse bello e brutto basandomi sulla geografia…” “Ma oggi ti direbbero, quelli che senti lontani da te, che hanno il loro bello e brutto…” “Si, ma non ne sento il substrato… posso riconoscere la freschezza e l’ingenuità dei più giovani; ma la leggerezza e l’ignoranza, no. Quella gli impedisce di vedere gli altri aspetti del meraviglioso caleidoscopio della realtà in cui viviamo” “E tutto questo come lo vedi nel cinema italiano?” “Beh; il cinema italiano…” pausa di riflessione. Riparte. “Il cinema italiano è un pianeta misterioso e sconosciuto… esiste un cinema italiano ufficiale, che circola in sala o nei festival, finendo poi in televisione, gestito da quelle due o tre case di produzioni importanti – che servono, eh; producono e sostengono. Sono indispensabili. Ma producono un certo tipo di cinema, tra l’altro auspicabilmente destinato ad un pubblico vasto (anche se poi non lo trovi in sala…). Oltre a quello, esiste poi una creatività cinematografica italiana, anche giovanile, che vedi solo in alcuni festival. Cito Michelangelo Framartino, Paolo Benvenuti, Rodolfo Bisatti, Mario Brenta, Gipo Fasano, Alessandro Marzullo… fra gli altri. Parlo di quelli che ritengo ottimi autori, però non sostenuti da solide istituzioni produttive. La distribuzione, per loro, è una chimera. Io penso che le nostre grandi case di produzioni dovrebbero fare quello che fanno le più sane cinematografie straniere: far vivere, oltre al circuito commerciale, un giro di autori più di nicchia, che sanno dettare uno sguardo… (vedi l’esempio francese: Albert Serra, Bruno Dumond, Pierre Creton, per dire) e che esprimono quello sguardo differente, quel coté colto, di ricercatezza, che fa del cinema una espressione, anche artistica. E lo dico perché qua a Venezia, ricordiamolo, dovremmo essere alla Mostra del Cinema che è nominalmente intitolata all’arte cinematografica… e ricordiamolo: nei criteri di assegnazione al Leone d’oro c’è l’obbligo di ‘contenere suggestioni di linguaggi nuovi’…” Ridiamo, pensando ad un giovane di cui abbiamo visto il film la sera prima – e che ci è piaciuto assai: un giovane di 84 anni… Nuovo non è per forza l’anagraficamente fresco – se hai un occhio vivo verso quell’esperienza fuori asse che è la vita. “E’ che il nuovo viene confuso con ciò che arriva da lontano. Questo è il motivo del successo della cinematografia dell’est od orientale… vedo che quelli che hanno successo sono autori che tendono ad imitare il nostro cinema occidentale…” Lo fermo. “Stiamo uscendo dai binari: under the Volcano – questo ti chiedevo. Però forse è un tema che non senti. Forse non percepisci la catastrofe?” mi guarda per un istante, come a rimettere a fuoco. Una frazione di secondo – e poi riparte subito, dritto come un fuso, come se andasse su binari. Mi colpiscono sempre le persone che dimostrano di avere un controllo totale del proprio pensiero – per loro non esistono obiezioni o puntualizzazioni che ne bloccano l’andare, seppure per frazioni di secondi. E non è presunzione o l’avere una qualche corazza: è che il loro pensiero è denso, capace di contenere strati e mondi; dunque contiene già le obiezioni. Serve solo spiegare meglio. Tipo ora. “Per me la catastrofe è già avvenuta. Io ne vedo gli effetti. Sai, la cosa peggiore di una catastrofe è la paura che la precede, con la presunzione di gestirla e dominarla… questo ha causato una castrazione e una frustrazione che ha compromesso la qualità della libertà creativa… e sottolineo la parola libertà. Perché da un po’ annoto un conformismo ideologico dannosissimo. Lo riscontri in risultati qualitativi modesti – imparagonabili ai livelli del passato. La mia, bada bene, non è nostalgia, ma una intima, drammatica e sofferta protesta per risvegliare una consapevolezza che consenta di tornare ad essere moderni – cosa che, dopo gli anni 80, non a caso l’inizio della post-modernità, sembriamo aver tutti scordato…”. Già.

Poi arriva il tempo, lui, quello delle lancette, degli incastri tra i film da vedere. Dobbiamo andare. Entrambi voliamo dentro sale diverse – ad inseguire sogni, storie, mondi diversi.

Saranno i grumi, forse, a dirci tra un po’ di giorni. Si scioglieranno o si addenseranno. Forse, quel che adesso pare esserci, in realtà non è.

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).