Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 7

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

C’era un film che si apriva a cascata, con meccanismi che a sincrono si incastravano l’uno nell’altro, come un vecchio orologio a molla.

Ripensi al piacere fanciullesco del vedere gli ingredienti al lavoro. Ci vedi il vecchio orologiaio, cacciavite microbico in mano, lente sugli occhi, lima a portata di mano – che piano piano monta il tutto… sono pur sempre costruzioni artigianali, queste storie. Ma artigianali non vuol dire fragili: sono edifici, con muri che devono star su, un tetto, una luce – tutto.

Strutture, ecco tutto.

“Come diceva McKee, il finale è la parte più importante del film. E devo dirtelo: sono soddisfatto”, mi dice adagiandosi sulla sedia con una soddisfazione che trasuda dai suoi pori.

Sotto i portici il sole non riesce a toccarci, manifestando la sua crudeltà. L’acme del caldo al momento è solo una certezza rimandata. Abbiamo qualche minuto tra un film e l’altro, e dunque, come sempre, si ragiona su quanto visto.

Il mio interlocutore, che fa parte del nostro rutilante mondo, lo vedo sazio – ed è la prima volta.

In effetti il film appena visto era solido. Parola adatta: parlava di architettura ed era costruito con quella che possiamo davvero definire una sceneggiatura di ferro. Io ho l’abitudine di guardare l’orologio costantemente, per controllare la scansione dei punti di struttura. Questo film era da manuale. Non è un caso, dunque, che il mio interlocutore lo abbia apprezzato così tanto. Certamente è fatto bene. Forse, penso, è anche tutto già visto. Come se poi abbia senso parlare di già visto. Però il fatto non è questo.

È che io ho ancora in testa quanto mi ha detto ieri il professore/ricercatore/documentarista con cui abbiamo chiacchierato. Lui, per definizione, scandaglia “l’altro narrativo”. Nel climax della nostra conversazione mi ha afferrato il braccio per ribadire un concetto per lui essenziale: “Andrea, mi fa piacere la tua passione per le storie, e il vostro impegno di sceneggiatori… ma oltre a questa narrativa, a questo schema occidentale/hollywoodiano, c’è molto altro”. Io avevo ribattuto illustrando i paradossi visibili a tutti, ovvero che ogni giorno chi “non fa parte del mondo/sistema occidentale” comunica usando strutture che hanno a che fare con questo nostro raccontare – e lo fa non perché costretto con la forza, ma perché convinto dall’efficacia.

È vero; avevo ragione – nel merito degli esempi. E però.

Però resta quel sapore che una verità è capace di depositare dove passa. Esiste anche altro: ha ragione. Sembra un’ovvietà, ma non lo è. Perché riconoscere che esiste l’altro vuol dire dover cedere dello spazio, cosicché l’altro possa albergare assieme a quel che già c’è. Non si tratta di sostituire, ma di allargare. Fare nuove stanze. E questo, ovviamente, vuol dire dover rivedere l’intera architettura dell’edificio.

Per questo siamo qui alla Mostra: per ragionare su questo. Sulle strutture usate fin qui, per vederle all’opera – e come, e con quante sfumature. E poi per incontrare altro da, per confrontare, per cercare pezzi diversi del puzzle.

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Siamo stati fortunati: a dispetto delle continue mancanze di segnale, riusciamo a scriverci, optando per due sedie all’aperto, all’ombra; sfideremo un caldo micidiale puntando su qualche refolo d’aria – piuttosto che sperare nella grazia dell’aria condizionata, da giorni a singhiozzo quasi ovunque.

Arriva e subito ci fiondiamo nei discorsi. Lui è professore universitario, ma anche documentarista, ma anche studioso, ma anche… una di quelle figure che frequentano la cresta dei monti, posti giudicati dai più inabitabili, in quanto insignificante parte finale di qualche cosa di più ampio e comune. Ciò che a noi pare solo il limite dello sguardo per lui è casa.

Gli spiego cosa cerco – lo sguardo dalla prospettiva di Under The Volcano: sapere che la catastrofe non è imminente, ma in corso. Ecco: siamo dentro la catastrofe, a catastrofe in corso. Come si vive? Che strategia avere per riuscire a vivere?

“Sì, vedo che siamo under the volcano. La cosa tragica è che non abbiamo più tempo per elaborare il lutto. Sarebbe bello dire ‘il paese ripartirà; ripartiremo tutti’. Ma per farlo serve che la tragedia finisca. Il punto però è che la tragedia non finisce. Non finisce più. E questo è catastrofico per i giovani: loro hanno l’impossibilità di uscire da una condizione che resta costante, senza sbocco… non possono riprendersi, capisci? Non posso eleborare nessun lutto… il tempo che serve per piangere, e poi sì, la vita riprende… no; a loro è negato tutto questo. La tragedia non smette di finire…” “Siamo in un coma perenne” “Sì, è così. Io sono impressionato. Ti ricordi la covid? Si diceva: sarà l’occasione di un reset; ripartiremo migliori. E invece no. Alla fine è stato: tanto non c’è più niente da fare, cadremo tutti dal burrone… dunque: tutti concentrati su quel che uno vuole, consuma, tiene… sai, credo che per la prima volta abbiamo pensato tutti: ‘forse siamo gli ultimi abitanti della Terra’. Credo che sia così. Anche perché la risposta ipertecnologica alla crisi ha solo acuito il divario, no? Chi aveva, ora ha tutto. Senza sconti…” “Capisco. Però in qualche modo la vita riprende, c’è sempre…” “Beh, per fortuna, ovviamente. Il vitalismo esiste, per fortuna. Forse non finiremo…” “Ma vedi delle zone in cui poter ricostruire? Un qualche modo?” Si schernisce; non vuole entrare in una mentalità da “ho la soluzione”; è sincero. Ho davanti a me un uomo che ha inanellato esperienze e ricerche, anche sul campo – ed è rientrato da poco da un soggiorno di un paio di anni all’estero, per ricerche sul campo. Non ha bisogno di ruoli e non cerca scorciatoie. Sta cercando di essere sincero e franco. Cambio la prospettiva “E se non siamo in grado di pensare a ricostruzioni, almeno vedi zattere in cui, se siamo ancora in mare, possiamo aggrapparci?” “Beh sai, non è perché sia il mio lavoro, ma è la mia vera e profonda convinzione: la cultura. La cultura è una vera zattera – anche perché è l’unico vero strumento che può rendere le persone consapevoli. Altrimenti non hai persone, ma solo acquirenti – del tutto ignari di cosa hanno comprato realmente… anche questo, sai, contribuisce alla fine dell’umano… sono scandalizzato e preoccupato dalla fine di Open access, cioè quella piattaforma, quel modo di condividere le ricerche. Oggi le Big Tech investono cifre impressionanti per la ricerca – però non la condividono. Tu capisci che se vince quest’idea, che poi è il turbocapitalismo, che ognuno fa per sé…”, allarga le braccia. Non me lo aspettavo. Così sconcertato. Lo osservo: non è sconfitto e non è un pessimista. Ma è davvero amaro nello sguardo. Riprende: “La capacità critica di leggere l’esistenza. Questo ci serve. La consapevolezza che si possano fare scelte diverse”. Poi andiamo a parlare di modi narrativi, di strutture. Arriviamo al climax; io sostengo l’intrinseca bontà delle strutture narrative usate dal nostro sistema, lui mi guarda con distanza, proprio guardando altrove, in cerca di quel che qui non vede. Mi cita i Potlatch, che ha avuto modo di studiare. Poi torna da me: “Se il cinema diventa un oggetto che racchiude tutto il mondo, allora il mondo va raccontato – e la linea narrativa che possiamo chiamare di natura hollywoodiana, va rivista.” Io provo a dire qualcosa, ma è chiaro che quel che voleva dirmi me lo ha detto. prima di alzarsi ci tiene a chiarire: “Che sia chiaro: non sono termini antinomici; serve solo inserire nella storia del cinema anche altro. Il cinema deve essere più vasto, più largo. Più ampio.”  E nel dirlo allarga le braccia, ad accompagnare. Sorride sghembo, come fosse dispiaciuto – la verità è questa, mi spiace, mi dice con quel sorriso. Gli sorrido e ci salutiamo.

Altro. Sempre altro: di questo c’è bisogno. E sì; ce n’è fame.

Non so perché, ma mi rivengono in mente le immagini della casa vista nel film, con quel taglio razionalista e quel rimando agli spazi di Wright…

Strutture. Sempre strutture.

Bisogna individuare quelle giuste.

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).