Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 9

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

Non è del tutto giusto dire che la pressione atmosferica cali – perché, in effetti, cede, come di schianto.  La tempesta scarica la sua tensione, e poi si allontana. Dopo, niente è come prima.

Un giorno di pioggia torrenziale, ormai in prossimità del traguardo – e oltre al paesaggio, alla spiaggia, tutto è cambiato. Lo spazio antistante le sale improvvisamente senza ressa – e poi vuoti in sala, nelle code, nei bar. È come se la tempesta atmosferica avesse autorizzato a staccare la spina in anticipo. Con una lentezza negli sguardi e nei pensieri, in questi ultimi due giorni la Mostra ha sgocciolato verso la fine – per consunzione.

È il momento dei bilanci.

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Troviamo un tavolo senza sforzo, cosa che ha del miracoloso – o il sapore della chiusura anticipata. Lei è al solito scoppiettante, con due occhi fiammeggianti che tengono tutto il campo visivo sotto tiro, anche mentre parla. Guardare e capire è il suo mestiere, da tempo. La Biennale ha persone come lei a costruire, ogni giorno, quei percorsi di senso che poi restituiscono a noi, famelici divoratori di idee.

È proprio per via del suo lavoro e del suo sguardo traversale che tengo alla fine il nostro confronto. Oltre a cercare (ove abbia senso) spunti specifici, qui alla Mostra ha senso uno sguardo ampio.

“Beh, ho appena votato nel giro degli amici il mio Leone d’oro…” ride soddisfatta. “Eh?” “Eh… non potevo non darlo a Wild… (intende Wild Horse Nine. N.b.)” Sono sorpreso. “Come mai?” “Beh, perché è riuscito a fare quello che bisogna fare. Ha usato una forma cinematografica perfetta per raccontare la cosa più importante della nostra epoca: la manipolazione…” Una partenza a razzo che non mi aspettavo. Ti aspetti lo sguardo sofisticato di chi ami sguardi di nicchia, categoricamente non sotto le tre ore e mezza… e invece: il cinema – per certi veri mainstream, ma non del tutto. Mi sorride divertita. Si sta godendo la mia sorpresa. “So che deludo voi cinefili…” sorrido. Il mio giudizio in realtà è assai simile al suo (anche se io tifo per un capolavoro italiano. Perché noi italiani siamo senza mezzi termini: o film che davvero ti chiedi “ma perché?”, o capolavori. Questa volta, ovviamente a mio modesto avviso, abbiamo un film perfetto. Storia perfetta, sceneggiatura perfetta, regia perfetta. Speriamo…). Lasciamo il toto Leone (principale attività degli ultimi due giorni) e passiamo al tema degli scritti di quest’anno.

Under the Volcano vuol dire riconoscere che siamo nella catastrofe – che la catastrofe è parte della nostra quotidianità; dunque, basta piagnistei, a favore di sforzi concreti per riordinare e ricostruire – le situazioni, la vita… Lei annuisce; lo spettacolo di teatro l’ha visto.

“Tirare le somme è complicato… però bisogna dire che facendo dei confronti – per esempio con lo scorso anno, in cui facevo davvero fatica a cercare, a trovare un qualcosa che mi avesse davvero dato un segno chiaro, una indicazione – quest’anno ho trovato un diamante. Ma non solo; ho pure trovato altri anelli preziosi, gemme, etc etc… Insomma: fa pensare. Cos’è cambiato? Il cinema, sicuramente, è dipendente da quel che gli succede attorno. Dunque, non so; forse c’è stata una maggiore urgenza nel bisogno di far capire delle cose… a me pare che sì, che ci si dica: siamo dentro il disastro – dunque bisogna tirarsi fuori dall’acqua”. Improvvisamente posa i suoi occhi vispi su di me. Si son fatti fissi e appuntiti – il viso serio. Sparita ogni traccia di brio, di intelligenza sparsa per riccioli e riflessi di occhiali. È tutta in questo sguardo. Raccolgo lo sguardo con un cenno: ci sono. “…perché, Andrea, diciamocelo: il Cinema aiuta ad uscire dall’acqua. Capisci?” Capisco. Si riguarda attorno, a cercare i pensieri con cui spiegare.

“I ragazzi francesi; li hai visti? (si riferisce allo splendido film francese ‘15/18’); mi parlano di una contemporaneità devastante – ma necessaria… c’è un guardare, in tanti film, alla nostra vita reale – che veramente ci mostra dove siamo (non importa la forma, che sia più o meno realistica). E… sì; siamo nella merda.”

“Ti sei sentita coinvolta da questo sguardo collettivo? C’è qualcosa che ti ha chiamato dentro?”

“Assolutamente sì. Mi sono davvero sentita chiamare. Io esco da questa Mostra con la speranza – ma anche la necessità – di dover dire di più la mia. È proprio…” si stringe la maglia al petto. A volte le parole non esistono. La mimica, il corpo, parla di più – dice che è una necessità totale, esistenziale. “Dunque val la pena? Fare, organizzare, dire…” “Senza dubbio. Questa Mostra mi lascia delle testimonianze importanti. Forse è la Mostra più politica degli ultimi anni – e per politica intendo polis, capisci? Politica in tutte le sue forme. Perché rappresenta l’agire pubblico – e le conseguenze di quell’agire. Dunque qua ho trovato le cose da dirci” Si prende una pausa al pensiero fluviale che le è congeniale. Una veloce occhiata a me, se le sto dietro. Arranco ma ci sono. Riparte “Per esempio: hai visto l’altro film francese, sull’azienda… (intende il film ‘Un bon petit soldat’)” Annuisco. “Beh, quel racconto spietato sulla finta parità, la finta accoglienza… ecco; non ne posso più proprio di questo – della finzione… io il linguaggio fintamente paritario non lo sopporto proprio. Hai presente? Quel dover specificare i generi o presunti generi o altro simile… è tutto un modo di mettere distanze. Basta con questa concezione che esiste un “loro” ed esiste poi un “noi” – e che sono separati. Esistiamo TUTTI. E basta. E quando dico tutti non è un maschile, ma è l’umanità tutta. Basta; basta con queste finzioni che costruiscono inutili lontananze…” Si ferma. La chiamano. Al solito, il tempo è pochissimo. Prima che se ne vada glielo devo chiedere: “E’ stato un periodo complicato per voi della Biennale, avendo vissuto attacchi ripetuti – il padiglione russo, i film israeliani, palestinesi, russi… etc etc. come l’avete vissuta?” “Beh…” sorride – tra l’amaro e il beffardo. “Sai bene com’è; devi trovare il capro espiatorio, no? Oggi devi per forza trovare un nemico. E invece; la cultura non è il tuo nemico. La cultura ti salva. Però c’è poco da fare; non possiamo non vedere che tutto quanto accade si basi su delle falsità – vere e proprie falsità, che determinano tutto. Per questo mi è piaciuto così tanto Wild Horse Nine. La menzogna è ovunque. Perché oggi tutto si muove attorno ad un semplice fatto: ‘io costruisco palle, costruisco narrazioni false per poter giustificare qualcosa’. Ma… qualcosa cambierà” Me lo dice mentre si alza e si allontana, col sorriso illuminato da due occhi vivi, a malapena celati dalle lenti di occhiali che sono due schermi di radar, perennemente accesi ad intercettare le forme della realtà.

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Dunque: l’onda emotiva della valanga di film si propaga ora lontana dal suo epicentro. La Mostra lentamente si allontana. Cosa rimane?

Effettivamente: una ricchezza generale di sguardi – che rincuora. Il compito dei selezionatori e del curatore era innanzitutto questo: darci uno sguardo ampio su ciò che circola per il mondo. Lo ricordavamo nella chiacchierata di poc’anzi: la Biennale ha la funzione di una torretta di avvistamento – ovvero guardare più lontano e segnalare tutto ciò che val la pena annotare. La Mostra è Biennale e dunque questo lavoro è stato portato a casa.

Nel merito poi dei lavori visti, non si può non notare come fossero davvero meritevoli – segno che forse è vero che si produce molto, ma in quel molto c’è anche della qualità.

È qui che sento l’aggancio con alcune delle riflessioni più interessanti che mi sono trovato a condividere in questi giorni.

È stato notevole notare che, tre giorni dopo aver intervistato il cineasta/documentarista/professore, la mia interlocutrice della Biennale usasse una quasi identica metafora: il cinema aiuta ad uscire dall’acqua. E questo, è chiaro, ci dice anche che, purtroppo, la sensazione di acqua alla gola, di dramma in cui siamo immersi – un dramma in cui in gioco c’è l’esistere in quanto umani – è condivisa. Ed infatti in tutti i miei interlocutori ho sentito la consapevolezza di questa urgenza, come se parlare di Under The Volcano non fosse altro che identificare un meccanismo capace di coagulare davanti agli occhi l’ovvio – che è poi la funzione della narrazione (ed i film visti trasmettono questa urgenza, questo punto di non ritorno).

A differenza di altri momenti, però, questa volta la sensazione di avere davvero qualcosa su cui poter salire c’è. Dalla Mostra sono arrivati spunti, sguardi veri – un qualcosa che è capace di costruire. Questo cinema sembra davvero fare il lavoro che gli compete: creare quel manufatto minimo, essenziale, atto a tenerci a galla, a farci sopravvivere. Dunque, la zattera c’è. Il cinema, la sua forma racconto, c’è.

E se ci sono state le storie, c’è stato anche il pubblico – e questo è un altro elemento su cui ragionare. È vero che l’evento Mostra è unico, per una serie di ragioni, ma è anche vero che se il pubblico viene stuzzicato, incalzato – in una parola coinvolto – ebbene quello si alza e va al cinema. Perciò anche questo è un terreno su cui val la pena ragionare.

Una parola a parte merita il cinema italiano. Si sono viste molti lavori differenti – e si possono dire molte cose. Su tutto risalta un dato: sembra che in Italia esista solo un tema, un’arena setting, un orizzonte: la famiglia. Più che un’ossessione pare una malattia. E toglierei il pare. Urge una riflessione.

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Esco e vedo il bianco piazzale antistante il Casinò percorso da poche formichine a due gambe, intente a consultare orologi, telefoni… le ultime proiezioni. Non è ancora il vuoto assoluto dell’inverno, ma quasi. Dopo giorni e giorni, dopo valanghe di film – tra film di super nicchia e film per il grande pubblico – non mi si è ancora spenta la voglia di capire cosa sia questa passione collettiva che chiamiamo cinema.

Forse, mi dico, è per via di quella sensazione che ti resta addosso quando sei appena uscito dalla sala, e fai due passi cercando di riordinare le idee, e attorno a te sciamano le altre persone – anch’esse, le vedi, con i pensieri in movimento. Qualcosa, poco prima, nell’antro buio della sala, ci ha toccato tutti. Qualcosa che adesso ci rimbalza dentro. Sono immagini, volti, musiche, parole. Potenti, potentissime – enormemente aumentate dal vuoto nero della sala, dallo schermo gigantesco. In questo momento, mentre camminiamo tutti a raccogliere le idee, ci sentiamo, tutti, in qualche modo più ricchi.

Ecco: alcuni chiamano questa cosa “cinema”.

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).