La Bolla delle Acque Matte
Resilienza nella valle Umbra
Un’immersione nella grande valle umbra , dopo il terremoto del, 24 agosto 2016, dove il silenzio delle distruzioni dialoga con la maestosità del paesaggio e la cucina fusion si fa metafora di una comunità multietnica possibile. La nostra socia Anna Di Francisca racconta a WGI la genesi dei personaggi e la ricerca necessaria per evitare i cliché, restituendo un’Italia che resiste alle speculazioni attraverso la resilienza dei singoli. Il cinema si fa strumento per raccontare la necessità di accogliere l’altro, superando la paura grazie alla condivisione di nuove radici e alla memoria viva del territorio.
Carissima Anna, “La bolla delle acque matte” unisce la tragedia del sisma alla vivacità della cucina fusion (Umbria, Senegal, Pakistan). Come avete lavorato con Laura Fischetto in fase di sceneggiatura per evitare che il dramma della ricostruzione soffocasse i toni della commedia?
La Bolla delle acque matte in realtà vuole essere un parallelismo tra chi ha perso tutto da terremotato e chi ha perso tutto da migrante. Dunque il discorso della cucina è metafora di una possibilità di mescolamento tra nazionalità e culture differenti e, in questo caso, in un territorio ferito dove appunto c’è chi ha perso tutto. Con la sceneggiatrice Laura Fischetto abbiamo iniziato un lavoro che inizialmente doveva essere solo sullo spopolamento. Questo avveniva prima del terremoto. In seguito è diventato altro, è diventato un lavoro che appunto riguardava anche il fenomeno della migrazione. Questo perché dopo il terremoto ho letto vari articoli in cui si parlava di persone venute da altri paesi, in cerca di lavoro e pace in territori, come appunto Amatrice e altri centri del Cratere, che in seguito hanno perso tutto e che a volte venivano scambiati anche per sciacalli, perché trovati a scavare tra le macerie in cerca dei corpi dei loro cari. Questo mi ha fatto avvicinare questi due mondi. Il film dunque non è una commedia è piuttosto un dramedy e lo stile è quello da realismo magico.
Il titolo evoca un senso di isolamento, ma anche di protezione. Nella scrittura, come avete definito i confini di questo borgo per farlo diventare un microcosmo dove l’integrazione è possibile nonostante le ferite del territorio?
I confini di questo borgo sono confini che in un certo senso non esistono. Questa enorme piana, la piana di Castelluccio, appunto, che è meravigliosa e che cambia colori durante lo scorrere delle stagioni, e che per certi versi sembra anche cambiare dimensioni, è in realtà anche un contenitore di macerie.Il paesino sopra la piana é il paesino delle macerie e quindi noi, più che un confine abbiamo delineato una situazione, una situazione di un microcosmo con dei personaggi che sono dei resilienti che combattono contro qualunque speculazione in arrivo e difendono il loro territorio.
Il paesaggio è protagonista insieme a loro.
Lorenzo è un sognatore, Elsa una custode della tradizione e Sidy un vigile del fuoco/gourmet. Come avete costruito questo triangolo culinario-culturale per assicurarvi che ogni personaggio rappresentasse un diverso approccio alla resilienza?
I miei personaggi sono tutti dei resilienti…legati al terremoto o resilienti che provengono da altri mondi. Devo fare una precisazione: la Bolla delle acque matte deve questo titolo al fatto che le acque matte sono le acque dei torrenti carsici che scorrono e si mescolano tra di loro e che molto spesso hanno una destinazione sconosciuta. Nel mio film si mescolano le varie nazionalità e le varie ricette, quindi il mio ristorante che diventa umbro pakistano senegalese diventa il simbolo di una possibile comunità mista di persone che vengono da altri luoghi e che si integrano anche grazie all’amore per la cucina. Ecco quindi che il ristorante acquista ovviamente un senso simbolico.
Il film tocca il tema delle lungaggini post-sisma. Qual è stata la sfida nel rendere “narrativo” e avvincente un ostacolo così statico e frustrante come quello burocratico?
La burocrazia è raccontata attraverso il personaggio del ranger interpretato molto bene e in maniera assolutamente ironica da Jacob Olesen.
La burocrazia incombe sui miei personaggi che faticano quindi nella loro resistenza. Faticano giorno per giorno, ma nonostante ciò, riescono a reagire anche alla follia e all’ottusità del burocrate..
Per scrivere di sapori che si fondono (umbri, senegalesi, pakistani), quanta ricerca “sul campo” è stata necessaria? Avete collaborato con esperti di cucina o con le comunità locali per rendere i dialoghi e le dinamiche d’integrazione autentici?
Ho preparato questo film, facendo varie ricerche nelle SPAR, che ora non esistono più, e soprattutto parlando con persone di varia nazionalità e con mediatori culturali anche per quanto riguarda l’aspetto, appunto, della cucina, proprio per evitare luoghi comuni relativamente ai vari personaggi. C’è stata, quindi, sicuramente una ricerca che abbiamo messo a frutto con la sceneggiatrice per poter scrivere anche dei dialoghi che fossero realistici ma avvincenti.
Il borgo distrutto è quasi un personaggio a sé stante. Nella sceneggiatura, come sono state descritte le atmosfere e le macerie affinché parlassero allo spettatore tanto quanto i dialoghi dei protagonisti?
Le macerie sono molto presenti così come é molto presente la Piana. La bellezza immensa di questo luogo chiamato il piccolo Tibet italiano costituisce assolutamente un altro personaggio che si mescola e interagisce con le macerie e la distruzione.
Portare in sala una storia di rinascita ha un forte valore simbolico. Quale ruolo pensi debba avere oggi lo sceneggiatore nel raccontare l’Italia “ferita” che prova a reinventarsi?
Io penso che il cinema debba raccontare varie realtà e quindi anche i territori feriti.
Nel mio caso la volontà era quella di far riflettere sul fatto che la ricostruzione delle case debba andare di pari passo con la ricostruzione di un tessuto sociale e che questo possa avvenire solo attraverso l’empatia e la comprensione verso il prossimo, attraverso l’accoglienza ed evitando la diffusione costante della paura di chi, come recita l’ultima frase del film “dobbiamo ancora imparare a conoscere”



