Bollettino n. 0

«Io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna,
che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi.» (PierPaolo Pasolini)
Avete mai visto un druido? Un uomo che parla con la natura e la rende civilizzata per noi umani? Io no. Ed è questo che pensavo salendo tornante dopo tornante verso l’appuntamento.
L’ampia e morbida vallata ormai sotto di me, le creste di roccia dura e grigia sopra di me – che però non paiono assolute, ma ammorbidite. Fiocchi di matasse di nuvole, qua e là, come carta da parati facilmente trasportabile.
Arrivo e, neanche a farlo apposta, l’ombra di un uccello dalle lunghe ali disegna l’erba. Guardo su: a non più di quindici metri sopra la nostra testa una grande poiana muove a spirale. Qualche istante di sorpresa totale – poi lo sguardo del padrone di casa, del tutto “normale”, mi riporta alla realtà: sono io che sono arrivato al bordo della civiltà; la poiana è a casa sua. In effetti la casa della persona che sono venuto ad incontrare, un vignaiolo che produce vino “eroico”, è proprio l’ultimo segno umano prima del bosco – che è subito qua, a pochi metri. Il grande uccello emette un verso acuto. È imponente. Se la natura voleva mettermi in soggezione, l’ha fatto. Il vignaiolo mi guarda, e ride.
Come ogni anno, l’approssimarsi alla Mostra del Cinema mi spinge a cercare strade, sentieri, rotte. Quest’anno ho trovato una vera illuminazione durante la Biennale Teatro, con la visione dello spettacolo “Under the Volcano”. Lo spettacolo mette in scena un racconto popolare indonesiano che racconta l’esplosione del vulcano Krakatoa; in modo semplice ed essenziale vediamo la vita di una società, con il mercato, gli amori, gli intrecci delle speranze e dei sentimenti; poi arriva una catastrofe. Al momento della morte, immediata conseguenza della catastrofe, con grande naturalezza, succede la vita, che riprende. Yusril Katil, il regista, spiega: “da noi, è semplicemente così; il vulcano fa parte della vita – perché noi viviamo Under the Volcano”.
Ecco. Loro non vivono un generico altrove – e la catastrofe, partita chissà da dove e chissà quando, non li coglie di sorpresa. Non elaborano all’infinito perdite di età dell’oro, reali o presunte. Loro fanno una cosa semplice: ricominciano a vivere.
Sfido chiunque a non aver avvertito, quest’estate, il senso della catastrofe climatica – che va a fare buona compagnia alla catastrofe percepita dallo sbriciolamento del nostro mondo post 1945, con annessi e connessi.
La catastrofe non è imminente: la stiamo vivendo.
In questi mesi ragionavo su questo, sul confine delle cose – e poi sulla libertà, sulle idee, sulla società in cui viviamo; su tutto, mi pare, incombe sempre il concetto di mercato, con questa sua predominanza che sembra schiacciare ogni cosa – e che allo stesso tempo si mostra continuamente necessario ed indispensabile (n.b. chiedete ai produttori dello spettacolo “Under the Volcano”. Proprio questo chiedono: fateci partecipare al vostro mercato…).
Ecco; ragionavo su tutto questo. Poi ho incontrato lui, l’uomo che fa vino dove non si dovrebbe fare. Ho preso, ed ora son qui, inerpicato dove la valle umanizzata finisce e dove la montagna selvaggia comincia. Un posto perfetto.

È utile tornare al pensiero di Pasolini – e metterlo per intero:
«Io spero naturalmente che, nella competizione che ho detto, non vinca il neocapitalismo: ma vincano i poveri. Perché io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l’uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere o il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli nitriti, tra i santi belati […]. Non so quindi cosa farmene di un mondo unificato dal neocapitalismo, ossia da un internazionalismo creato, con la violenza, dalla necessità della produzione e del consumo».
Sono dunque qua per questo? Questa è forse una storia di poveri opposti al capitalismo? È una storia di retroguardia, di difesa di mondi in via di estinzione? O forse è una storia di violenza insista nel mercato, nelle scelte di tutti i giorni, nel modo di vivere?
Che storia mai è questa che vengo a cercare? E cosa c’entra con il nostro mondo, con la Mostra del Cinema, con tutto?
A risalire la vallata non posso non pensare alle descrizioni di Pasolini su un tipo di mondo (la sua terra natale) in via di sparizione. Quei racconti erano degli anni Settanta del Novecento. Oggi, nel Ventisei del Duemila, per arrivare quassù attraverso esattamente il mondo da lui raccontato – ma quel mondo non c’è più. Pasolini era friulano, ad un tiro di schioppo da qui. C’è un monte solo a separare la sua terra da questa. Per arrivare qui ho attraversato un paesaggio disegnato da strade ampie e immacolate, campi ordinati e fiorenti orlati da case perfette, che parlano di benessere. Ogni tanto, qua e là, un tabernacolo o un capitello votivo. A testimoniare usanze. Tempi.
Qua, vallata bellunese, Luxottica ha portato i soldi, che non sono lo sterco del diavolo, ma la possibilità per moltissimi di non vivere in una povertà che forse poteva anche essere autentica, ma sicuramente era brutta. Decenni fa la val Belluna era affamata e povera. L’alcool serviva ad una cosa sola: stordirsi. Le vecchie case non erano rustici da grido, ma catapecchie dai tetti sfondati. I boschi erano solo una fatica. La terra era una bestemmia continua, da dissodare, pulire, usare. La fatica era bestiale. Forse, in effetti, poteva esistere ancora un racconto del bene e del male che tenesse, che avesse presa. Quel che è sicuro è che esisteva lui, l’alcool – e l’alcool era tante cose. Ristoro, fuga, certezza. Memoria di quel che si vuole dimenticare.
Oggi, invece.
Oggi l’alcool è, principalmente, un bene di consumo – con non buona pace di Pasolini. Ma non solo, ovviamente. Perché oggi il vino è anche un racconto – un racconto di tante cose diverse, compreso un modo di intendere il ciclo produttivo terra/uomo. Il vino non è più da tempo un apporto energetico al pasto – il tempo di un fiasco di Chianti per ogni operaio. Oggi il vino è capace di essere quel qualcosa che simboleggia altro. È un segno. In alcuni casi è un’esplorazione.
E fin qui potrebbe sembrare che io stia parlando di chi costruisce storie, prototipi a cavallo tra la ricerca di un’idea e la ricerca di un mercato – ovvero noi, i narratori. Ed in effetti anche noi possiamo dire che una volta il racconto era qualcosa – e che ora è altro.
Chi fa vino, però, ha una concretezza assoluta: lavora con la terra e con il clima. Chi sa lavorare bene queste componenti (non per l’industria, ma per la nicchia che cerca l’artigianato di alta qualità) si trova a gestire maturazioni, gusti, ricerche di equilibri – o abissi di acidità, a scelta. In ogni caso chi fa questo lavoro resta un rabdomante dell’intersezione perfetta: con questa terra, con questo cielo, con questa temperatura, con questa umidità… io posso fare questo. Se lavori senza chimica, senza macchine, in quel modo che viene definito “l’agricoltura eroica” (e chi ha vigne in forte pendenze spesso fa questo), hai un rapporto privilegiato con quell’entità chiamata “ora”. Ora e qui, la madre terra e il clima che ci avvolge, fa questo. Un acuto senso della realtà. Fisico. Tattile.
In effetti, è per questo che sono qua: per l’oggi. Il nostro oggi. Non il futuro, non il passato: qui e ora.
Come fai, oggi, ad inseguire un’idea folle e perfetta? Come fai, oggi, a resistere al mainstream, alla corrente dominante, alla perenne richiesta di essere conformisti, tutti tutti, tutti per lo stesso verso, tutti in coro. Come si fa, oggi, ad essere unici – ed eppure sul mercato? Come si fa ad essere autentici? Autentici con la propria storia, autentici con il bisogno di futuro. Come si fa, forse, a cercare di essere felici?
Per fare un vino devi capire come matura l’acino del grappolo. Ma non solo; serve anche la maturazione del picciolo – perché se fai un certo tipo di vino, naturale davvero, allora pigi tutto il grappolo intero, picciolo compreso – che dà qualcosa di particolare al tuo vino. Poi macera nelle bucce, infine matura su acciai o legni, a seconda. Poi, se il caso, invecchia. È un lungo e delicato processo, che sa di magia, di sapienza che si annusa. Ma tutto, proprio tutto, parte sulla collina in vertiginosa pendenza, dove le cime dei filari fanno il solletico alle nuvole. La vigna. La terra benedetta e maledetta. E poi lui, il cielo. Quello degli Dei, del Fato, del “al di fuori del nostro controllo”. Perché ci sarà un motivo se noi uomini siamo sempre stati piantati a terra – e loro, invece, gli Dei capricciosi, lassù in alto, oltre le cime di queste montagne, a volte barbute e silenti, comunque alte, a guardarci e giudicarci da lontano.
Non è che lui, il vignaiolo dalla barba folta, e noi, scribacchini di cose varie, facciamo dunque un mestiere tantissimo diverso. Che sia molto diverso in tante cose non c’è dubbio. Ma se devo alla fine capire cosa fa davvero lui, non posso non arrivare alla conclusione che la sua dura vita tra gli elementi è il magnifico e folle viaggio attorno ad un’idea. Un’idea di vino, di sapore. Anche un’idea di società – per quel potere incommensurabile che ha il vino di rendere un ritrovo di persone, che ne bevono, più sociale e più aperto all’incontro.
E dunque sono qui. Lui affianca una sedia al piccolo tavolino blu; ne prende una per sé e si siede dall’altra parte. In mezzo, sul tavolo, una sua bottiglia – con l’etichetta disegnata a mano. Come si muove, come ti guarda, come parla: tutto è improntato alla schiettezza. Niente scorciatoie, niente furbizie; niente di ciò che non serve. E allora lo osservo meglio.
Le mani. Da un vignaiolo te le aspetti callose, segnate. Lui, invece, che abita e lavora la terra poco prima che la pendenza trasformi la collina in montagna, ha mani da accordatore di pianoforti. Saetta a disegnare segni nell’aria fissandoli poi di colpo in un punto preciso, come a tenere una nota. E intanto mi parla delle sue diverse vigne: quella è qua sopra, quell’altra laggiù… e le dita via a sfrecciare, aguzze come penne. Sì, certo; gli occhi. Dicono. Lo specchio dell’anima. Sì, certo. Ma le mani; guardate le mani. Parlano. E lui è con le mani che costruisce i suoi racconti: le sue bottiglie di vino.
Lui è tra i quaranta e i cinquanta, barba folta da montanaro, sorriso sghembo da Val Belluna, una dolcezza nello sguardo, una cantilena nel pensiero.
Lo osservo meglio. Non sarà facile. Lui così fisico, così presente. Io, invece, cercherò di fissare su parole dei pensieri sottili, come fossero dagherrotipi. La cosa è difficile, dunque bella. È che ho fisso in testa un concetto preciso: il momento. Perché lui lavora, come noi, inseguendo un’idea – più o meno complessa. Poi, però, c’è un momento – e un momento solo: quello. Raccogliere il grappolo. Vendemmiare. E a seconda del quando lo si fa (tralasciamo l’importanza strategica del come), cerca e ottiene risultati diversi – acidità, rotondità, gradazione… dunque: quando. Quand’è “il momento” delle cose?
“Da cosa lo capisci? Cosa ti fa dire: è questo il momento. Questo e nient’altro è il momento della vendemmia…”
“E’ palato. Gusto”. E fine. Chiude la frase così. E ride. Secco e corto come il dialetto, che tronca molte parole. Rido anche io. ha pietà di me; mi concede la grazia, e si apre. “Io l’assaggio… quando piace a me, alle vespe e agli uccelli…” “Cioè?” “Quando vedo i primi grappoli mangiati… ecco: è tempo”. Ride silenzioso. Folta barba nera che si apre nel sorriso come un ciuffo sotto un vento felice. “Anni fa avevo usato il rifrattometro – sai, lo strumento. Ma non mi sono accorto che perdevo acidità. Lo strumento ti dice gli zuccheri. Ma l’acidità… quando l’assaggi capisci se è salda, se è turgida… è il tuo palato con certi gusti… l’uva la senti. Io ho le mie preferenze. La renetta non è la golden. A me piacciono acide, le mele. Dunque, è così…” mi fa un cenno con la mano. A rendere che la faccenda è semplice semplice, addirittura personale. “E questo ha tarato il mio palato. Il mio gusto. I vini più ruffiani sono vini piacioni, tipo Alba, Barbera… ecco; sono accomodanti. Tutti li bevono. Ma… non sono i miei”. E via di sorriso difensivo, a ripristinante delle distanze. Io non voglio dipendere dalle aspettative degli altri, mi dice con quel distanziometro nello sguardo. Io, da qui, dal limitare del bosco che è già quasi bosco, rivendico la mia libertà.
Ticchetta sul tavolo. Non so più se accordatore; forse è un pianista. Sulla voce, invece, non ho detto – e lui ha una voce tra il ragazzo e l’uomo antico, rauco per la polvere. È una voce a metà del guado.
Ora affonda le mani in quel bosco oscuro che è la sua barba.
“Ogni tanto in cantina trattano male il vino. Usano un protocollo. Questa medicina che salva il 90% della gente, e ne uccide un 10%… Insomma, in cantina usano protocolli. E per loro, per quelli della cantina, io faccio a caso. Ma io ho il mio. Io sento che ho un mio protocollo. È affinità di gusto ed esperienza. Capisci?” Si, capisco. Altra difesa dell’unicità. E sono venuto qui proprio per questo: un vignaiolo che si spacca la schiena per un’idea diversa di vino, di “prodotto”, di mercato. Di “fruitore”. Di tutto. E adesso lui mi sta dicendo – con un repertorio di mani e occhi saettanti e concetti: “sono diverso, e lo so”. E lo fa con fierezza. E forza.
“Dunque, dicevamo: il momento. E lo decidi in base al gusto, alla tua volontà…” mi blocca: “La cosa più importante è la raccolta. La raccolta, davvero, è quasi tutto…” “Ok. E la raccolta è un rito sempre uguale? Tu che lavori con il tempo, con lo scorrere del tempo e con il tempo atmosferico, senti che tutto cambia, sempre – o semplicemente qualcosa è cambiato davvero, ora?” “Se parliamo di clima, beh; i cambiamenti sono avvenuti, no? (apre le mani come un direttore d’orchestra che si prepara a dare il via alla valle sottostante. Lo fa spesso, questo gesto, per dire che le cose sono evidenti) Guarda i ghiacciai qui, no? Dire che ‘adesso tutto cambia’… si può soltanto dire che tutto cambia, ecco. Io dico che non siamo in un limite: da adesso in poi… no; siamo dentro, siamo in corso di cambiamento. Non: è tutto cambiato; tutto cambia. E lo dico perché ci spero… Esiste la speranza, no? Dobbiamo averla, no? In fondo adesso siamo qui seduti al fresco e stiamo bene… (apre il sorriso sghembo, amaro) ma a luglio non potevamo essere così ottimisti. Ecco: hai notato? si rischia sempre di dimenticarsi le cose. Lo facciamo per tutto, no?” “Già” “È arrivata Vaia. Qua i tronchi volavano davanti ai nostri occhi. Però poi è passato. E adesso siamo qua. E si sta bene. E allora…” (n.b. parla della tempesta Vaia, una catastrofe che ha devastato la Val Belluna). “Ma dimmi del tempo. Del senso del tempo…” “Questa è la prima vendemmia totalmente fuori posto a Belluno. E pensa che perfino in Alto Adige tutto è stato anticipato. Cosa vuoi, la viticultura estrema in un paesaggio antropomorfizzato, si sente. Quando invece l’ambiente è più complesso, il clima fa meno danno. Che poi, la complessità aromatica è parte della nobiltà del vino… E poi a me piace seguire i detti dei vecchi… tipo: i giorni della merla. Di solito ghiaccia anche La laguna. Quest’anno erano caldi; dunque, sapevamo che sarebbe stato così… o metti i voli degli uccelli: i corvi che volano bassi e gracchiano dicono ‘arriva il temporale’. E a seconda del come volano, danno anche l’idea dell’intensità”.
Le parole si perdono verso la vallata sotto, come fosse un corvo pronto al decollo, a sentire la termica, il flusso. Io sono in apnea; mi ricorda le scale usate dagli antichi marinai per calcolare l’intensità del vento: movimenti di polvere, poi di ramoscelli, poi… e via via. La natura che si anima. Osservarla – e capire. In anticipo. Forse. Il disperato bisogno umano di sapere quel che deve ancora accadere…
Lui, il direttore d’orchestra dei venti (ecco cosa; niente accordatore o pianista: è un direttore d’orchestra), riparte: “Una volta siamo andati ad Arabba; avevo i ragazzi. Thierry Robeert Luciani, una vita a studiare il meteo, fa il bollettino meteo. Passo di lì e ci dice: ‘tranquilli, bocie’. Chiude l’ufficio e mentre scende passa davanti ad una signora. La signora gli dice: ‘Guarda i corvi. Arriva la tempesta’. Lui dice ma che cazzo dici… (ride mefistofelico…). Poi arriva una tempesta terribile. È stato il giorno peggiore della mia vita, mi ha detto poi…” Si liscia la barba. (n.b. il personaggio citato è l’importante meteorologo che aveva avvisato per tempo della tempesta Vaia in arrivo – il Prefetto lo ascoltò e venne chiuso tutto. Questo evitò disastri peggiori).
Lo sguardo dell’uomo delle vigne tra i boschi ora va via. All’inizio cercava i miei occhi, come a sfidarmi, a piantare paletti per chiarire con precisione la traiettoria del punto di vista. Ora quello sguardo è via. Lascio un attimo, e riprendo: “Dunque qualcosa è cambiato per sempre? È corretta la parola per sempre quando lavori con il tempo, con ciò che evolve con l’andare dei cicli naturali, con il tempo fluido che non ha uno stop… è corretto usare una forma in qualche modo definitiva? Insomma: ‘per sempre’. Che senso ha?” “La parola per sempre è sempre collegato ai racconti o alle verità storiche. Gli studiosi possono darci dei tempi, dei limiti. Ma io sono sempre stato in mezzo ai campi… Dunque ho idea precisa delle scansioni, del tempo… quando raccogliere le patate, quando mettere i fagioli… oggi volendo puoi mettere giù le patate per ben due volte… (apre le mani; “incredibile, no?”). Quindi… per sempre… non lo so. È tremendo pensare che una bottiglia oggi è una capsula del tempo. (mima l’aprire una bottiglia): ‘senti com’era l’estate del 2020…’. Oggi sarà completamente diverso. Non ci saranno più grandi baroli, forse… è tutto un rincorrere, un proteggere, un adattare…” Si volta, si siede meglio, si mette dritto davanti a me che batto al computer. Allunga le dita affusolate verso di me. Fa la punta allo sguardo. Pure la barba mi pare indirizzata verso di me. “Guardami bene; io non so cosa sto facendo. Hai capito? Ecco; quando decido, tu mi chiedi… oggi io davvero faccio molta molta fatica… gli altri mi dicono: rilassati; non è giusto il voler controllare le cose. Questo voler fare qualcosa di unico… è tempo perso, forse. Non siamo docenti a scuola. Non abbiamo il compito di insegnare il futuro. Quello è importante, no? Io… (allarga le mani. Ma ora non è ovvio niente di niente; apre le mani con il gesto fraterno e umano dell’arrendersi) io so solo che sto subendo. Come piccolo agricoltore sto subendo. E credo che dobbiamo essere felici, comunque. E dire: mi devo adattare. Ho fatto il meglio che potevo. Io vedo che gli altri… si sono come un po’ arresi; si fa quello… quello che va, che è semplice… e via così. Invece io ho cominciato dicendo: bisogna fare qualcosa di grande”. E cala il silenzio.
Nella foga del parlare si è rivoltato verso la valle. Perché lui le cose le dice alla valle, ai valligiani con cui prova a bere insieme, a costruire rete. Le dice anche alla porzione di bosco che oltre la strada riprende il suo dominio. Lo dice alla poiana e ai corvi. Lui parla a quel che ha davanti. Parla a sé stesso.
“Facevo il restauratore. Restauravo dipinti. Ti prendevi cura dell’opera. Perché era importante, mi hanno detto. Salvare quell’opera… e sì, è così. E allora… È importante fare un buon vino. È necessario. No?” Sì; lo è eccome. “Ma torniamo al cambiamento: c’è. È per sempre. O no? Dove lo leggi, qua da te?”
Lui si volta a guardare la vigna che da un fianco dell’antica casa in cui abita corre verso su, a far binari di foglie verso le nuvole.
“Il grappolo – quello è un segno. Se matura lentamente, puoi prenderlo insieme. E hai dei sapori, delle gradazioni. Altrimenti devi scegliere: gli acini si, il picciolo no… cambia. Ecco; mi sono accorto che è diventato importante riprendere le pratiche agricole tradizionali. Per esempio, il letame; una volta si usava, oggi no. Il materiale organico; qua si usava fare tappeti di foglie sui prati, poi la vacca al pascolo faceva il suo letame sopra quelle foglie… mescolato, il tutto diventava ottimo materiale. Ecco; la grande siccità che abbiamo visto, una volta veniva superata, anche così. Ma se io guardo la vallata oggi… abbiamo vissuto una drammatica estate dove hanno tutti lottato per l’acqua. Per via del mais – una follia di monocultura; sempre e solo mais qui…. E via acqua. Ma… io non ho mai visto un grammo di letame! ecco; vedo un avvitarsi di problemi. Certo, la siccità – ma poi vedo risposte sbagliate. Cieche. Stupide. Impoverimento del terreno – impoverimento delle idee”.
“Il tuo è un lavoro basato sulla passione. Facevi altro, prima. Restauravi grandi tele. Hai visto da vicino, hai analizzato la pennellata del Tiziano, per dire. Valutavi la bellezza dell’arte. Ora fai vini. Nella terra dei tuoi padri: una terra per vini freddi, dicevi… la scommessa è aperta. È una scommessa con la vita, in effetti. Ma, ecco; ogni vino è una scommessa, come un’idea, come un’opera che è un prototipo. Sei mosso dall’obiettivo di fare qualcosa che valga la pena, un progetto dunque legato all’idea che hai in mente te, che la tua sapienza, forse per alcuni arte, sa trasformare in un qualcosa di tangibile, misurabile. Fruibile. Inutile dirti che moltissime di queste parole sono perfettamente trasferibili dal fare alcool al fare film. Prototipi che nascono dall’idea di trasferire qualcosa di unico a chi ne fruirà… ecco; Cosa pensi di questo ragionamento? È sbagliato?”
Allarga le mani, in modo semplice. Sono uscito – e di troppo – dal suo. Ha ragione.
Mi sorride bonario e torna dove gli sta a cuore: “Non mi sono mai affezionato a concetti estranei ad una agricoltura classica. Una buona pratica agricola, questo è quello che faccio. Io mi rendo conto che bisogna tornare a dedicare molto molto tempo a curare la terra. Far si che la pianta stia bene. Dunque: io ho provato ad arare, ho seminato fagioli sotto viti… ho fatto tante cose. Non puoi capire cosa avviene, prima. Devi capire cosa avviene passo dopo passo, con le diverse annate, mettendo tante cose in conto. Vedi molte cose. Vedi che cambiano per esempio lo spessore dei rami… tutto questo vedi che aumenta la finezza del vino. Insomma… La terra è quel che è; devi accettare. Io faccio quel che posso. Ma posso fare molto, per cercare un’espressione precisa del vino. Non so se ne avrò le competenze o la forza… non ho know out da cui pescare; la vallata qui… è tutta in divenire. Io ho iniziato a far vino in un momento storico che è un vero bordello, questo è…” Ride. Mefistofelico. Non so se felice o disperato. Probabilmente entrambe le cose.
“Ora che ne sarà? Che ne sarà di noi, che il cambiamento non lo vediamo all’orizzonte, ma che è già qui, con noi, nel nostro presente continuo?” “Qui è un continuo rimettersi in gioco. Hai appena imparato ad usare qualcosa… che tocca subito rimettersi ad imparare… A questa domanda non ti rispondo con il cuore, ma con la mia formazione: inventeranno qualcosa. Non ci spoglieremo più; ci vestiremo con giacche con il condizionatore… le nuove comunità vivranno in un Truman Show, sotto una calotta che ci protegge dal caldo… non lo so. I nuovi punti aggregativi saranno al protetto… non so. Però mi chiedo: a qualcuno interesserà del fatto che a luglio io crepavo sotto il sole? A qualcuno interesserà la stupidità del contadino che crede a tutto? A fare latte sottocosto, a fare tutto… Io, lo so, faccio un prodotto superfluo. Ma prima o poi qualcuno si farà delle domande. È tutto assurdo. Mi sa che adesso il contadino ha le scarpe fine… ma…. Sembra che non vogliamo riflettere. Ci sono lavori, caro mio, che non hanno alternative: costruiranno le case di notte, perché di giorno, non si può più fare…” “Dunque tu lavorerai in vigna di notte?” “Può darsi. Ma è strano poterlo pensare in val Belluna. In Sicilia si svegliano alle 04 di notte. Alle 10 tornano a casa. E tornano in vigna alle 19, fino alle 22. Ecco; rivedremo le nostre abitudini…”
Si ferma. Si commuove. “Mi hai scosso della roba…”
Non è cosa da montanari. Svio. Parliamo d’altro. Del personale, che è sempre pubblico, ovviamente. Ma non vuole scappare. Mi ferma. “Però noi, che abbiamo della roba dentro… cioè…” Poi in effetti è troppo il grumo, e allora svia lui e parla delle automobili di oggi – un tipico mondo bellunese, le macchine. Parla di chi ha il lusso, le macchine inutili… perché, si chiede; perché. Che ce ne viene. Mi espone il suo pensiero, schietto come la montagna. Come il suo vino. La sua angoscia, si capisce, è il cambiamento che percepisce. E la colpa dell’uomo. Che non fa nulla. “Se serve inquinare meno, si deve smettere. Tutto quello che lo fa, deve smettere. Qua, il clima… Io sono molto preoccupato. Molto.” La voce gli si strozza di nuovo in gola. Penso sia ora di smettere. Ma lui non ha finito; ha tirato fuori il cuore di quel che gli preme dire. “Mi dico: perché hai fatto questa scelta? Perché il vino che trovi in giro costa 10 euro…? Perché gli altri sono nel trattore con la cabina con il condizionatore…? Io, invece… io faccio a mano, faccio una cosa diversa”. Si ferma. Annuisco. Il senso alle cose è: le scelte. “Sarà sempre più difficile fare vino così. Perché mai in futuro qualcuno dovrà fare una scelta del cazzo come questa?!? Io lo faccio perché sento che ne ho bisogno. Le cose le facciamo per questo, no? Sono tutte cazzate le altre che ci si dice; il vero motivo è che lo facciamo perché ne abbiamo bisogno, no?” Sorride. Pacificato. Ha ragione. Hai ragione, uomo della vigna nel bosco. Sorrido.
Il tempo è volato. È ora di andare. Guardo il posto, magico. La Poiana non c’è più. Il bosco è là, fitto e pieno di misteri. Lui mi sorride. Penso alla Mostra, in arrivo, oltre quel segno scuro disegnato dalle montagne dell’Alpago. Penso al volo dei corvi, al capirne il tipo di volo, per capire come andrà. Cosa ci aspetta.
Sono venuto quassù per un po’ di ragioni. La prima è che la Mostra è una lingua di sabbia davanti al mare che incrocia un grande delta di fiume – con tutto ciò che sia il mare che i fiumi portano a riva. Ogni anno si guarda quel che le varie correnti han portato, nel tentativo di decifrare codici, rimandi, forme – e forse capire un po’ meglio cosa sia questa avventura che stiamo vivendo. Perciò io, qui, racconto gli incontri che faccio – e sì, ci sono sempre storie personali, ma con un carattere generale. Quest’anno ho incrociato lui e questo testardo ed eroico lavoratore contro corrente, questo reale autore dell’acidità, mi ha trasmesso la sua urgente e vera fatica contro una realtà tattile, fisica e non rimandabile: il clima. Noi autori siamo sempre alle prese con il terrore del ciò che accadrà, e che dunque scombussolerà il nostro mondo (perennemente precario di suo); il mercato (che c’è e non c’è), il contributo dello Stato (che non basta mai), i Produttori (che non sanno fare gli imprenditori), etc etc… A pensarci bene, per noi è tutto sempre nero. Ed in effetti: da quanti anni il Cinema Italiano è in crisi? Diciamo da sempre? Ecco; il punto è che non abbiamo capito. Non abbiamo colto che non esiste la quiete, e poi, improvvisa, la catastrofe che spazza via l’umanità. No; non è così. Quel che non abbiamo colto è che abitiamo tutti, ma proprio tutti, Under the Volcano. Si, proprio il vulcano che ad un certo punto esplode e spazza via tutto. E tutti noi viviamo sotto le sue pendici perché il terreno è propizio, perché è il destino, perché era la terra dei padri – perché non so. So solo che ci viviamo. Tutti. Lui, il vignaiolo che lavora la montagna, sicuramente. Lui vive già sulle pendici di un vulcano che è già esploso – ed il punto è che è già esploso per tutti. Lui, però, lo sa. E vive questa consapevolezza ogni giorno.
Io sono venuto quassù a vedere come sono gli occhi, le mani e la voce di chi Under the Volcano non sopravvive o resiste, ma vive. Perché è dura, ma quest’uomo è vivo. E il suo pensiero, autentico e libero, lo è con lui.
La terra è feconda, la terra è quella dei padri. La catastrofe la spazza.
Adattarsi.
Under the Volcano.



