Bollettino n. 1

Oggi la pressione al suolo delimitata dalle isobare presenta un’anomalia positiva diffusa con valori mediamente più alti e stabili (tra 1015 e 1020 hPa) rispetto alla media del decennio 2000-2010.
L’intensità del vento medio, rispetto agli anni 2000/2010, sembra ridursi – ma in realtà è cambiato proprio il vento, con una forte polarizzazione tra la diminuzione del vento medio e l’impennata delle raffiche estreme. Gli eventi di vento estremo, o catastrofico, sono aumentati tra il 300% e il 400%.
Torino e un paesino della Sicilia, Florida, si contendono il primato per la più lunga e continuativa serie di temperature sopra la media, durante questa interminabile estate del 2026. Torino ha vissuto l’estate più calda degli ultimi due secoli e mezzo. In Sicilia la persistenza si è prolungata per intere settimane e mesi.
A Roma, a luglio del 2000 la media delle temperature era 23,4; nel 2026 è stata di 26,5/27. A Cortina (1200 mt sul mare) la media delle temperature di luglio, nel 2000, era di 14,5; nel 2026 è stata di 17,5/18.
(risposte generata da AI di Google, basandosi sui dati del Copernicus Climate Change Service, del CNR – ISAC, del Copernicu Marine Service – e altro)
Si possono raccogliere carrettate di dati, poi metterli in fila e guardare che sentiero disegnano. Ovvero guardare l’orrido, in faccia.
È solo paura del non conosciuto?
Forse no.
La prima volta in cui si parla di “crisi del Cinema Italiano” è il periodo tra il 1921 e il 1923, a seguito del fallimento dell’UCI (Unione Cinematografica Italiana). È esattamente da allora (ricordiamocelo bene: anni ‘20 del ‘900) che è partita l’incresciosa domanda: “riuscirà a riprendersi il cinema italiano?”.
Diciamocelo: noi del settore siamo terremotati nell’animo. Cresciamo in un campo profughi – mai una certezza, mai la sensazione di una casa che sia “per sempre”. Ma sì, certo, siamo liberi professionisti. Ma non solo. Lavoriamo con le idee, certo. Ma non solo. È che siamo un ingranaggio di una macchina che ha mille variabili, una più delicata dell’altra. Non a caso nel mondo dello spettacolo resta molto forte la superstizione. Noi e i marinai; nel mondo della mega tecnologia, sono solo queste due categorie ad essere rimaste legate ai capricci del Fato. Volesse il cielo (o gli Dei).
È che non siamo solo cinematografari; siamo quella cosa delicata a metà tra le trascrizioni di Darwin, che vede cose nuove e le annota e cataloga, cercando di trovarci il senso, e il meccanico che smonta il motore del mezzo con cui deve attraversare continenti. Siamo il delicato barometro che registra gli invisibili sbalzi di pressione atmosferica e il fabbro che imbullona quei pezzi di ferro, affinché funzionino.
Alcuni si sentono vignaioli, che lavorano a mano, acino per acino, conoscendo perfettamente ogni pianta della propria vigna. Ma non basta. Poi tocca capire cosa capiterà, come sarà il meteo – che non è solo quanta pioggia e quanto sole; che non è solo grandine e quanta e a che punto. È svegliarsi un giorno e capire. Sentire dentro, nelle ossa e nelle punte delle mani, che è cambiato. Non qualcosa, ma tutto.
Tutto è cambiato. Davvero. Radicalmente. In modo stabile.
Il cambiamento è adesso. È già. Non è più cambiamento. È il nuovo oggi.
Ed eccoci. Con la legge da definire, con il rapporto finanziamento dello Stato /consistenza “autonoma” del sistema tutto da definire, da capire per bene. Con l’ennesimo (e incredibile) problema (per noi scribacchini) della non “riconoscibilità” nel discorso comune, che ancora vede e identifica solo nei registi questi fantomatici “autori” (che dio vi abbia in gloria, Cahiers du Cinéma; la politique des auteurs da voi è stata un proficuo momento di analisi e proposta – ma da noi è finita per il diventare un angolo cieco del nostro immaginario collettivo. Autore; che parola scivolosa… scivolosa ovunque, tranne qui, da noi, dove tutti sono autori. Ma proprio tutti. Anzi; ora chiederò al capitano del mezzo ACTV, che ci porta ruzzolenti e assonnati alle proiezioni antimeridiane, sfidando le insidie della laguna, se si sente un autore. E quanto. E perché. Chissà cosa risponde…). E dunque, e ancora: Contratto Collettivo. Ovvero: nero su bianco ruolo, competenze, oneri e onori. Riconoscibilità – non per prassi, ma per statuto.
E insomma, eccoci. La Mostra parte. E il cataclisma è tra noi.
È parte di noi. Da sempre.
È che noi viviamo sotto il vulcano.
Tocca prenderne atto.



