Bollettino n. 2

Un suono diverso dagli altri, studiato per essere notato. Controllo il cellulare; l’alert del meteo è chiaro: arriva un caldo da allarme. Ancora. Si, ancora. Difesa, resistenza – queste sono le parole che ti scorrono in testa, mentre camminando per le calli vedi sudare anche le pietre.
Viviamo in uno stato d’assedio permanente.
E d’altronde. Il senso della minaccia e della paura trasuda da ogni secondo di narrazione dell’oggi. Esce dalle fottutissime pareti. Datemi un conflitto – e sarò vivo. Nell’anno domini 2026 questo sembra essere, ancora (o forse: più che mai) il tema dei temi, quello che sta sul fondo, e tutto condiziona.
Non si sa se abbiamo dimenticato i settant’anni a costruire società aperte – o se magari l’assenza di conflitto produce nostalgia, rimpianto dell’ardimento, o chissà cosa. Sembra che quelle spinte a combatterci siano memorie da elefante, qualcosa nella amigdala che spinge per tornare fuori e farsi riconoscere. Ecce homo. Non si capisce.
La Mostra è una spugna, si sa, che tutto sente e di tutto si imbeve – e dunque sputa fuori conflitti, ovunque. Ma certo, la narrazione è rottura di un equilibrio, dunque ci va a nozze. È un po’ il doping del settore. Ma quel che si respira è qualcosa che va oltre.
Si preparano cortei in opposizione – a qualcosa (forse: a prescindere). Come lo scorso anno? Forse più variegato rispetto allo scorso anno. Girano appelli e contro appelli – per il dialogo, per l’esclusione, per l’inclusione, per il vaffanculo…
La Mostra, ricordiamolo sempre, è Biennale – nel senso che è totalmente organica a quel gigantesco ente che scandaglia e produce cultura, imprescindibile punto di riferimento per il mondo intero. Dunque, Biennale fa notizia. E infatti la Biennale è stata travolta dalla polemica sul padiglione russo – con le solite forzature che vanno ben oltre il dato di fatto. Ma così è – e non può essere diversamente; perché siamo, qui e ora, noi e chi ci sta accanto, in una reale situazione di conflitto. Il conflitto è militare, economico, dunque politico e strategico. In ballo, lo sappiamo, ci sono gli equilibri del nostro immediato futuro. Il vero Volcano in esplosione, forse, è questo. Tutto, ma proprio tutto il resto, è collaterale.
Ma cosa cola dal setaccio chiamato “selezione della 83° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica”? In cosa si traduce tutto ciò?
In tutto e di più, ovviamente – dati i numeri. Ovvero: 90 lungometraggi, 18 corti, una serie tv, 19 lunghi restaurati, 68 opere nella sezione immersive… tutto questo arrivando dalla selezione di ben 4740 titoli visionati… con numeri simili, le storie che ci vengono presentate spaziano in molti ambiti.
Alcune cose saltano all’occhio. Per esempio, il divario di genere nella regia, con una predominanza maschile marcata (anche nel complesso delle opere presentate. Il 65% è a regia maschile). Altro aspetto: i film italiani sembrano ruotare in larga maggioranza attorno ad un’arena setting che conosciamo così bene da somigliare ad un’ossessione: la famiglia. Ottima e potente arena, non c’è dubbio, ma qualche domanda viene da farsela. Il mondo, con tutte le sue tensioni, le sue dinamiche e i suoi conflitti, passa per queste famiglie italiane? Da capire se interessa o meno avere anche il mondo a tavola – o se proprio da noi non si usa. E nel caso mancasse cos’è? Conformismo? Non voglio noie? Mi accontento così? O è reale e sincero disinteresse? O forse un classico: non pervenuto? Avevo Judo? Da capire. Solo alla fine si potranno tirare delle conclusioni – semmai avesse senso tirarle, e semmai si potesse davvero farlo (e il cinema lo amiamo anche perché, giustamente, resta sempre una domanda aperta. Le conclusioni sono sempre da guardare con diffidenza).
Per ora, come sempre, apprezziamo il gigantesco lavoro di tutti – chi prepara, chi sceglie, chi ci mette la faccia. Qua si fa il tifo per questa malattia comune, un tempo molto contagiosa, chiamata Cinema. Quello della sala. Quello del pubblico. Quello dell’emozione collettiva. E si, pure quello della coda molto collettiva e molto perenne, ovunque… ma appunto; that’s amore – e cosa di meglio da opporre alla voglia di conflitto perenne se non vagonate di dosi d’amore per il Cinema?



