Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 3

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

Quand’è che abbiamo smesso di sentirci un fiume, un tutt’uno con l’acqua che era attorno a noi – e acqua pure noi stessi; liquidi, ma solidali, coerenti, continui in un qualcosa che va oltre il sé e diventa un noi, con la sua forza intrinseca, una corrente più forte di ognuno, un destino, un percorso chiaro dai contorni definiti. Un futuro, forse, promesso. Quando?

Ma poi; lo siamo mai stati?

Siamo mai stati davvero un qualcosa di unico? siamo mai stati altro dal sé?

Forse no. forse non abbiamo un’età dell’oro da rimpiangere.

Abbiamo paura – ecco cosa. Abbiamo paura del presente, perché ci manca un senso a questo scendere a precipizio portati da una corrente di cui non facciamo parte, perché ci travolge. Travalica la nostra capacità e la nostra volontà.

È un destino, ma avverso.

Che poi uno dice: ma perché vai? Ti arriva tutto, leggi tutto… Oggi, 2026, ma davvero ha senso andare di persona? Puoi scrivere lo stesso, no? Perché per forza l’alzataccia, la coda per il battello, la coda ai varchi, la coda per entrare in sala… e poi ore e ore e ore lì, seduto in sala… e ti contorci, e ti rigiri… e davanti c’è sempre quello con il testone, ma santodio ma dal barbiere mai? E via così. Pure la prima fila in sala Darsena, schermo 25 metri per 15, prima poltrona sinistra laterale prima fila – con le facce nei primi piani talmente distorte che nemmeno in un horror…

Ma perché?

Viviamo nella bambagia per via del contesto, del passato. di altro. ma non grazie a noi. Il nostro destino ci sfugge – in larga parte.

Perché?

Sappiamo solo che siamo qui come ciottoli nella risacca. Ci facciamo pure del male, cozzando costantemente gli uni contro gli altri.

Poi ti siedi al bar (dopo debita coda) e stai un attimo fermo. E ti guardi attorno.

Ma si, certo: il mercato, l’allure… Cannes. Fichissimo.

Qua al Lido, ora, alla mia sinistra vedo seduti un gruppo di ragazzi che scherzano tra loro; si capisce che tradiscono una certa emozione. Altro tavolo e altri giovani, tatuatissimi, cazzutissimi, ognuno su un pc aperto davanti a sé, silenzio tombale al tavolo. Due tavoli oltre loro, due signori, indistinguibile età di mezzo, forse cotti dal viaggio, forse in crisi esistenziale, vai a sapere. E poi, poco oltre la linea di passaggio, quelli sbracati sul prato. E quelli che passano e ripassano e ripassano ancora, che prima o poi, metti che mi vedano. E gente e ancora gente e ancora gente. Una moltitudine di gente. E una sola cosa accomuna tutti: un cordino rosso con una tessera alla fine. L’accredito. Il popolo degli accreditati. Stampa di ogni genere e grado, membri dell’industria a vario titolo, studenti docenti, cinefili con patenti varie… È una folla. A cui si aggiunge il pubblico reale, quello pagante, che arriva e va al cinema.

Questa, in effetti, non è una Mostra: è un villaggio. È un modo di vivere. Per il cinema? Forse. O forse con il cinema.

Ecco; la partecipazione che respiri qui, l’emotività, così sempre chiaramente esposta – che la tocchi, la respiri pure (ok che fa caldo, però…). Per dire: i capannelli di chi si piazza davanti al Red Carpet cominciano svariate ore prima delle proiezioni. La gente, qui, fa la fanatica. E questa gente, poi, non è lì solo per vedere da vicino il divo di turno – ma per vedersi proprio i film.

La dimensione collettiva cambia le cose. La prospettiva conta. Partecipare insieme ad un antico rito collettivo – la Mostra lo fa. Un bisogno che il dopo Covid ha evidenziato – e che qui si attua.

Dunque, ecco perché: perché alzarsi all’alba per essere alle 8,30 in sala (però la Sala Grande, ovvero La Storia Del Cinema, in velluti e legni laccati), perché la stanchezza, la coda. Perché tutto. Tutto vale – per questo: loro, le persone. Altrimenti: perché fare un lavoro collettivo? Ma non sarà più comodo scrivere un bel libro? (spoiler: no). Non sarà meno stancante scrivere qualsiasi altra cosa? Perché avete presente, vero? Il produttore che cambia idea, il regista che ha la crisi, la squadra che piuttosto guarda mi faccio frate – e molto altro. Avete presente no? È sempre tutto un casino, poco da fare.

Però poi arrivi qua. Respiri quest’aria strana. Pure i due a mezza via, in crisi esistenziale – metti che siano per davvero solo stanchi e magari pure travolti dall’emozione. Altrimenti, perché avrebbero fatto la (ennesima) fila per poter adesso stringere con devozione il loro accredito?

Il cinema, poco da fare, qua alla Mostra trova una sua dimensione. Un’altra. E no, non è solo pubblico, l’indistinto “la ggente”. La Mostra disegna sempre traiettorie oltre il prevedibile, favorendo incontri con personalità da decifrare, storie da ascoltare, a volte da riportare.

“Siamo oberati di lavoro. Non ce la facciamo. Troppo, c’è troppo di tutto” mi dice sconsolata una giornalista – una di punta, da quotidiano di punta. Roba seria. A guardarla bene ne vedi gli occhi scavati, la faccia che tutta intera partecipa alla rassegnazione delle parole. Ed in effetti. Perché è proprio così; tanta, tantissima roba. A me verrebbe da consolarla, da darle coraggio – ma no, mi fermo subito; la passione è anche una croce. Lei ha un lavoro importante, uno sguardo importante. Che croce sia, dunque. La guardo andare come avesse la Morte di “Amore e guerra” che cammina al suo fianco, destino crudele ed anche un poco comico; se ne va minuta e raccolta, schiacciata dalla forza del destino e dall’immensa sala dell’atrio del Casinò, costruita per far sentire piccolo pure il Ciclope. Però ha ragione: 196 proposte tra cui scegliere.

Perché?

La Mostra ha scelto da tempo di aprirsi: con l’approssimarsi di settembre spuntano come funghi sale belle e capienti attorno al nucleo del Palazzo del Cinema. Tutto questo chiama una massa di persone che gironzola, guarda, mangia, parla – e soprattutto paga il biglietto e va in sala a guardarsi i film. Tutto questo ha funzionato. Ha portato pure Hollywood, anni fa… (ecco; ora Hollywood non c’è. Ma questa – forse – è un’altra storia).

La dimensione delle cose, il loro rapporto interno, è cambiato. Ora la Mostra si presenta a tutti gli effetti per quel che è: un Evento. Ed è l’evento a costruire la narrazione.

“Secondo te con Nolan hanno speso di più per girare il film o per creare la comunicazione che lo ha reso un Evento per tutti?” mi chiede sornione un regista, uno di quelli che a me non me la fai, parlando dell’importanza, oggi, dell’essere Evento. Non lo so. Cioè, non solo non so la risposta al quesito Nolan (che comunque: l’investimento mi sembra rendere benino…) ma non so davvero perché la Mostra sia ormai un Monstre, uscita dai binari del cineclub fichissimo per fichissimi (per definizione pochi, se non pochissimi) per diventare l’Evento degli Eventi. Non lo so; forse oggi serve così. Non so davvero. Cose da direttori di Festival – un lavoraccio.

So solo che qui respiri un qualcosa che non respiri altrove.

Ma certo, tutti i festival sono belli – e la gente da Festival è ovunque la stessa: bella, sorprendentemente vitale, curiosa e viva.

Però la Mostra è speciale. Lo è davvero.

In un certo qual modo il senso qui è: condivisione – motivo (uno dei) per cui hanno tolto una certa rigidità delle prenotazioni, favorendo più libertà, e di conseguenza gli incontri. I luoghi di aggregazione sono ovunque. Il mischione totale tra super esperto e semplice appassionato crea questo unicum. Un humus che promette felicità (oltre la stanchezza).

Forse tutto questo basta? È questo di cui ha bisogno il Cinema? Non lo so. Ma è il punto: la Mostra è popolare. Il linguaggio che tanto amiamo sempre a questo punta: un suo pubblico. E si, qui c’è; qui si può ancora soffrire di partecipazione (cit.).

Sì, una cosa dovremmo poterla fare. Provare intensamente a trovare il senso in questo nostro momentum. Essere fortissimamente consapevoli del nostro essere pezzi in balia della risacca.

E smettere di essere ciottoli, provando ad essere pietre azzurre.

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).