Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 5

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

Esco. Scruto bene il cielo del mattino presto – un gesto ripetitivo, senza peso. Nell’aria ancora fresca solo qualche sparuto gabbiano che vola controvoglia nella solitudine dell’aria ancora fresca. Ho notato che in pieno giorno se ne vedono pochi volare alti.

L’altro giorno, al contrario, facendo questo semplice gesto non ho potuto non vedere una grande “V” avanzare nell’azzurro. Era un gremito stormo di ibis sacri – li riconosci dal lungo becco a falce. Sono una delle novità della laguna – ora, in effetti, diventati molto presenti.

Le cose cambiano.

Vediamo cose nuove. Raccontiamo cose nuove.

A volte, però, raccontiamo qualcosa che c’è sempre stato – ma che ha cambiato posto e peso nel nostro sentire: improvvisamente, è diventato visibile. Improvvisamente è ovunque.

Da qui, dalla Mostra, come noto, è inutile che io parli dei film – perché ognuno di noi ha il proprio modo di vedere e leggere le storie. Dunque, non ha alcun senso che io mi arrischi a condividere valutazioni. Ma qualcosa, ogni tanto, val la pena dire, perché le storie si accumulano – e messe insieme – ci dicono qualcosa. Di questo parlo oggi – dell’enorme componente che, un passo alla volta, si sta materializzando nei cieli della Mostra.

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Fino ad ora alla Mostra si è vista tutta una serie di film che hanno, oltre al tema che la storia esplora, un qualcosa sul fondo, come fosse un peso fondamentale per la stabilità della nave. Questo qualcosa, questo bulbo pesantissimo, ma essenziale affinché la barca resti dritta, è la Colpa.

D’altra parte, perché stupirsi? È così fin dalla notte dei tempi: la cacciata dal Paradiso Terrestre è sempre là, e la ferita è sempre aperta (“sempre” è la parola chiave); inoltre ciò che caratterizza la differenza tra gli Dei e questi esseri scheggiati in partenza, chiamati persone, è proprio lei, la colpa. Dunque, la Colpa – o se vogliamo la mancanza – in quanto costitutiva dell’essere umano è essenziale in ogni narrazione (che sia esplicitata o meno).

Qualcosa, tuttavia, mi salta all’occhio: il diverso peso e il diverso ruolo di questa essenziale parte del nostro raccontarci.

È come se la Colpa, nelle storie viste, vi albergasse in un modo che ha qualcosa di ossessivo, come afa opprimente, che non vedi, non capisci bene, ma c’è, la senti – e ti stringe in modo angosciante alla gola e alla testa.

Che sia la storia di due gemelle in tribunale, o quella del pubblico ministero non impeccabile; che sia quella di agenti che rimuginano sul passato, o di borghesi che non fanno abbastanza… e via di seguito. Sugli schermi si accavallano storie su storie – e sempre lei là, che viaggia nel racconto, come appiccicata ai protagonisti. E sì, magari la colpa è effettivamente dei protagonisti (es: McDonagh, Boyle, Schrader), ma può pure darsi che qualcuno stia cercando di caricarla su di loro (es: Herzog), oppure che qualcuno abbia scaricato sui protagonisti colpe non loro (es: Kahn); c’è chi poi si prende colpe non per forza, non totalmente proprie (es: Tsukamoto). Come che sia, quel che colpisce in questi film è che la Colpa non è il motore meccanico della storia (tranne, forse, in Tsukamoto… – forse), ma la sua cifra esistenziale.

Un esempio perfetto è Lee: Nella sua lettura economica della società (anni fa qualcuno avrebbe detto: marxista. Cosa che il film in concorso non è. Per fortuna Lee è parecchio bravo e mette in scena l’obiezione, come da manuale) la Colpa è sia del sistema che del singolo uomo. Dunque, in qualche modo, è esistenziale: è imprescindibile alla condizione umana; esiste e sta lì, come la Luna, distante da noi – mentre contemporaneamente interagisce con noi.

In tutte le storie la colpa agisce sui protagonisti, attraverso di loro o malgrado loro. Insomma: La Colpa è onnipresente – ma diversamente presente, anche quando assente.

Perché sì: può non essere presente – né nella storia, né come condizione esistenziale (sia della storia che dei protagonisti). Ecco… che succede in questi casi? Beh, se ne sente una sonora mancanza.

Uno splendido esempio di questa mancanza ho avuto modo di vederlo: Imperium.

I documentaristi hanno da tempo raggiunto la convinzione che non esiste narrazione neutra. Non si può raccontare senza essere parte del racconto, si sono detti, alla fine. Perché il narratore è per forza parte della narrazione. Dunque, se non esiste la possibilità di essere “esterni” al racconto, a ciò che si racconta, possiamo raccontare senza attribuire colpe? Possiamo davvero pensare di raccontare “neutri”?

Questo è quanto mi chiedevo guardando Imperium, un lungo lavoro di matrice documentaristica, che per tre ore ci ha portato per mano a guardare com’era la vita quotidiana lungo lo sterminato territorio che componeva l’Unione Sovietica nel periodo che va dal 1970 al 1973. L’occasione meritava: siamo alla Biennale d’Arte Cinematografica – dunque a caccia di sguardi. Questo lavoro di montaggio era uno sguardo – decisamente diverso dal racconto di fiction. Però, ecco; meritava. E quello sguardo ci pone dei quesiti.

Bisogna capire che il montaggio di filmati che ci viene proposto usa il materiale che hanno girato durante quegli anni in URSS diversi cineasti italiani. Ovviamente quel materiale è girato “a favore di camera”, su gentile concessione del potere sovietico, la cui matrice era il totalitarismo. Tradotto: gli operatori giravano solo quel che andava bene al Potere che fosse girato. Ora accade che, molti anni dopo, un autore abbia preso quei materiali e li abbia montati, facendo fare allo spettatore un viaggio dal sapore etnografico, da scoperta di mondi inaccessibili. Ma il punto è: quel materiale, montato per restituirci tre ore di carrellate di fabbriche, sguardi di ragazzi e donne, balli e canti, era un materiale inerte in partenza. Inerte; senza vita vera. Perché conteneva l’impossibilità del controcampo. Non esisteva, in quegli sguardi, l’”altro” – sotto forma di pensiero critico o di esterno al modello comune. Per tre ore, ci dice lo schermo, nell’Unione Sovietica di allora, non c’era nulla che suonasse diverso dalla pace del villaggio o dall’operatività di fabbriche e città. Non esisteva Colpa da far vedere – perché, ci dicono le immagini, non esisteva peccato.

Ora, però, noi lo vediamo senza didascalie, senza nulla di diverso che l’indicazione di un luogo.

Dunque, mi chiedo: poteva raccontare, l’autore di oggi, senza esprimersi sull’esistenza di un altro da? Ancora: possiamo intravedere un qualcosa che possa addirittura chiamarsi colpa (senza essere moralista; sto condividendo ragionamenti, domande aperte. N.b.) nel raccontare un finto paradiso, ovvero in qualche modo avallando quel che il Potere – e solo quello – voleva che si vedesse?  Da un lato si dirà: l’autore attuale ha solo usato fedelmente il materiale esistente – e il materiale quello dice. Ma, come detto: il problema è che il materiale è dopato all’origine. Dunque, in realtà noi spettatori che viaggio facciamo con l’autore? Per tre ore siamo assieme alla propaganda dell’epoca – che ci mostra un quadro di una società sana, in cui la gente vive in pace, producendo beni e consumando beni. Una società dei consumi – ma nel paradiso della concordia. Pure nella Georgia dei pogrom. Pure ovunque. Perché, appunto, Zivago, qui, non è mai esistito.

E perciò: dunque l’esistenza di Zivago trasforma tutte quelle ore di sguardi e balli in ore false e inutili? Certo che no; i documenti contengono l’istanza di realtà – erano autentici, nel loro essere. Esisteva anche quella realtà.

Ad aiutarci nella disanima, forse, può soccorrerci il titolo del lavoro: “imperium”, un termine che contiene l’assenza di scelta.

Viene da pensare che l’autore presuma tutta questa serie di domande da parte del fruitore del lavoro, compreso il percepire la discronia tra il racconto parabucolico che vediamo sullo schermo e la verità storica che conosciamo: infatti quel paradiso, quel mercato a scelta marxista (il marxismo era un’idea di gestione del mercato) è fallito, ovvero ha perso la scommessa per cui era nato. L’URSS è fallita economicamente – questo è il responso della storia.

Tirando le fila: la visione di Imperium presume che il controcampo, che l’altro nella narrazione, sia la competenza dello spettatore.

È troppo? È giusto farlo? Qua entriamo nelle valutazioni personali. A me preme mettere a fuoco questo viaggio nel raccontare senza prendere in considerazione la responsabilità del male, dunque la Colpa. E cosa ne deriva.

A mio avviso colpisce questa co-esistenza: la bellezza formale – e contemporaneamente la mancanza del controcampo – ed il controcampo, qui, è la Colpa. L’effetto finale è estraniante. Ma, badate bene: è estraniante per me – perché tutto questo è extradiegetico. Qualcosa, dunque, non mi torna. C’è da ragionarci ancora. Perché questo, a volte, riguarda anche film di fiction quando non mettono La Colpa nella zavorra della barca.

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Mettendo insieme la moltitudine di sguardi che gli schermi della Mostra ci hanno proposto, fino ad ora, possiamo dire una cosa: nel particolare momento storico che attraversiamo, caratterizzato dall’assenza di un chiaro piano collettivo in cui riconoscersi, possono paradossalmente arrivare sguardi estremamente differenti e vivi. La temuta fragilità dell’essere Under The Volcano, qui si sta trasformando in forza.

È chiaro, però, che nessuno ha la ricetta vincente. In fondo qui non si fa altro che inanellare sguardi. Quel che conta è che siano sguardi differenti. Quel che vorremmo trovare (e dunque fare) è che siano, ognuno a modo suo, degli sguardi autentici.

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Esco dall’ennesima sala. In cielo nemmeno lo straccio di un volo di uccelli. È ora di pranzo. Il cielo pare svuotato di ogni cosa. Solo un totale ed indistinto bianco. Il caldo è opprimente, di nuovo. Oggi non fa prigionieri.

Questo caldo sembra proprio una condanna – per tutti noi.

Una condanna… dunque è vero: da qualche parte abbiamo una colpa.

(fosse solo una)

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).