Il bollettino dello scrittoreVenezia

Bollettino n. 8

Andrea Vernier,  sceneggiatore e socio della Writers Guild Italia, osserva e vive, dal nostro particolare punto di vista di scrittori, gli eventi della 83. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (2 —–12 settembre 2026)

Ma quanto è bello quel momento che precede la fine del mondo?
Ok, non esageriamo. Era figurato. Però la previsione è chiara, da giorni: oggi finirà l’estate.

        E infatti all’alba lo vedi: il cielo è cambiato. I canali sono rugosi. È tornato lui, il grande assente: il vento.
Quando grossi sistemi metereologici si muovono, producono vento – e quello, spostandosi rapido, porta in giro odori, impressioni. La vita – finalmente.

Una situazione stabile, dopo un certo tempo, diventa ristagno. Nella continua fissità la vita si ferma – perché la vita è cambiamento. E spesso il cambiamento si annuncia mettendo in scena la fine del mondo.

L’altro ieri lo studioso/documentarista mi ha buttato là un concetto che mi è rimasto appiccicato: “Anche questo contribuisce alla fine dell’umano”. Ecco. La fine dell’umano. Davvero è nelle cose?

Guardo il concerto di foglie elettrizzate, offertoci dagli alti faggi del Lido. Le cime si agitano forsennate. Il vento a 20 metri di altezza è ben diverso da quello al suolo. L’arrivo di una catastrofe ha sempre i suoi segnali.

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“No, non è possibile che ci sia un sistema così omertoso…”

Neanche il tempo di pronti, via – che è partito. Credo faccia parte del carattere – che si intuisce bello vivace. Mi pare un giovane cavallo selvaggio che scalcia. Prova a prenderlo…

“Perché dici omertoso?”

Il mio interlocutore è uno sceneggiatore, professionista con all’attivo pure premi. Ha una caratteristica: non è parte della vecchia guardia, o, ancora, della guardia perenne (che, detta così, pare la guardia davanti al mausoleo di Lenin, ovvero davanti ad una salma – ed in effetti l’immagine dice qualcosa…). È un giovane? Definisci giovane, in Italia. Però, questo è sicuro, non è impaludato. Lui scalcia. Ha da dire; si contorce sulla sedia, si muove… Scalcia parecchio.

“Perché c’è un sistema che si auto regge – e questa cosa ammazza; è un sistema suicida. Ci auto danneggiamo. Facciamo sempre lo stesso film con sempre le stesse facce… Per esempio, guarda il film che lo scorso anno ha fatto questo successo imprevisto, sai, quello in Veneto: facce diverse, storie diverse… poi magari piace o meno. Ma quella dovrebbe essere la norma”.

“Non vedi fame di idee diverse?”

“Secondo me non c’è proprio fame di idee. Sappiamo che oggi un produttore si sveglia, prende un libro, quello gli piace – poi chiama i soliti e dice: ‘famme un film’. Questa è la realtà di oggi. Invece… ci sono tante idee. Anche di giovani, che ancora, almeno loro, si fanno venire delle idee.”

Si agita, dimenandosi su una sedia che non riesce a contenere la sua urgenza di dirle, finalmente, queste cose. Forse tendiamo a dimenticare quanto bruci, ai più giovani, questa condizione di perenne Purgatorio che vive uno sceneggiatore in Italia.
“Guarda i concorsi, dal Solinas a scendere; io le idee le ho viste e le vedo – in quelle occasioni e in altre simili. Te lo dico io: le idee ci sono. Ma vedo che quasi niente di quelle idee va poi in porto”.

Ci siamo intabarrati. Si, ok: le previsioni. Ci saranno otto o dieci gradi di mano. Era previsto. Ma, al solito – quando poi arriva, siamo pronti?

“E poi, gli editor… diciamocelo: in realtà funzionano come cane da guardia dei produttori. E invece dovrebbero essere quelli che vanno a caccia di nuove idee, di talenti…  non fanno davvero il loro lavoro. Perché un editor questo dovrebbe fare: fiutare la nuova storia. E invece… che fanno? Spesso chiamano i loro amici – quelli che già conoscono. Perché, vedi, qua da noi in Italia c’è sempre interesse per la persona – e non per l’idea. Oggi non si compra un’idea – ma il solito nome”.

Incredibile come cambino gli scenari. Stiamo parlando fuori, davanti al mare. In pieno autunno. Ma la giornata, a metà della sua vita, ha già alternato almeno due stagioni; l’autunno, per ora, è momentaneo.

“Hai notato in sala? Io qui ho visto che i film italiani hanno meno pubblico. Questo per me è grave. Vuol dire che tutti hanno in partenza una bassa aspettativa – e mi sembra che, purtroppo, questo pregiudizio sia in larga parte motivato… E questo perché? Perché da noi non esiste quella cosa elementare che è il partire dall’idea. Bisogna assolutamente ripartire dalle idee! Sai cosa? Servirebbero concorsi di idee. Dappertutto – tipo anche in Rai. Ma non li fanno. Qualcuno fa qualcosa – per esempio WGI lo fa una volta all’anno. Però non è prassi. Non lo fanno; non partono dalle idee. E se a questo aggiungi un altro fattore, micidiale…” “Quale?” “Beh, spiace dirlo, ma troppo spesso ci troviamo di fronte persone davvero troppo poco preparate…” e nel dirlo, ad ogni TROPPO calca la voce. Concetto arrivato. “Però ribadisco: sono le idee la chiave. Bisogna assolutamente ripartire da quelle”, ora parla con enfasi. Gli sorrido. Oltre che simpatico, ti infonde quella sana fiducia; sai che lui sente qualcosa. Ha una certezza. La comunica con la voce, con tutto il corpo – oltre che con le parole.

“Quindi come vivere dentro questa catastrofe?”

“Come mi diceva Goffredo Fofi: ‘Io sono un pessimista attivo’. Ecco; condivido pienamente questo pensiero”. Sorride. Sornione – forse anche con un velo di malinconia. Frazioni di secondo. Riparte. “È oggettivo che siamo dentro la catastrofe. Però è anche chiaro che abbiamo tutto a nostra disposizione per cambiare le cose. E poi… abbiamo pure ’sto ruolo… Noi artigiani siamo quelli che vediamo meglio le cose che arriveranno. Hai visto il documentario su Musk? Dice che molte suggestioni arrivano dai film. È così; è chi fa film che disegna e indirizza il futuro. È il nostro privilegio – questa è la nostra responsabilità. Ecco perché c’è assolutamente bisogno di etica. Noi dobbiamo essere brave persone. Se in una barca non ci si aiuta l’uno con l’altro, è finita. Perché siamo nella tempesta”. Alzo di colpo gli occhi dagli appunti. Mi fissa e mi sorride, con quegli occhi sornioni. Beccato. “Lo hai detto per me, vero?” Ride. “So che è un tema a te caro…” Ridiamo. Eccolo, il talento: trova il modo di far passare il tuo concetto – e fai contento il tuo interlocutore, che passerà meglio il tuo concetto. L’arte del pitch. Ridiamo di gusto. Gli chiedo se vuole aggiungere altro. Sì.

Giorgio Arlorio, lo sceneggiatore de ‘la battaglia di Algeri’, diceva che il talento è tre cose: 1) sguardo sul mondo 2) duro lavoro 3) andare sempre contro il potere, qualunque esso sia. Per me queste tre regole sono oro”

“Tu parli dell’essere contropotere”

“Esatto. Perché pensaci: siamo tutti schiacciati. E mi devi dire perché! Ti coprono d’oro? Non credo. Sono tutti schiavetti di un circo – senza sapere che il circo sta affondando. E tutto questo a me pare assurdo…”

Si alza, mi sorride, di un bel sorriso aperto – e se ne va. Lo guardo trotterellare verso il fondo, verso la Mostra. Lui ci viene ogni anno. Si fionda in sala continuamente e si vede quattro o cinque film al giorno. L’avevo canzonato, per questo. “Eh si, ma a me piace. Mi sparo tutti ‘sti film, e mi piace”.

Si, si vede: ha fame. Fame di idee.

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Il cambio di paradigma, prima o poi, arriva. Lo sappiamo tutti.

Oggi in sala ho visto un film italiano davvero bello. Ne sono rimasto colpito – come se qualcuno avesse spezzato un incantesimo malvagio, una maledizione. Ma a ben pensarci, a ripensare alle parole dello sceneggiatore bravo e giovane, non è questione di arti magiche – ma di ricostruire un meccanismo che abbia senso. Priorità: ripartire dalle idee. Ovvero: dalla sceneggiatura.

Testo e foto di Andrea Vernier
Inviato WGI a Venezia

Il bollettino dello scrittore – I report dell’inviato di Writers Guild Italia (WGI) dalla 83. Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (2-12 settembre 2026).