Scrittori a festival variWriters

Il meglio dal migliore

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Venerdì 13 novembre al Roma Fiction Fest è stata proiettata e presentata Casual, serie tv (10×30’) creata da Zander Lehmann e diretta da Jason Reitman, che ne è anche produttore esecutivo. La serie è stata prodotta da Hulu (un concorrente di Netflix, per intenderci) e distribuita da Lionsgate.

Casual è uno dei grandi eventi della stagione in corso negli States ed è stata già confermata per una seconda stagione. Per Reitman è una sorta di esordio in tv, dove aveva diretto solo un paio di episodi di The Office.

Jason Reitman era quello famoso: vincitore di un Golden Globe per “Tra le nuvole”, candidato quattro volte all’Academy Award, regista di film originali e di successo come “Thank You for Smoking”, “Juno” e “Young Adult”, Reitman rappresenta una delle voci più interessanti della nuova produzione audiovisiva nordamericana.

La masterclass, però, è stata condotta insieme a Zander Lehmann – sempre nella modalità intervista con domande fatte da Marco Spagnoli e dal pubblico – dunque il report riguarda ciò che hanno detto entrambi. Per la Writers Guild Italia c’era Fabrizia Midulla.

LA GENESI, RACCONTATA DAL CREATORE: COME VENDERE UNA SERIE QUANDO L’IDEA E’ SEMPLICE E LO SCENEGGIATORE GIOVANE.

LEHMANN. Nella tv americana funziona così, di solito. Tu non scrivi niente, nemmeno una pagina. Vai da un network e da uno studio (un emittente e un produttore, dunque) e gli pitchi un’idea: ti vengono dati quindici minuti in cui devi dire “okay, questa è l’idea, questo è il mondo, questi sono i personaggi… Pagami per scrivere una sceneggiatura, se vuoi”. E lui ti paga, se l’idea lo ha convinto. Tu scrivi la sceneggiatura, e se il produttore decide che è abbastanza buona, si gira un pilot. E se il pilot funziona, si decide di fare la serie: dieci episodi, o tredici, o ventidue… è così che funziona, di solito.

Però io sono giovane, non ho questa grande esperienza in televisione, all’epoca in cui ho avuto l’idea di “Casual” avevo solo lavorato per due mesi in un’altra serie tv e scritto una cosa che era stata comprata ma non era stata realizzata. Ho pensato che per me sarebbe stato difficile avere successo con il pitch tradizionale: se entravo in quella ipotetica stanza solo con la mia idea delle tre persone che vivono sotto lo stesso tetto mi avrebbero buttato fuori, perché è difficile vendere un’idea così semplice… Non ha un “hook”, non ha un concept vero e proprio… Così io la sceneggiatura l’ho scritta, di 30’, ma poi l’ho data alla mia agente e le ho chiesto di usarla come test per entrare in qualche altro team di scrittura. Almeno ci posso pagare le bollette, mi sono detto. Ma lei è stata molto brava: ha detto che era uno script molto particolare, qualcosa che sarebbe potuto piacere a Jason Reitman… e a lui non piace quasi niente… Se lui avesse accettato di fare la regia di un eventuale pilot le chance di realizzare questa serie sarebbero diventate reali… e così ho aspettato per cinque mesi, perché Jason stava facendo un film… e quando stai lavorando a un film, o a una serie tv, non hai certo tempo per nient’altro, figuriamoci per i progetti… Ho aspettato pazientemente, perché avevo solo 26 anni e niente da fare, avevo solo questo script… E alla fine lui l’ha letto, e gli è piaciuto. Il secondo episodio l’ho scritto in cinque giorni, è nato molto velocemente… Quando siamo andati a fare il pitch avevamo a quel punto due script e un regista, che era un bel po’ diverso dall’avere la semplice idea: avevamo il 20% dello show, e un grande regista che non aveva mai fatto televisione… e infatti è andata bene. È stata una cosa un po’ insolita, ma è l’unico modo in cui poteva funzionare, per uno show come questo. Senza lo script, Jason non avrebbe mai apprezzato l’idea perché chi se ne frega di tre persone che vivono insieme, e senza Jason il produttore non avrebbe mai letto… Lo script mi è servito per agganciare Jason e Jason per agganciare il produttore. Quindi è stato un rischio che ho dovuto correre.

LA GENESI, RACCONTATA DAL REGISTA, JASON REITMAN.

REITMAN. Sono molto colpito da quello che è accaduto in tv negli ultimi anni. I miei ispiratori sono stati Wes Anderson, Rodriguez, Tarantino… gente che ha cambiato il modo di fare cinema. Negli ultimi cinque anni è stata la tv, a innovare: Fargo, Breaking Bad, Games of thrones… è lì che ci sono attori che amano osare, le sceneggiature coraggiose… Così ho cominciato a cercare una sceneggiatura per la tv. Quando ho letto il pilot di Zander (Lehman, lo sceneggiatore) mi è subito piaciuto, mi sembrava un film. Allora mi sono chiesto: okay, dove possiamo andare? Come faccio a creare una serie che potrebbe continuare in mano a un altro regista? E così ho cominciato a immaginare quelle che poi sono diventate le caratteristiche della serie.

Per il pilot, ho lavorato su due elementi dello script di Zander. Il primo è la location: abbiamo cercato a lungo quella adatta, in cui ci fossero più entrate e uscite, passaggi da un ambiente all’altro… Sarebbe stata la principale ambientazione della serie, bisognava definire bene il modo in cui inquadrarla, perché sarebbe diventato linguaggio per gli altri registi. E poi abbiamo lavorato sul cast: ogni personaggio, dal primo all’ultimo, doveva essere autentico e molto vero.

UN’ULTIMA COSA SUL PITCH.

LEHMANN. Quando abbiamo fatto il pitch, non avevamo in mente gli episodi successivi ai primi due, ma avevamo bene in mente l’ultima scena della stagione. Quindi avevamo idea di dove saremmo andati a parare. Non sapevamo come sarebbero finiti i vari episodi, ma sapevamo come sarebbe finito l’ultimo, il decimo. E quando nel pitch racconti i primi due episodi, la fine della serie, e circa tre plot point che accadranno nel corso della stagione… bè, allora il network e la casa di produzione possono visualizzare la serie. Sono le stesse cose che ti servono poi nella writing room per scrivere con gli altri sceneggiatori il resto degli episodi.

L’ORIGINALITÀ DI CASUAL. IL TONO.

REITMAN. Se c’è una cosa che non mi piaceva della tv di prima era che tutto fosse molto facilmente etichettabile in generi: la commedia era commedia, il dramma era dramma… Io il consiglio professionale migliore l’ho avuto da mio padre, quando stavo iniziando a girare “Thank you for smoking”. Mio padre mi disse: okay, il tuo compito non è essere a tutti i costi divertente … Il tuo compito è essere onesto, dire la verità. Il tuo “barometro per essere vero” dev’essere sempre più forte del tuo “barometro per la commedia”. E ora quello che dico anch’io a chi vuole fare una commedia: non ti chiedere se è divertente, chiediti… “CI CREDI?”.

Questo approccio qui mi aiuta in ogni aspetto del mio lavoro di regista, su qualsiasi cosa debba decidere: ci credi nella storia? Ci credi nei dialoghi? Ci credi che il personaggio faccia questa cosa?

Ecco, ho fatto così anche per questa serie, ed è per questo forse che Casual ha il tono che ha, ossia un tono più da film indipendente.

L’ORIGINALITÀ DI CASUAL. LA STRUTTURA NARRATIVA.

LEHMANN.La maggior parte delle commedie televisive hanno una sorta di percorso già definito: ogni puntata è scritta per arrivare al momento BIG JOKE, il momento “A-HA” (della risata). Dopo quel momento, la storia si chiude, e tu ti alzi e te ne vai. Quello che invece abbiamo cercato di fare con questo show è diverso, i nostri episodi sono meno focalizzati, si chiudono con lo spettatore che ne vuole sapere di più, che vuole tornare di settimana in settimana per vedere dove va a finire quel personaggio. Noi non chiudiamo la story line episodio per episodio… ovviamente ci sono dei TEMI, per ogni episodio, però tu puoi vedere cose nell’episodio 6 o 7 che erano state setappate nell’1 o nel 2… insomma, come in un film. Nella maggior parte delle serie tv non lo puoi fare: se fai un set up al minuto 1, il pay off deve avvenire al minuto 22… Invece noi possiamo fare un set up al minuto 10 e il pay off a minuto 112, ossia in un’altra puntata. Questa è stata una delle cose che abbiamo amato di più, e ci è stato dato libertà per farlo. Non è una cosa che permettono molti produttori.

L’ORIGINALITÀ DI CASUAL. I PERSONAGGI E LE BATTUTE.

REITMAN. Mi piacciono i personaggi provocatori, è la prima cosa che mi “accende” quando leggo uno script. È successo con Thank you for smoking: quando ho letto il libro, quello che mi ha colpito è stata quest’idea di un protagonista che difende le sigarette. È successo con Juno: mi ha colpito l’idea di quest’adolescente che vede la gravidanza come qualcosa di più di una rottura di scatole. Questa è la chiave di tutti i miei film… ed è quello che mi ha colpito nelle sceneggiature di Zander (sempre Lehman, lo sceneggiatore di Casual): questa coppia di fratelli intorno ai quaranta che parlano di… tutto, qualsiasi cosa. Per esempio la loro vita sessuale, le loro storie sessuali… si raccontano tutto, cosa che io per esempio di certo non faccio, con mia sorella. C’è un sacco di humour, che sprigiona da questa cosa, da questo essere così originali…

Per esempio, nel primo episodio, quando Alex (uno dei protagonisti della serie, il fratello) è a un appuntamento con una donna, e lei raccontando di sé dice che il padre ha il disturbo post-traumatico da stress, e ce l’ha perché è stato in Vietnam e ha fatto la guerra, e lui commenta che “…oh, è un bel modo di vedere il mondo, quello!”… ecco, quando ho letto quella battuta ho realizzato che quella era la voce giusta.

IL LAVORO DEL REGISTA HA INFLUENZATO QUELLO DELLO SCRITTORE?

LEHMANN. Naturalmente ci sono delle affinità tra noi (lui e Reitman, ndr), e io ne sono onorato: Jason (Reitman) è stato per anni uno dei miei registi favoriti… Di sicuro nella serie si possono trovare dei “parallelismi” con i film di Jason: per esempio, il personaggio di Tommy (Dewey, l’attore che interpreta Alex) ha delle cose in comune con Nick di Thank you for smoking e anche con Ryan di Up in the air; oppure la sensibilità di Tara (Lynne Bar, l’attrice che interpreta la sedicenne Laura in Casual) può ricordare quella di Juno, sono infatti entrambe più adulte dell’età che hanno; ancora, qualcosa nello sviluppo della storia, dei temi, lo abbiamo in qualche modo importato da altri film di Jason, per esempio Young Adult

Jason ha scritto anche lui molto, in questa serie, quindi sì, sicuramente c’è stata un’influenza del suo lavoro, però poi bisogna considerare che a differenza del cinema la tv è un lavoro molto collettivo, collaborativo: io ho scritto delle cose, ma altre ne hanno scritte altri sceneggiatori… abbiamo più sceneggiatori, più registi, più producer… Sai, l’unico modo per fare una serie di 10 o 12 episodi è che ognuno dia il suo contributo, ognuno faccia sentire la sua, personale voce…Ed è così che sono riuscito a fare questo show: quante più sono le persone brillanti che lavorano per te, tanti più saranno i punti di vista originali che avrai a disposizione. Quindi in questo lavoro c’è un po’ di me, un po’ di Jason, un po’ del cast, un po’ degli altri scrittori, un po’ dei producer… ed è così che questa idea è venuta fuori così bene, così meravigliosa.

A PROPOSITO DI QUELLO CHE HA DETTO STEVEN VAN ZANDT: LA TV E’ IL POSTO DEGLI SHOWRUNNER, DEGLI SCRITTORI… NON DEI REGISTI.

REITMAN. Io non sono lo showrunner della serie, sono il regista. Zander ha creato la serie, è lui che la governa, è lui lo showrunner… Quello di cui abbiamo avuto bisogno dal primo giorno, però, è che tutti volessimo fare la stessa serie, lo stesso prodotto. La cosa pericolosa è quando gli scrittori, il regista, i produttori… ognuno ha in mente e fa la sua serie: quand’è così è davvero una tragedia. In questo caso non è andata così: dall’inizio, su tutto, c’è stata grande collaborazione. Abbiamo fatto un grosso lavoro, tutti insieme, sulle sceneggiature, poi sul casting, poi sulle location… In questo senso io non credo al regista che non è sceneggiatore o allo sceneggiatore che non è filmmaker. Il mio compito è creare, o aiutare a creare, quel tono che entrambi – io e lo sceneggiatore – abbiamo sentito leggendo la sceneggiatura.

LEHMANN. Sono stato molto fortunato che io e Jason la pensavamo nello stesso modo sulla maggior parte delle cose, e anche gli altri due (executive) producer che avevamo erano fantastici. In quattro ci siamo divisi i compiti in un modo che in altre serie non succede, e cioè comprendendo che ovviamente ognuno aveva il suo campo di competenza ma c’era poi una sorta di regola della maggioranza per cui optavamo sempre per l’idea migliore, da qualsiasi parte fosse venuta. Abbiamo tutti gusti molto simili, quindi non siamo entrati troppo in conflitto, allo stesso tempo ognuno di noi ha ovviamente il suo ego che entra in gioco nelle decisioni… Però sapevamo di avere a disposizione una grande energia creativa e che questa energia non può dipendere da una sola persona. Si trattava semplicemente di prendere, ogni volta, il meglio dal migliore: io posso essere tra i più bravi a scrivere, ma non sono di certo il migliore producer e neanche sono così bravo nella regia; Jason è il migliore nella regia e tra i migliori nella scrittura, così si è focalizzato su queste due cose… Hellen, una dei quattro executive, è la migliore producers, quella che sa gestire il set meglio mentre noi stiamo su altri episodi… È molto importante potersi fidare: Jason per esempio, non ha fatto la regia di tutti e dieci gli episodi, era importante che si fidasse di me e degli altri producers come garanti di una certa visione (da comunicare ai registi). Dev’essere così, per forza, in una serie tv in cui tu giri per 5 giorni a settimana, e in quegli stessi giorni prepari le riprese dell’episodio successivo… Non c’era tempo per Jason, per esempio, di sedersi e istruire il regista che avrebbe preso in mano l’episodio successivo, Jason doveva fidarsi di me e degli altri executive producers. È molto importante fidarsi gli uni degli altri, noi ci fidiamo, ed è stata una grande fortuna.

LA TV E’ LAVORO DI SQUADRA.

REITMAN. Per me Casual è stata una prima volta. Quando sono sul set di un mio film, per il cinema, mi sento molto meno collaborativo, cioè: io sono il boss, sono io che decido! Invece qui è stato diverso. Per esempio… La mia prima volta nella writing room, non ero solo. Scrivere è un atto così solitario, è come vagare nel deserto e cercare da soli la via di uscita… Io ho speso non so quanti anni della mia vita davanti al computer da solo, chiedendomi quanto sarebbe venuta male la sceneggiatura che stavo scrivendo… e invece questa era la prima volta in cui ero in una stanza con altri cinque scrittori… e allora okay, ne parli, chiedi suggerimenti, e la storia diventa sempre meglio, e quando la metti su carta funziona, è fantastica. Insomma, ho imparato un livello di fiducia verso gli altri che non avevo mai sperimentato. Il cinema è una cosa più da dittatori… Almeno, io credo di essere una sorta di dittatore, sul set dei miei film, invece qui sono molto più collaborativo.

LEHMANN. Anche gli attori partecipano di questo clima. Non abbiamo attori che creano problemi, perché sanno quant’è faticoso il lavoro… abbiamo attori che danno suggerimenti, che arricchiscono la performance rispetto a come è scritta… c’è una sorta di sinergia, tra tutti noi, ed è fondamentale… Perché si tratta di stare sei mesi a contatto tutti insieme e se non ti piace qualcuno sei fregato, non c’è niente da fare perché quel qualcuno resta, non è che il giorno dopo non lo vedi più, perché lo spettacolo continua, deve continuare. In questo senso la tv è molto diversa dal cinema: quando finisci un film ti separi dalle persone con cui hai lavorato, arrivederci e grazie. In una serie non c’è arrivederci e grazie, soprattutto se vuoi che lo spettacolo vada avanti per più episodi e più stagioni… Penso che la nostra fortuna sia stata questa, andare d’accordo anche fuori dal set e dall’orario di lavoro. Forse è anche questo che ha fatto venire bene la serie.

LE QUALITÀ CHE CERCANO NEI COLLABORATORI.

REITMAN. La cosa più importante, per me, è che ognuno conosca le sue capacità e possibilità. Adesso per esempio sto scrivendo una sceneggiatura con un’altra persona ed è assolutamente evidente che la sua capacità di scrivere l’azione è molto maggiore della mia, così come io sono più bravo a scrivere i dialoghi. Ognuno deve fare quello che gli riesce meglio.

LEHMANN. È molto importante capire cosa si sta facendo. Succede spesso di perdere un sacco di tempo e di energie per cercare un attore famoso, con un nome di richiamo, che aiuti a vendere lo show… poi però, magari, quell’attore non funziona perché non capisce quello che legge. La nostra serie è molto particolare, noi ci impegniamo su ogni singola parola che scriviamo… quindi credo che la cosa più importante, quello che rende la nostra serie così speciale, sia che gli attori leggono quelle parole, le capiscono, ne colgono ogni sottotesto, e poi le recitano in un modo sorprendente, che nessuno di noi avrebbe saputo immaginare. Non c’è niente di peggio che avere attori che non capiscono il testo, perché poi lo reciteranno malissimo e lo show non funzionerà.

LA REGIA NASCE DALLA SCRITTURA?

LEHMANN. Io penso che una buona serie, un buon film siano per esempio quelli che hanno scene che sono scritte ma senza neanche un dialogo. Nella nostra serie io avevo scritto scene fittissime di dialoghi tra i personaggi. Jason mi ha detto che serviva spazio per i movimenti di camera, per la musica… Okay, ho pensato, quindi devo cominciare a scrivere scene in cui i personaggi neanche parlano? Naturalmente non è andata così, però quello che voglio dire è che solo quando Jason ci ha dato questa indicazione abbiamo cominciato a scrivere scene che lasciassero spazio alla musica e a questi elementi visivi.

UNA PASSIONE COMUNE.

REITMAN. Entrambi amiamo Alexander Payne. Quella linea sulla quale riesce a camminare tra commedia e dramma… È davvero un filmmaker brillante… Lui parla di cose vere attraverso la commedia… c’è qualcosa nel suo approccio all’esperienza umana che arriva attraverso tutte le sue opere… A volte credo che sto semplicemente navigando nella sua scia.

LEHMANN. Le sceneggiature che scrive Payne sono bellissime… sono le cose che vuoi leggere quando sei uno scrittore… Lui è di grande ispirazione, sia come scrittore che come regista. Ad ogni modo, anche se in molte cose abbiamo gli stessi gusti, io e Jason tra di noi non parliamo molto di film, o di filmmaker… apprezziamo lo stesso humour, ma viene fuori così, mentre lavoriamo o scriviamo. È ovvio che ognuno di noi guarda film e serie, nel tempo libero, e magari abbiamo gli stessi gusti, ci piacciono gli stessi registi, lo stesso tipo di cinema… ma non è che ne parliamo.

REITMAN: parliamo molto più della nostra vita sentimentale, delle donne con cui usciamo… queste cose qui.

TORNANDO A CASUAL: SUI SITI DI DATING ON LINE.

LEHMANN. Abbiamo fatto qualche ricerca, sui siti di dating on line (Alex, uno dei protagonisti di Casual, è uno che ha inventato uno di questi siti e oltre ad usarlo in prima persona costringe la sorella a servirsene). Più che altro ne abbiamo letto, non ci siamo messi a sperimentarli direttamente. Ci sono moltissimi libri scritti negli ultimi due anni su questi modelli statistici o fisici di dating, amore, coppie… modelli che calcolano che cosa vogliamo veramente, chi è il nostro tipo ideale… Modelli che hanno trasformato questi siti di incontri in creatori di affari. Noi abbiamo usato questa cosa come una sorta di barometro per i nostri personaggi, perché questi siti in qualche modo ti dicono chi sei…

Puoi avere delle delusioni, perché nella realtà sei meglio di com’è il tuo profilo on line, oppure può funzionare. Alcuni dei nostri scrittori hanno avuto esperienze assurde…

A proposito di questo, noi abbiamo assunto alcuni dei nostri scrittori in base alle storie personali che ci hanno raccontato: nei colloqui abbiamo chiesto “com’è la tua vita sessuale”, “con chi esci?”, “come va con la tua famiglia?”… E chi ha dato le risposte più interessanti è entrato nella writing room, come sceneggiatore di puntata.

REITMAN. Funziona così, con gli scrittori… qualsiasi cosa viene condivisa, e tutto può diventare parte della storia.

DA DOVE NASCONO I PERSONAGGI E LE STORIE DI CASUAL.

LEHMANN. Il personaggio di Alex è una combinazione di Jason, Tommy (l’attore che lo interpreta) e me… Sua sorella Valerie, l’altra protagonista della serie, è basata in parte su mia sorella, ma non in modo serio, diciamo, per gli aspetti più superficiali… Quanto a Tara (l’attrice che interpreta Laura), io non conosco alcuna sedicenne, per cui immagino che sia un mix delle sedicenni con cui uscivo quando ero a scuola e qualcun altro… Comunque non ho preso di mira nessuna ex fidanzata, tra i personaggi, le ho tenute fuori, sono stato buono.

REITMAN. Uno dei motivi per cui inizialmente ho fatto lo scrittore è questo, poter far dire quello che penso ai personaggi e così quando dicono qualcosa di scorretto posso sempre dire che… no, è il mio personaggio, non sono io.

IL FUTURO DI  CASUAL.

LEHMANN. Abbiamo già un’idea di quello che sarà la seconda stagione. I produttori devono prima vedere qualcosa di questa seconda stagione per decidere se andare avanti ancora, con una terza. Non voglio fare spoiling, quello che posso dire è che, mentre la stagione 1 parla della sfida di trovare qualcuno con cui uscire, la seconda sarà sull’amicizia, sulla sfida di trovare degli amici quandi si è adulti… farsi degli amici dopo i venticinque anni è molto difficile, e io credo che non abbiamo mai visto in tv una persona di quarant’anni che cerca di farsi nuovi amici, cosa le succede veramente, le difficoltà reali che incontra.

REITMAN. La gioia creativa per me è nei primi due episodi. Amo l’idea di creare lo stile della serie, il tono, di scegliere le location e il modo in cui saranno inquadrate, gli attori e il modo in cui dovranno recitare, la musica… Una volta che tutto questo è deciso, il lavoro del regista diventa molto meno eccitante di quello dello scrittore. A quel punto la mia gioia creativa viene meno, però resta quella di collaborare con le persone. Accetterei di girare episodi diversi dal primo solo se ci fosse un motivo particolare, per esempio una location speciale, inusuale.

PRODURRE QUALCOSA SENZA ENTRARE NELL’ASPETTO CREATIVO: E’ POSSIBILE?

REITMAN. Io lo faccio, e sono molto fortunato. Lavoro insieme a una produttrice fantastica, l’anno scorso abbiamo prodotto insieme un film dal titolo Whiplash, e gli anni prima altri… qualche volta è bellissimo, ti senti che stai sostenendo dei grandi artisti… è molto diverso dal lavoro di scrittore e regista… ti senti più come un bodyguard.

LEHMANN. Mi piacerebbe farlo, soprattutto perché si possono guadagnare un sacco di soldi… però non so se sarei capace. Io voglio avere il controllo su un lavoro che faccio, lo sento come qualcosa di molto personale, non so se riuscirei a fare un passo indietro dalla parte creativa e lasciare le cose in mano ad altri. Non so neanche se mi interessa, avere il nome su un lavoro al quale non ho fatto neanche, per esempio, una nota di sceneggiatura… Magari in futuro le cose cambieranno, chissà.

REITMAN. … scrivere e dirigere è come portare a cena una ragazza e poi andarci a letto; dirigere solamente è come se qualcun altro portasse a cena la ragazza ma poi sei sempre tu che ci vai a letto; scrivere solamente è come se tu portassi a cena la ragazza e poi ci andasse a letto qualcun altro.

NELLA COMMEDIA TV USA SI STANNO FACENDO LARGO LE DONNE (VEDI TINA FEY): NE HAI SENTITO L’INFLUENZA?

REITMAN. Io sono stato molto fortunato, ho lavorato con una delle più brillanti e divertenti donne dello spettacolo, che è Diablo Cody, che ho conosciuto molto tempo fa, quando eravamo giovanissimi e infatti è come una sorella per me… Lei è una delle migliori scrittrici che conosco. Così come sono stato fortunatissimo a dirigere attrici brillanti come Ellen Page o Charlize Teheron… che è una delle persone più divertenti che conosco… Mi piace moltissimo raccontare storie di donne… e poi, da un punto di vista egoistico: le storie di donne non sono mai raccontate abbastanza, quindi se vuoi raccontare qualcosa di originale, racconta una storia di donne.

COSA E’ NATO PRIMA: I TRE PERSONAGGI O LA CORNICE DEL SITO DI DATING?

LEHMANN. Il sito di dating è venuto sicuramente dopo. Il cuore della storia sono questi tre personaggi che vivono sotto lo stesso tetto. Il sito di dating funzionava per caratterizzare Alex, come uno che lo ha creato, e per dare un po’ di plot, un po’ di trama… ma la serie funzionerebbe anche senza. Il punto sono come si relazionano tra loro questo tre personaggi, e come si relazionano fuori, e il sito di dating dava un po’ di opportunità.

QUALI SERIE TI PIACCIONO?

REITMAN. È solo negli ultimi tre o quattro anni che ho cominciato a guardare molta tv… Fargo mi è piaciuta moltissimo. Breaking bad… Better call Saul…True detective, ma solo la stagione 1! Beast of no nation non è una serie ma è un film pazzesco…  Cary Fukunaga (il regista di Beast…) è straordinario, guarderei qualsiasi cosa diretta da lui, anche se girasse l’elenco telefonico.

LA LIBERTA’ AL CINEMA E IN TV.

REITMAN. C’è una grande pressione sul cinema oggi, sia che stai facendo un film epico da duecento milioni di dollari, sia che stai facendo un film piccolo… Il pubblico va a vedere sempre meno un certo tipo di film, quelli per esempio che a me piacciono, quindi gli studios per conseguenza hanno smesso di produrli. Quindi, in un certo senso, la televisione fa cose più coraggiose per cui molti grandi registi di cinema stanno migrando alla televisione per poter raccontare delle storie. Ma questo non è facile, per me. Il motivo per cui sono diventato filmmaker è realizzare queste storie di circa 90’ che tu guardi insieme a un gruppo di persone, storie che ti risucchiano completamente in un altro mondo e poi finiscono, e tu devi uscire dalla sala e tornare nel mondo reale quando con la testa sei ancora dentro quello che hai visto… Ecco, questa è un’esperienza che la televisione non ti dà. La tv è un’esperienza solitaria, è una cosa che fai a casa, guardi un solo episodio, o un blocco… è un altro tipo di esperienza. è interessante, ma non è la stessa cosa. Ha meno a che fare con me. Il motivo per cui ho voluto fare il regista è quel momento finale di, per esempio, Up in the air… Ecco, al cinema tutto è costruito per arrivare a quel momento, al finale… La televisione non funziona così. La televisione è una serie, di momenti. Non uno solo. Per cui sto re-imparando, ecco.

IL PROBLEMA DEL PUBBLICO PRONTO A CERTE TEMATICHE.

REITMAN. Come ho già detto, siamo in un momento di grandi cambiamenti, a causa di Internet che dà accesso a tutto. Le persone stanno ridefinendo i loro gusti, quello che a loro piace. Quella di oggi è la prima generazione cresciuta con la telecamera dentro il proprio cellulare e con programmi di montaggio sul proprio laptop, e questo vuol dire che imparano a fare film come prima imparavamo a suonare la chitarra: semplicemente facendoli. In qualche modo è una generazione di potenziali film maker che potranno fare i film che vogliono e trovare il loro pubblico on line. A proposito di questo… proprio venendo qui stavamo facendo una chiacchierata sulla moltitudine di donne divertenti che ci sono su Twitter: negli States Twitter è stata ed è una grande opportunità per moltissime donne di essere se stesse, di esprimere il loro personale senso dell’umorismo e di trovare estesissime fasce di pubblico per le loro commedie… e sta succedendo lo stesso al cinema, si fanno strada. È sempre lo stesso, nella storia dell’arte: se aspetti il permesso di qualcuno, per fare le cose, non lo otterrai mai.

LEHMANN. Si fa tanta tv, oggi. Tu puoi fare qualcosa di… sicuro, e le persone si sentiranno rassicurate, ed è okay. Ma ci sono centinaia di show, e allora è difficile emergere. Nella nostra serie ci sono dei temi rischiosi, che non aprono le braccia al pubblico, non lo fanno sentire a suo agio… Lo abbiamo pensato, che alcune persone avrebbero odiato la serie… Però ci siamo detti: okay, va bene. Tu vuoi essere amato o odiato, ma non stare nel mezzo. È una buona cosa suscitare una reazione molto negativa, col tuo lavoro, perché vuol dire che hai colto un’opportunità di far sentire qualcuno a disagio, di farlo pensare a certe cose a cui non pensa, hai fatto provare delle emozioni che non volevano provare… ed è lo stesso quando fai provare emozioni che le persone amano provare… significa che le hai toccate, che sei arrivato. Per me il rischio che qualcuno odi il mio lavoro è completamente bilanciato dal fatto che qualcuno lo amerà, perché significa che è stata colta un’occasione.

CHE COS’E’ L’ORIGINALITA’.

È molto strano rispondere a una domanda sull’originalità fatta da un italiano, perché noi abbiamo rubato così tanto, in fatto di orginalità, al cinema italiano negli anni e nelle generazioni

LEHMANN. C’è una cosa che va detta… Se tu ti assumi un rischio solo per essere rischioso, se vai sopra le righe solo per andare sopra le righe… non credo che il tuo lavoro avrà successo. Io credo che la cosa difficile della nostra serie, e quella che però è riuscita, è quello che diceva Jason, di essere vera, reale. Il mondo a volte non è confortevole. Ci sono cose che avvengono la fuorì che alle persone non piaccono, le fanno sentire a disagio… il punto è riuscire a parlarne nel tuo show in modo vero, reale. Io ho capito per esempio che per vendere una storia al pubblico non è detto che ci debba essere l’happy ending. Molte persone, è vero, vanno al cinema o guardano la tv per scappare dai loro problemi… ma alla fine della giornata la tv o i film li guardi per emozionarti, per sentire qualcosa. La tristezza fa parte della vita reale tanto quanto la felicità, bisogna capire che i temi difficili sono temi reali.

UNA DOMANDA UN PO’… CATHOLIC-ORIENTED: LA FAMIGLIA SEMBRA DISFUNZIONALE PERO’ IN REALTA’ SONO DUE FRATELLI CHE SI VOGLIONO BENE… LO SGUARDO SU DI LORO E’ DI PIETAS? (TRAD.: SIETE BUONI O CATTIVI?)

LEHMANN. C’è un tono di compassione, verso i personaggi, e di amore. Ovviamente i due fratelli si vogliono bene, si amano… Il mio punto era questo: il mondo può sembrarti un posto poco confortevole, però c’è qualcuno da cui andare – per Valery è Alex, per Alex è Valery – per goderti le piccole cose della vita… La serie è costruita su questi momenti tra loro… Però allo stesso tempo, come nella vita reale, ci sono momento di disaffezione così come ci sono quelli di gioia e sarebbe stato falso raccontare solo gli uni o gli altri… Spero che si vedano entrambe le cose perché è quello che volevo per far sembrare la storia reale.

COME FUNZIONA IL LAVORO DEGLI SCRITTORI.

LEHMANN. La prima cosa che pensiamo è quali sono i “beats” della storia. Nella nostra serie ci sono più o meno 18 beats, 18 momenti tra i nostri personaggi che di solito riempiono le 30 pagine. Così ci immaginiamo questi 18 momenti e li buttiamo giù, li mettiamo in ordine per vedere che forma prende l’episodio… E poi cominciamo a scrivere. I dialoghi, e le piccole cose che riguardano i persponaggi vengono durante la scrittura. Personalmente io sono il tipo che scrive in manierea consequenziale: scena 1, scena 2, scena 3… Non salto, non aggiro… Poi la qualità della scrittura dipende anche da che giornata è… è capitato una volta che Jason abbia letto alcuni episodi e abbia detto: okay, potete fare meglio di così. Eravamo a una settimana dalle riprese, è stato terribile, alla fine certe scene le ho riscritte sul divano, di notte, nella mia stanza…e poi sono venute bene.

ARTISTA SOLITARIO O PARTE DI UNA COMUNITA’ E DI UNA GENERAZIONE DI COMMEDIOGRAFI CHE SI DISTANZIA DA QUELLA PRECEDENTE (IN CUI PERALTRO CI SONO I PADRI DI ENTRAMBI E WES ANDERSON)?

REITMAN. Mi piace pensarmi come un regista americano indipendente, che cerca di lavorare fuori dallo studio system. Mi piace raccontare storie di personaggi più di ogni altra cosa.

IL FORMATO: CASUAL, CON IL SUO TIPO DI STORIE, IL SUO TONO DRAMEDY…, REGGEREBBE UN FORMATO DIVERSO DAI 30’?

LEHMANN. Non saprei… forse. 50’ sono tanti per raccontare una storia che non è necessariamente plot-driven… però chi può dirlo. In 50’ ci dovrebbe essere più storia, più battute… La mia sensazione è che 30’ sia un formato ideale per vivere nel mondo di questi personaggi; se fosse più lungo, io vedrei la serie, Jason la vedrebbe… non so se il pubblico lo farebbe.

REITMAN. Che momento sarà quello in cui questa cosa del formato non significherà più niente… E con Internet sta succedendo… Noi abbiamo fatto una serie di dieci episodi da 30’… ma anche un film da quatto ore e mezza, dipende dal mondo in cui il pubblico guarda e fa binge-watching… Le persone guardano dieci ore di House of card, dieci ore di Game of Thrones stando seduti… I film o le serie stanno diventando un po’ come la letteratura, con libri di cento pagine, o di duecento o di migliaia e così via… quello che vogliamo. Questo suona come una conquista di libertà. Ogni volta che abbattiamo un muro, una barriera, conquistiamo l’accesso a qualcos’altro.

LEHMANN. …il sogno sarebbe poter fare una settimana di episodi da 10’, quella dopo con episodi da 50’…

REITMAN:… e continuare a essere pagati, per giunta!

Il report è a cura di Fabrizia Midulla

Roma Fiction Fest – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla 9. edizione (11-15 novembre 2015).

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