Piccoli segreti, grandi bugie

Fabrizia Midulla ha scritto la sceneggiatura e firma anche il soggetto di Piccoli segreti, grandi bugie, il primo dei tv movie della collezione Purché finisca bene della Pepito Produzioni che torna sugli schermi di RAI UNO dopo il successo della prima edizione del 2014.

Ciao, Fabrizia, cominciamo sempre con un pitch le nostre interviste: quattro righe per farci sapere cosa racconta Piccoli segreti, grandi bugie.

Isa è una giornalista di viaggi, Luca è un ex avvocato d’affari che ha cambiato vita e ha messo su un albergo diffuso. Si incontrano in aeroporto, si piacciono e fanno l’amore senza sapere molto l’una dell’altro… Peccato che Isa sia quella che ha messo nei guai l’attività di Luca con una pessima recensione, e che Luca… Bè, anche lui nasconde un segreto. Una storia d’amore che parte con le premesse sbagliate, insomma.

Il tuo film è inserito in una collezione di tvmovie che si chiama Purché finisca bene. Ci fai un pitch anche della serie?

Come si intuisce dal titolo, si tratta di commedie. Commedie brillanti girate con attori più o meno consolidati ma comunque molto amati dal pubblico.

Al centro delle storie, temi attuali e anche importanti ma trattati con leggerezza: la solitudine a quarant’anni, quando non è frutto di una scelta ma è vissuta con malinconia; la disoccupazione o lo sfratto a cinquanta; quanto è diventato complicato oggi fare figli, che si sia troppo giovani o troppo vecchi…

Dunque, commedia. Si sa che è molto più difficile far ridere che far piangere. Che cosa ti ha fatto ridere del film francese che hai adattato per Piccoli segreti, grandi bugie, quali erano i suoi punti di forza?

È una commedia sentimentale, ma anche una commedia degli equivoci, che gira attorno al nascondere la propria identità. Tutte le situazioni legate a questo nascondersi le ho trovate divertenti, che fossero azioni o dialoghi con significati doppi, allusivi. Non voglio scomodare le divinità però sentire anche solo vagamente aria di Billy Wilder a me mette subito allegria.

Quali sono invece i cambiamenti che hai dovuto apportare?

Il più significativo ha riguardato l’ambientazione dell’attività di Luca, il protagonista maschile. Nel film francese si trattava di un resort “X” in Marocco, una struttura piuttosto anonima. Io ho cercato di scegliere un’ambientazione che raccontasse una storia: un pezzo di territorio meno visto e più problematico (l’Abruzzo, che oltre al terremoto ha conosciuto anche l’abbandono, l’emigrazione, il fenomeno dei borghi-fantasma), un tipo di attività meno conosciuta (l’albergo diffuso), una categoria di imprenditori illuminati che esistono veramente e investono i loro soldi non solo nel profitto ma anche nel recupero del patrimonio storico e artistico, anche minore, del nostro paese. Altra modifica significativa è stato l’inserimento di personaggi secondari e sottotrame: i protagonisti del film francese erano un po’ delle monadi, a parte i confident necessari alla trama non avevano un mondo attorno. Io ho cercato di costruirglielo.

Paradossalmente la commedia è lo strumento migliore per affrontare temi talvolta ostici. Qual è il tema di Piccoli segreti, grandi bugie?

Come accennavo già prima, il tema ruota attorno al concetto di nascondersi, in particolare nelle relazioni sentimentali. Luca e Isa lo fanno prima involontariamente e poi con consapevolezza. Quando la verità emerge, per due volte, rompe tutto. Quindi la prima domanda tematica è: fino a che punto siamo disposti a mentire, a mostrarci per quello che non siamo, pur di conquistare l’amore? E la seconda è: una volta che la verità, nostra e dell’altro, esce fuori, quanto siamo disposti ad accettarla? Se fossimo stati in un dramma, niente si sarebbe ricomposto, invece siamo in una commedia e alla rottura, per due volte, segue la riconciliazione perché, evidentemente… nessuno è perfetto. Tanto per restare sulla citazione di prima.

La commedia migliore si avventura anche in territori sconosciuti: se Zalone ci ha portato in una piccola comunità italiana in mezzo ai ghiacci del Nord, con Piccoli segreti, grandi bugie dove andiamo?

A Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo. Un borgo che stava morendo e invece è rinato proprio grazie all’albergo diffuso dove abbiamo girato anche noi. L’albergo che raccontiamo, infatti, esiste davvero, e per la storia di Luca mi sono ispirata – liberamente, è chiaro – a una storia reale, di un imprenditore molto singolare. Ne venni a conoscenza tempo fa tramite la trasmissione Report e quella rubrica di storie positive che facevano alla fine della trasmissione, C’è chi dice no mi pare si chiamasse, una sorta di pillole di ottimismo dopo le catastrofi che ti raccontano per un’ora e mezza. Insomma, ne venni a conoscenza allora e quando ho avuto questa storia tra le mani mi è tornata in mente. Mi sono messa a studiare, e ho scoperto cose bellissime: per esempio che intorno al Millecinquecento, sotto la guida di Francesco de’ Medici, Santo Stefano visse il suo periodo di massimo splendore, intorno al commercio della lana “carfagna”, una lana nera di tipo grezzo richiesta in tutta Europa. L’imprenditore di cui ti parlavo ha finanziato delle ricerche etnografiche per recuperare la tecnica di tessitura di questa lana, ha ristrutturato antichi telai e ha istituito corsi di formazione per insegnare ad usarli. Il risultato è che oggi i manufatti di lana carfagna (per esempio le preziose coperte) vengono prodotte di nuovo, e oltre a essere vendute al pubblico sono utilizzate nell’albergo diffuso. Ovviamente contribuiscono a far lievitare la qualità e dunque il costo delle stanze, e la cosa può sembrare immotivata a una persona che non comprende il valore dell’intera operazione ed è disposta a pagare 500 euro a notte solo se ha, dico per dire, il bidet d’oro massiccio. È proprio un’incomprensione del genere che dà inizio al nostro film.

Con le questioni d’amore, per di più in commedia, la banalità è sempre alle porte: come sei riuscita a tenerla a bada?

Eh, mi sa che prima di tutto bisognerebbe vedere se ci sono riuscita, e forse non spetta a me dirlo.

In generale comunque, si sa, non è cosa racconti ma come lo racconti, che fa la differenza. Io cerco di raccontare la storia in modo che interessi e diverta me per prima.

Passiamo alle questioni tecniche: come si è sviluppato il processo di scrittura di Piccoli segreti, grandi bugie?

È stato molto veloce, direi. La Pepito – nello specifico Maria Grazia Saccà – mi ha chiamato per raccontarmi di questo film francese che volevano adattare e mi ha dato una copia da vedere; io l’ho vista e sono tornata con una proposta di adattamento. Ne abbiamo parlato a voce (insieme a Maria Grazia sul progetto lavoravano Giuseppe Saccà ed Elisabetta Trautteur), a loro è piaciuta e siamo partiti con la scrittura. Il primo documento è stato un soggetto sui generis, nel senso che era in realtà una scaletta preceduta da una premessa sulla nuova ambientazione che sarebbe stata al centro dell’equivoco, da schede dei personaggi riadattati e da schede dei personaggi nuovi.

Hai seguito la realizzazione sul set?

No. Ho partecipato al primissimo sopralluogo, quando siamo stati in Abruzzo con la produzione e il regista Fabrizio Costa. Costa doveva capire se l’ambientazione gli funzionava, io intanto prendevo visione dei luoghi per poter scrivere con maggiore precisione, in caso fosse andata in porto.

Ci sono stati dei cambiamenti importanti nel passaggio dal copione alle riprese? Il risultato finale è fedele al tuo testo?

I cambiamenti principali sono avvenuti prima di entrare in riprese, direi. E poi qualcosa in montaggio… per esempio abbiamo riscritto la voice over iniziale ma appunto, l’ho riscritta io perché Elisabetta (Trautteur, sempre, la produttrice delegata) mi ha sempre coinvolta in queste modifiche. Il risultato finale è piuttosto fedele al mio testo ma ovviamente gli attori e il regista ci hanno messo del loro, è normale.

Hai saputo in anticipo quali attori sarebbero stati gli interpreti? Hai scritto pensando a loro, hai adattato in una fase successiva?

Ormai sono passati due anni però mi pare di no… Ricordo che inizialmente si pensava ad attrici un po’ più grandi di età della Francini, quindi io ho scritto senza avere lei in mente. Tanto che, ora che ci penso mi ricordo, inizialmente Isa si chiamava Mara e veniva dalla Puglia. Poi abbiamo riadattato tutto su Chiara Francini e sulla sua provenienza toscana. Il vero nome di Isa è Giseide, infatti, e sua sorella si chiama Malvina: sono nomi particolari ma li ho scelti perché sono usati in Maremma.

Che ne pensi della scrittura della commedia? Può scriverla chiunque o scrittori di commedia si nasce?

Francamente non lo so. In linea di massima, io considero il nostro lavoro di sceneggiatori artigianato, più che arte. Credo nel talento, è ovvio, ma credo molto anche nello studio e nella pratica. Bisogna studiarle, e farle, le cose, per imparare. Quindi penso che si possa imparare anche a fare commedia, sì. Però credo anche che per farla bene, per scriverla con felicità, una qualche attitudine alla sdrammatizzazione e all’ironia bisogna averla innata. Il che non vuol dire che bisogna essere degli allegroni di natura. La leggerezza è una scelta di testa.

Pochi giorni fa, durante l’ultimo Roma Fiction Fest alcuni sceneggiatori hanno espresso il proprio disagio rispetto alle piccole regole in cui finiscono per incarnarsi le linee editoriali della tv generalista e che vengono percepite come un limite alla creatività degli autori. E’ anche vero che – per dirla con Calvino – non c’è niente di meglio di un muro di cemento per scatenare l’immaginazione… Ti chiediamo quindi due perle della tua esperienza: un consiglio o una richiesta che ti hanno aiutato e un’altra che ti ha invece costretto a cambiare direzione.

Sono totalmente d’accordo con Calvino (che tra l’altro, a proposito di leggerezza…). Adesso sul momento le singole perle non le ricordo, però quando lavori nella serialità i paletti sono infiniti, a cominciare da quelli produttivi. Hai voglia, allora, a scatenare l’immaginazione…

Non è la prima volta che firmi prodotti per la prima serata di RAI UNO, ma è la prima volta che firmi da sola la sceneggiatura. Come sai WGI è molto interessata a individuare i percorsi dell’accesso professionale: ci racconti il tuo?

Alla televisione ho avuto accesso grazie ai miei studi e al mio percorso universitario. Dopo la laurea ho coordinato un Master che mi ha consentito di conoscere diversi professionisti che venivano chiamati come docenti. Uno di questi, un regista di Rai 3, mi ha chiamato a collaborare con lui per un programma: io volevo scrivere, lui disse che il lavoro che mi proponeva era una “scrittura sul campo”. Era in parte vero, quell’esperienza e le altre che sono seguite mi hanno insegnato a masticare il linguaggio della tv e ad accumulare esperienze di vita che sarebbero entrate nelle mie storie. Intanto continuavo ad avere il prurito della scrittura: scrivevo format di programmi che nessuno si filava, e frequentavo corsi di sceneggiatura. Poi ci sono stati tre incontri importanti: con te (il Mentore), che mi hai voluto mettere alla prova su un soggetto di serie per Canale 5 (ovviamente una commedia); con Luigi Mariniello, un ex studente del Master divenuto editor Rai che mi ha messo in contatto con Paolo Terracciano, che all’epoca stava cercando soggettisti per l’adattamento di Ugly Betty; con Paolo, appunto, e tutta la squadra di Un posto al sole, coi quali ho cominciato a lavorare dopo aver fatto dei test evidentemente riusciti. Ricordo che Enzo Tarquini, quando mi chiamarono per andare a fare una sostituzione, mi disse: vai, è una grande palestra. Aveva ragione: Un posto al sole è una grande palestra, di scrittura e di vita. Sono una squadra meravigliosa, anche umanamente. Da lì poi ho proseguito “su chiamata”, come funziona spesso in questo lavoro: se piace come lavori su un progetto, succede che poi qualcuno ti chiama per un’altra cosa… almeno, a me così è capitato.

WGI nel 2016 ha ideato un sistema di pitch one to one e non selettivi che prima ha sperimentato durante il Nordic Film Fest e poi ha attuato con la collaborazione dell’AGPCI, raccogliendo grande interesse da parte degli scrittori. Sosteniamo poi da anni gli sceneggiatori con le nostre interviste, di cui spesso sei la prima a farti carico. Che altro potremmo fare per allargare e vivacizzare il mercato?

…delle feste? No, scherzo…

Non so cos’altro potremmo fare, so che ci vorrebbe che tutti partecipassero e si attivassero un po’ di più. C’è sempre l’idea che WGI debba fare le cose per noi, ma noi, tutti, uno per uno, siamo WGI… toccherebbe rendersene conto. Basta, m’è partita la predica e sono la prima che se la merita. Mi taccio.

Progetti futuri? Continuerai con la commedia?

La commedia è il primo amore e non si scorda mai, però il discorso della gabbia vale anche per noi scrittori: non è che se sai fare o hai fatto la commedia vuol dire che tu non debba, o non possa, o non voglia fare altro… Per dire, secondo me, uno dei film migliori di Woody Allen degli ultimi quindici anni è Match Point. Che tutto è fuorché una commedia.

Grazie e in bocca al lupo

Grazie mille a te, Gio, e evviva sempre WGI!

L’intervista è a cura di Giovanna Koch

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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