In the box

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Germano Tarricone, socio WGI, ha scritto soggetto e sceneggiatura di In the box, lungometraggio diretto da Giacomo Lesina e prodotto da Massimo Spano per Michelangelo Film, Produzione Straordinaria, Una Vita Tranquilla, Mind & Art. In the box è stato presentato al Cormayeur Noir in Festival 2014 ed è uscito nelle sale il 23 aprile 2015.

Ciao, Germano, In the box, il film che hai ideato e scritto è nelle sale. Descrivilo come un pitch, promuovilo. Perché dovremmo andare a vederlo?

Una giovane donna si risveglia all’interno di un’auto. Mani e piedi legati. Un tubo sparge gas nell’abitacolo. Riesce a liberarsi e a uscire dall’auto, ma si ritrova dentro un box. Senza via d’uscita. E il gas non può essere fermato. Ha solo un cellulare per comunicare con il mondo l’esterno e ottanta minuti per cercare di uscire prima di morire asfissiata.

In the box è un film teso, claustrofobico, che si svolge in tempo reale. Se ti piace andare al cinema e provare qualche brivido lungo la schiena allora è il film che fa per te. E poi non vuoi sapere se la protagonista riuscirà a uscire viva dal garage?

Un pitch anche di te: qual è la tua storia professionale?

Pur scrivendo da sempre, ho iniziato a lavorare nel cinema come assistente alla regia, poi come aiuto regista. Dopo una decina di anni ho deciso di dedicarmi completamente alla scrittura. Finora ho scritto per il cinema, soprattutto film indipendenti.

Quando hai avuto l’idea di In the box?

Cercavo l’idea per un film che potesse essere girato con pochi attori, in un unico ambiente. E parcheggiando l’auto nel garage ho cominciato a pensare a cosa sarebbe successo se fossi rimasto chiuso lì dentro, isolato dal mondo.

Come è andato avanti il processo di scrittura? Hai avuto dei modelli?

Inizialmente il protagonista doveva essere un uomo, ma lavorando al soggetto ho capito che un personaggio femminile avrebbe ampliato la gamma delle risposte emotive. Caratterizzare profondamente il personaggio è stato il secondo passo. Lei doveva apparire, inizialmente, una donna comune, ma in realtà nasconde un passato pesante. E a quel punto, il motivo per cui si trovava imprigionata lì dentro, in pericolo di vita, è emerso da solo.

Sono un amante dei film di genere. Di sicuro film come Buried e Saw mi sono stati utili per capire come strutturare la trama, ma anche per provare a trovare una via differente.

Firmi da solo soggetto e sceneggiatura. Com’è stato il rapporto col regista? Ha accettato il tuo punto di vista, ti ha chiesto delle modifiche…

Il rapporto con Giacomo è stato ottimo. Siamo amici da molto tempo. Quando lui faceva l’aiuto regista è stato il primo a darmi la possibilità di lavorare come assistente alla regia. E così appena ho potuto ho ricambiato il favore. Giacomo ha solo cercato di comprendere pienamente le motivazione del “cattivo”, e poi è stato fedele alla sceneggiatura. Qualche cosa è stata tagliata in montaggio per motivi di ritmo. In un film del genere la tensione è un elemento fondamentale, se cala hai mancato il bersaglio.

Un produttore, Massimo Spano, che è anche un regista: che rapporto hai avuto con lui?

Massimo ha apprezzato subito la sceneggiatura e ne ha capito le potenzialità. In tre mesi ha racimolato il budget e sono partite le riprese.

Lui ha suggerito qualche modifica, ma sono stato libero di scegliere se accettarle o meno. E quando un suggerimento è buono sono il primo ad accettarlo.

Low budget (150 mila euro). high concept. La scrittura nei prodotti a basso costo è preponderante e deve fondare il suo appeal su temi importanti: In the box racconta una prigionia… Siamo tutti prigionieri di qualcosa?

Sì, un film come In the box deve avere un’idea forte alla base. Non può contare su un cast stellare, né su effetti speciali o location sfavillati. Ed essendo un thriller deve riuscire a toccare delle corde nascoste nello spettatore, deve far leva su paure ataviche, come quella di rimanere isolati o di essere privati della nostra libertà personale. Il garage diventa metafora dell’impossibilità di liberarci dalle nostre paure profonde.

Le macchine che avvelenano… C’è un monito ambientale? Abbiamo creato noi la nostra morte?

L’inquinamento è un problema serio, ma non ce ne rendiamo conto perché è trasparente e non possiamo vederlo. È una morte silenziosa, ma se stai in un garage anche solo per pochi minuti cominci a sentirlo in gola, negli occhi. Stai male. Il nostro pianeta è un sistema chiuso, come un garage, non puoi riempirlo di gas senza lasciarci le penne.

La malattia e la morte… Abbiamo dentro un desiderio di Rupe Tarpea, di insopportabilità del difetto?

Questo dovresti chiederlo al “cattivo” della storia. Non voglio svelare nulla delle motivazioni per cui agisce. Però la malattia diventa la giustificazione per il suo operato.

L’infanzia… E’ il futuro del mondo che senti in discussione?

I bambini spesso sono vittime di noi adulti. Non parlo di abusi o violenze fisiche, ma di scelte che facciamo senza tenere in considerazione le loro esigenze. Ci facciamo assorbire dal lavoro e ci dimentichiamo di loro. Tutti e due i personaggi del film hanno delle colpe verso i loro figli. Ma solo la protagonista ne è consapevole.

Una vittima e un persecutore… Una macchina narrativa sperimentata. Quali sono le tue note personali, come l’hai articolata?

Una contrapposizione forte è necessaria in un thriller. Più il “cattivo” è intelligente, più la vittima è chiamata a trovare risorse ovunque. Ho spinto molto su questo tasto per costruire la trama. D’altronde le opzioni che hai quando ti ritrovi in scena un unico personaggio, per di più chiuso in un ambiente, non sono illimitate. La protagonista del film deve trasformarsi in una vittima “attiva”, capace d’ingegnarsi per trovare la maniera per sopravvivere. Ma il “cattivo” è sempre un passo avanti, perché lui conosce perfettamente la sua vittima. È lui a condurre il gioco, a portarla di fronte a un dilemma: uccidere per salvarsi.

In the box, è distribuito dall’Istituto Luce Cinecittà. Lo sai, cosa si dice… Se lo distribuisce il Luce, cioè lo Stato, il Ministero, vuol dire che è un film che spaventa i distributori, un film così detto “difficile”. Che ne pensi di questo aggettivo, “difficile”?

I film italiani di genere non hanno molta fortuna nelle sale. A parte la commedia, che però non gode più i successi di pochi anni fa, nessun genere attrae spettatori al cinema. Ormai si è sviluppata una certa diffidenza verso il prodotto italiano. Troppi film girati con brutte sceneggiature e pochi soldi.

I produttori non investono su questo genere di prodotti, che se invece fossero prodotti con budget più alti e con una maggiore attenzione verso la scrittura, potrebbero competere con quelli stranieri che invece incassano molto. Basta guardare i film spagnoli che non hanno nulla da invidiare a quelli hollywoodiani.

In the box è un thriller, un prodotto – l’abbiamo detto – tipicamente di genere. Ultimamente Riccardo Tozzi, presidente Anica, ha dichiarato che il genere è la via del mercato internazionale, che il genere è il linguaggio che può comunicare a diverse culture, essere diffuso in modo orizzontale. Sei d’accordo?

D’accordissimo. In the box è già stato prevenduto in più di venti paesi. Se giri in inglese ti si apre un mercato vastissimo. Ci sono parecchie realtà italiane indipendenti che girano film e li vendono all’estero. Molte di queste sono lontane da Roma. Ormai i produttori tradizionali cercano soldi al ministero o in tv. Quasi nessuno rischia più di tasca propria.

Gli horror vanno forte perché la paura non ha confini, ci accomuna tutti quanti. E il cinema italiano di genere vanta nomi illustri. Ahimè, nomi del passato.

Il prodotto a basso costo sembra diventare la panacea del cinema e della televisione. Che ne pensi come sceneggiatore? Come possiamo difendere i nostri compensi?

Il basso costo va bene per certi film, ma non può diventare una scusa del produttore per lucrare sul lavoro degli altri. Se può essere in qualche modo accettabile per il cinema indipendente, mi sembra inammissibile per le fiction televisive, dove il produttore non rischia nulla.

Se non sei uno sceneggiatore di un certo peso non è facile strappare compensi importanti. Però si può cercare di ottenere quote sugli utili per compensare il divario. E se poi credi nella tua sceneggiatura e capisci che il produttore la vuole fare a tutti i costi, non cederla per un tozzo di pane.

Un consiglio per la WGI: sta facendo bene o vorresti che facesse qualcosa di diverso per gli scrittori?

La nascita della WGI è una bella iniziativa. Ci fa sentire parte di una categoria a cui non viene riconosciuto il peso fondamentale che ha nella creazione di un prodotto audiovisivo. Spero che nel tempo la sua azione diventi sempre più incisiva.

Quello che manca è il confronto sulle idee. Idee creative. Da questo punto di vista ognuno va per la sua strada. Invece si potrebbero unire le forze, e l’ispirazione, per creare ad esempio delle serie tv targate WGI. Serie capaci di far concorrenza a quelle americane. Credo che ne saremmo capaci.

L’intervista è a cura di Giovanna Koch

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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