Francesco

Lunedì 8 e martedì 9 dicembre 2014, su RAI UNO, è andato in onda Francesco, un nuovo film tv in due puntate sul santo d’Assisi. 

Mario Falcone e Gianmario Pagano, soci WGI, sono soggettisti e sceneggiatori della miniserie.

Mario e Gianmario, poiché le vostre biografie professionali sono dense, vi chiediamo un pitch sul vostro percorso attraverso le miniserie.

In realtà la nostra esperienza, tanto quella individuale quanto quella condivisa, va ben al di là delle sole miniserie. Abbiamo tutti e due lavorato anche all’ideazione e alla realizzazione di progetti seriali (p. es., per quanto riguarda Gianmario, le Storie della Bibbia, grande coproduzione internazionale per la Rai, e, per quanto riguarda Mario, Carabinieri e Cuore, su Mediaset) oltre che per film tv e cinema.

Di quante e quali biografie vi siete occupati?

Gianmario: Diverse, tenendo conto solo di quelle che non sono rimaste solo sulla carta, ma sono poi diventate un film: Paolo VI, Karol Wojtyla, Maria Montessori, Francesco d’Assisi. Poi – non so se si possono considerare biopic vere e proprie – le vite di personaggi biblici come il profeta Geremia, Giuseppe di Nazareth, Paolo di Tarso, Simon Pietro, Maria Maddalena, gli apostoli Giuda e Tommaso… senza contare altri progetti di cui sono stato consulente o produttore.

Mario: Anche per me sono moltissime… Padre Pio, Ferrari, Mafalda di Savoia, De Gasperi, Einstein, Rino Gaetano, Anita Garibaldi e la più recente, appunto, Francesco d’Assisi.

Parliamo ora del film Francesco. Storia molto italiana quella del santo, ed eternamente raccontata: quindi difficile, diciamolo. Per Liliana Cavani è addirittura la sua terza volta. Come avete abbordato il soggetto?

Il soggetto è stato scritto e riscritto più volte, ed è frutto di un lungo e intenso lavoro di ricerca basato soprattutto sulle numerose pubblicazioni scientifiche, uscite in questi ultimi anni, sulla vita del santo e sulle origini del suo movimento. Liliana aveva già una notevole cultura in proposito e, naturalmente, voleva fare un film diverso dai suoi precedenti, perciò abbiamo dovuto faticare parecchio per aggiornarci e chiarirci bene le idee su ciò che fosse rimasto inedito o trascurato. Anche la sceneggiatura, del resto, ha conosciuto numerose versioni. Il povero di Assisi, l’uomo ricco che si spoglia volontariamente, esprimendo nella carne e nel sangue una radicale scelta di libertà per abbracciare solo ciò conta veramente e rivivere alla lettera l’avventura del messaggio di Cristo, è un personaggio affascinante e inesauribile, eternamente attuale. Non solo volevamo raccontare di lui quegli aspetti che finora erano stati meno approfonditi, ma anche individuare una chiave originale, una nuova angolazione che giustificasse il tentativo di esplorarne ancora una volta la figura.

Avete scelto di inserire, come narratori, personaggi terzi come Chiara e il suo maestro Elia. Perché la scelta di questo punto di vista? Cosa produce nel racconto? Che cosa volevate che emergesse?

Chiara ed Elia, due poli opposti e in qualche modo complementari dell’anima francescana, vengono proprio incontro all’esigenza di offrire una rilettura di Francesco che rifugga l’ovvietà e che, soprattutto, permetta di soffermarsi sull’importantissima questione della sua eredità spirituale. Francesco è diventato leggenda e la sua testimonianza è arrivata a noi anche perché durante la sua vita si è circondato di personaggi straordinari, in qualche modo alla sua altezza. Sottolineiamo la parola personaggi, perché abbiamo condiviso con Liliana l’orrore degli stereotipi e dei santini. Era nostro intento comune non fare un film convenzionale dai toni devoti su una figura che è molto più ricca, complessa e sfaccettata di quanto la storiografia ufficiale ci abbia tramandato, per molti aspetti ben al di sopra del mito accettato a livello popolare.

Ovviamente, scegliendo di percorrere questa strada sapevamo di correre dei rischi. Tuttavia, sia noi sia Liliana, abbiamo pensato più al pubblico che all’audience. Nel senso che ci siamo concentrati più sul valore di ciò che veniva offerto con il nostro racconto che sulle tecniche per catturare l’attenzione del telespettatore. Da questo punto di vista, anche grazie a una regista del calibro della Cavani, scrivere questo film è stato qualcosa di più simile a un’avventura artistica, alla faticosa realizzazione di un’opera che vuole sfidare il tempo, che alla produzione di due buone serate di fiction. Forse potremmo essere accusati di presunzione, ma abbiamo sentito il bisogno in qualche modo di “spogliarci” anche noi. Mettere da parte i tecnicismi del mestiere e costringerci a essere più essenziali, quasi minimalisti: è stato il nostro modo di onorare il Santo di Assisi, con il solo intento di restituire più l’autenticità umana della sua rivoluzione interiore che un ritratto rassicurante e patinato, anche a costo di essere discutibili o di sembrare meno bravi.

Per restare più sullo specifico, nonostante il meccanismo del flashback e del ritorno in cornice abbia, a detta di molti, ormai un sapore un po’ retrò, tuttavia è ancora un espediente efficace per contrarre il tempo e colorare una narrazione. In questo caso ci è stato utile per contrapporre due visioni opposte ma ugualmente importanti. Da un lato Chiara, determinata a conservare l’ispirazione e la purezza originaria del movimento; dall’altra, Elia, convinto che senza una visione pragmatica e organizzata della fraternitas, il genio di Francesco non sarebbe stato consegnato ai posteri. Insomma, carisma contro istituzione, ma considerati tutti e due ugualmente importanti, una specie di paradosso inevitabile. Elia, con la sua revisione della regola, in qualche modo riduce la navigazione di Francesco attraverso gli oceani impervi della santità a una specie di crociera organizzata per famiglie, rendendo più accessibile un’esperienza altrimenti riservata a una élite. D’altra parte, in fondo, anche grazie a persone come Chiara, capaci di accogliere con maggiore coraggio la radicalità del testamento di Francesco, il suo messaggio dirompente non perde forza, ma anzi l’acquista attraverso i secoli.

In proposito, ci teniamo a precisare una cosa: il digiuno di Chiara per mantenere il privilegio della povertà, il tratto distintivo non strettamente claustrale – in senso monacale – della vita e dell’attività caritativa delle prime sorelle, la connotazione generazionale dei primi grandi raduni della fraternità, il fatto che Francesco non volesse, strettamente parlando, fondare un Ordine e che intendesse la povertà come rifiuto del denaro ma anche come obbligo morale a guadagnarsi da vivere con il lavoro, il suo appello a rifiutare la battaglia durante la quinta Crociata, la proposta di pace ricevuta dal Sultano, in parole povere tutti i tratti dell’avventura francescana finora evidenziati solo dal nostro film, non sono nostre invenzioni arbitrarie o nostri ossequi alla moda del momento, ma sono fatti narrati in assoluta concordanza con la ricostruzione più aggiornate delle fonti storiche, al contrario di quanto sostenuto con superficialità da alcuni.

Quanta libertà avete avuto nello scrivere? Avete avuto dei paletti dalla committenza? Se sì, quali?

Non abbiamo sofferto alcun paletto, né abbiamo subito condizionamenti, anche perché abbiamo lavorato con una regista che gode di autorevolezza e di un lungo curriculum in Rai. Certo, questo non vuol dire che sia sempre filato tutto liscio… Ognuno ha sempre la sua visione su come debbano essere fatte le cose.

Il gruppo di sceneggiatori, oltre che da voi due, è formato anche da Monica Zapelli e dalla stessa regista. Com’è stato strutturato il lavoro?

Monica si è aggiunta solo nell’ultima fase, dopo che noi avevamo già lavorato quasi per due anni, facendo quasi tutte le settimane, almeno una volta alla settimana, lunghe sedute creative con Liliana, fino ad arrivare alle prime versioni della sceneggiatura. Monica, da ottima sceneggiatrice qual è, ha apportato un contributo estremamente prezioso alle ultime revisioni.

Le ultime miniserie della RAI hanno un po’ sofferto come ascolti: anche Francesco, pur vincendo le due serate, forse avrebbe potuto avere un’audience più vasta. Che ne pensate? E’ un caso?

Come abbiamo già detto, senza nessun disprezzo per l’audience, questa miniserie non è stata pensata in funzione degli ascolti, ma come un lavoro d’autore, con un briciolo di legittima ambizione culturale. Abbiamo pensato, stavolta, a qualcosa che potesse rimanere nel tempo e non essere dimenticato il giorno dopo. Non siamo sicuri di esserci riusciti ma, per quanto ci riguarda, siamo due professionisti che hanno registrato nella loro carriera ascolti in media molto superiori a quelli ottenuti nelle due serate in cui è stato trasmesso il film, pur essendo stato il programma più visto in Italia per giorni consecutivi. Del resto la crisi degli ascolti, come ormai è noto a tutti, non colpisce solamente le miniserie ma qualunque cosa venga trasmessa in televisione, ormai con poche eccezioni. La TV, e non siamo i soli a pensarlo, non è più la stessa di pochi anni fa. È cambiata di molto e in poco tempo, diventando una sfida per tutti gli autori che si cimentano nel suo campo di battaglia. Perciò, in questo contesto e con queste premesse, i numeri di Francesco ci soddisfano pienamente. Ma, per dirla tutta, ne saremmo orgogliosi anche se avessimo avuto il due per cento di share. Magari non contenti, ma orgogliosi.

Di quale personaggio storico vi piacerebbe scrivere la biografia televisiva? E perché?

Come a tutti coloro che scrivono storie per lo schermo, grande e piccolo, ci piace soprattutto raccontare grandi personaggi. Detto ad altri scrittori, lo sappiamo che suona come scoprire l’acqua calda. Ma intendiamo dire che, siano reali o inventati, siano biografie o fantasie, alla fine conta poco. L’importante è la verità che si manifesta in una storia capace di parlare al cuore del pubblico. Attualmente, a essere sinceri, ci sentiamo più attratti da temi che riguardano il presente, soprattutto l’Italia di oggi.

Nuovi progetti in cantiere?

Ne abbiamo qualcuno, primo tra tutti un film per il cinema che ha già ottenuto il sostegno del Mibact e, ci auguriamo, dovrebbe entrare presto in fase di preparazione. Poi, per quanto riguarda la TV, più che sulle miniserie, ci stiamo concentrando sull’ideazione e lo sviluppo di nuove serie. Stiamo anche proponendo idee per il Web. Ci piace esprimerci in modo diverso da quello cui siamo abituati e non abbiamo paura di cimentarci con mondi nuovi. Tra di noi, per prenderci in giro, diciamo che prima o poi scriveremo per i burattini del Gianicolo. Non è da escludere…

Un messaggio per i soci della WGI?

La Guild, a poco più di un anno dalla sua nascita, sta facendo un ottimo lavoro ed è già una realtà riconosciuta e rispettata. Troviamo preziosissime, in particolare, le linee guida per i contratti e ci auguriamo che, in questo e in altri campi, cresca sempre più la solidarietà tra i suoi membri. In qualità di soci fondatori, non possiamo che essere contenti e orgogliosi del lavoro che molti di noi, con generosità, hanno finora svolto in favore di tutti. L’unico messaggio che ci sentiamo di lanciare ai soci della Guild, soprattutto a quelli più giovani, è quello di continuare ad amare questo bellissimo lavoro nonostante le difficoltà appaiano a volte insormontabili, difficoltà che, soprattutto in questo momento, sembrano accanirsi su tutti, indipendentemente dal curriculum. È un mestiere che continuano a fare solo quelli che, nonostante tutto, non vi rinunciano.

Grazie mille ad entrambi e in bocca al lupo per i progetti futuri.

L’intervista è a cura di Mario Olivieri

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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