Co-production? People first!

Incontro sulla coproduzione al Nordic Film Fest

Sabato 5 maggio 2018 ore 10, Auditorium dell’Ambasciata di Finlandia: Incontro sul tema della coproduzione con i Paesi Nordici. 

La sala è gremita: da una parte alcuni ospiti presenti al Nordic Film Fest con i loro lungometraggi e tra i massimi rappresentanti dell’industria cinematografica dei paesi nordici, e dall’altra molti sceneggiatori italiani. L’argomento, a cura della Writers Guild Italia e in collaborazione con Anica, è lo storytelling della coproduzione, con l’obiettivo di immaginare un ponte produttivo e creativo tra il Nord e il Sud Europa.

La nostra Carla Casalini, coadiuvata da Selene Favuzzi, introduce gli ospiti e coordina il dibattito con: Erik Poppe, regista e produttore norvegese; il finlandese Visa Koiso-Kanttila, documentarista e neoregista di un lungometraggio; Ilkka Matila regista e produttore finlandese; Suzanne Osten, drammaturga e sceneggiatrice svedese; Jan Erik Holst, storico del cinema norvegese; il documentarista Marco Cruciani che è al lavoro su un progetto in co-produzione con l’Islanda.

Il dibattito è incentrato principalmente su come si imbastisce una coproduzione tra vari paesi, ormai precondizione necessaria per realizzare un film. È chiaro che tra i paesi scandinavi esiste un legame speciale che facilita la circolazione di storie e aumenta le possibilità co-produttive. O almeno così crediamo noi in Italia. Infatti, tutti gli ospiti hanno smentito tale legame culturale: Svezia, Norvegia, Finlandia sono paesi del tutto diversi, con proprie lingue, culture, storie.

Co-produrre un film tra Svezia e Finlandia non è molto più semplice che farlo tra Norvegia e Italia. Sembra incredibile, ma è così, ci assicurano. Tutto parte dalla storia, in tutti i sensi. Se una storia è buona, allora probabilmente è anche universale. E se è una storia ambientata nel passato (è storica), assume una prospettiva caratteristica che la rende appetibile per un mercato più vasto.

Ciò che rende possibile una coproduzione sono le persone. Il termine che ricorre nella conversazione è famiglia: si tende a creare una “famiglia” composta di partner nella coproduzione. Una famiglia che ha un solo intento, fare un buon film, e che negli anni sviluppa affinità e obiettivi comuni e soprattutto valori consolidati. Strani questi produttori nordici: interessati solo a buone storie e valori sociali.

Erik Poppe è il regista e produttore del film storico ambientato negli anni ’40 “King’s Choice” ed è laconico: i film devono essere coprodotti, ormai costano troppo. Poppe spiega come ormai da decenni si ritrovi a cercare fondi in giro per l’Europa tra Irlanda, Germania, penisola Scandinava, fondi regionali ed europei. Instancabile, produce 3 film l’anno, di cui a volte è anche regista, più un numero variabile di opere che co-produce in maniera minoritaria. Le sue storie spaziano oltre i confini e i generi, ma con un occhio di riguardo a tematiche sociali e politiche. Al momento è al lavoro su un film sulla strage dell’isola Utoya e su una serie ambientata nella Striscia di Gaza (un volontario scandinavo rapito, un carceriere palestinese, otto puntate, ogni puntata 24 ore). Poppe è un convinto assertore delle coproduzioni a lunga gittata, tanto da aver proposto un possibile film che racconti il legame che unisce, attraverso la pesca, Italia e Norvegia.
A chi gli ha chiesto come si regoli con le percentuali, i diritti territoriali etc. ha risposto che dipende dal rapporto economico tra i produttori (chi porta più soldi ha la voce più grossa) e da dove si gira la storia. Ma ribadisce sempre che se anche richiede delle modifiche al copione lo fa nel pieno rispetto dell’autore e per il bene della storia.

Si stupisce (e ci stupisce) quando insiste nel parlare delle coproduttori come famiglie che si formano: famiglie relazionali le ha chiamate.

Il finlandese Visa Koiso-Kanttila è un celebrato documentarista che ha realizzato il suo primo lungometraggio, “Starboys” che è ancora in cerca di una coproduzione internazionale. La storia è ambientata negli anni ’70 e narra della rivoluzione sessuale in Finlandia vista attraverso gli occhi di un ragazzino. Il regista e produttore ammette che è basata sulla sua esperienza e ci tiene a sottolineare l’importanza della propria esperienza nel creare e storie: più si racconta ciò che si sa, che si è vissuto, che si è sofferto o amato e più la storia sarà efficace. Visa è convinto dell’equazione storia personale=storia universale. Per sfatare il mito della sostanziale omogeneità dei paesi scandinavi cita un proverbio che più o meno recita: “Ci vogliono almeno due anni per iniziare a conoscere un finlandese”. Anche Visa parla della coproduzione come qualcosa di ormai imprescindibile e qualcuno tra il pubblico gli domanda come mai anche lui come opera prima abbia scelto una storia radicata nel passato: sembra quasi che i paesi nordici abbiano una predilezione per i period drama. Ma non è così, precisa il regista: è solo che, spiega, in Europa girano per le sale con più facilità prodotti nordeuropei storici, forse perché ritenuti più appetibili per il pubblico non finlandese.

È la volta di Ilkka Matila, il più assertivo degli ospiti. Al Nordic Film Fest presenta il film “Eternal Road”, dramma storico su un finlandese alle prese con l’utopia stalinista e le deportazioni russe negli anni ’30 del secolo scorso. Il film si è aggiudicato numerosi premi ed è una coproduzione svedese e lettone. Sono 30 anni che Matila produce e co-produce a volte componendo il budget grazie al contributo di 10 produttori contemporaneamente e provenienti da altrettante nazioni. In velata polemica, Matila afferma che i film che non trattano di supereroi, ormai sono concentrati su due generi: storico e commedia romantica. Tutti gli altri generi sono appannaggio delle serie tv. Matila, essendo un ibrido perfetto tra un regista e un produttore, dice che i film sono 50% arte e 50% business e consiglia di trovare il prima possibile i partner produttivi così da impostare insieme il film, modificare la storia, e sviluppare al meglio il progetto. Ogni volta che si trova in posizione minoritaria in una coproduzione cerca di assicurarsi che ci sia una distribuzione, che l’audience finlandese possa essere attratta dal prodotto, che ci sia un margine economico di qualche tipo, altrimenti non rischia affatto l’investimento.

Rispetto agli altri ospiti è più un businessman che non si preoccupa affatto del proliferare di narrazione nordeuropea crime e noir che ha invaso e continua a invadere tutto il mondo, sia in senso letterario che seriale. Matila riassume la questione così: “crime sells”, il genere crime vende. Insomma, sono affari, bellezza!

Arriva il momento della celebre drammaturga Suzanne Osten: gli altri ospiti, così come l’intera sala le tributa un doveroso omaggio. Molti dei cineasti nordeuropei presenti ammettono che senza l’ispirazione dei suoi lavori, non avrebbero mai intrapreso la carriera artistica. La Osten sostiene di avere sempre al centro dei suoi lavori le donne, ed è di donne che parla il suo primo film, nato quasi per caso da un suo apprezzatissimo lavoro teatrale: “The girl, the mother and the demons”. Confermando in qualche modo il credo di Kantilla, la Osten racconta nella sua opera una fatto autobiografico: il tabù che circonda la schizofrenia. Anche la madre della scrittrice era affetta da questo disturbo e il film si incentra sui figli ancora piccoli che devono prendersi cura di genitori malati. La schizofrenia è anche un simbolo per le malattie in senso esteso: tossicodipendenza, alcolismo, etc. La trovata della Osten sta nel trattare questa difficile tematica con un originale espediente: cambiando il genere narrativo. La schizofrenia della madre della protagonista si trasforma così in possessione spiritica e la storia a carattere sociale diventa una ghost story a tutti gli effetti. La Osten è una Artista con la A maiuscola e la sua ricerca della verità e la sua difesa dell’arte l’ha portata a sfidare l’intero sistema cinematografico svedese. In Svezia, infatti, “The girl the mother and the demons” è stato sottoposto a censura under 15 e ne è stata vietata la distribuzione nelle sale.

Non dandosi per vinta, la Osten ha cercato tutte le possibili distribuzioni alternative perché convinta dal sostegno dei pochi che avevano visto il film. Sfiancata dalla lotta stava quasi per mollare, quando ha ripensato a Dario Fo che anni prima le aveva trasmesso come un virus la sua determinazione. Dopo aver lottato persino in tribunale, la drammaturga ha scoperto che per le scuole pubbliche, incredibilmente, il divieto distributivo non vigeva: ha iniziato così una campagna di private funding per sostenere il film e portarlo nelle scuole. Il successo è stato oltre ogni aspettativa e ancora oggi la Osten continua a far girare il film nelle scuole di tutto il mondo.

Marco Cruciani, documentarista italiano, racconta, invece, la sua esperienza legata a doppio filo al Nordic Film Fest. Due anni fa avrebbe dovuto pitchare la sua idea – nata nel 2010 durante le riprese in Islanda di un documentario, proprio quando l’impronunciabile vulcano Yjafjöll si risvegliò e oscurò i cieli di mezza Europa – ovvero il racconto di due personaggi a caccia della bellezza proprio in Islanda. I produttori non si presentarono, ma Cruciani incontrò sempre al Nordic Ingo Arnason, il direttore del Circolo Scandinavo di Roma, cui raccontò la sua idea. Ne nacque una collaborazione per la scrittura del film. A Tutt’oggi Cruciani è in cerca di produttori per la sua storia che all’80% è ambientata in Islanda.

Prende la parola lo storico del cinema Jan Erik Holst che è stato per anni Direttore dell’Istituto di Cinema Norvegese, il quale annuncia che dopo anni di attesa sono stati istituiti i fondi norvegesi per le coproduzioni, che prevedono sia direttamente degli incentivi per le coproduzioni sia l’offerta di luoghi come possibili locations. Il suggerimento di Holst per cercare di avviare delle coproduzioni è diviso in tre step:

1) inviare sinossi ai produttori abbastanza sintetiche del film, contenenti una nota del regista e l’idea, il tema, la filosofia del progetto;

2) trovare almeno due produttori che in base alla sinossi mostrino interesse per il progetto e per le location;

3) iniziare a cercare di costruire il triangolo che unisca in senso figurato sceneggiatore, regista e produttore. Al triangolo Erik cerca di aggiungere sempre la distribuzione, meglio averla abbastanza presto.

Il progetto poi deve avere una certa identità nazionale. L’ideale è trovare un buon equilibrio fra parte artistica, tecnica, attori, locations.

Holst racconta l’aneddoto riguardante un film olandese. È la storia di una madre e di una figlia che la va a trovare. Fra le due non corre buon sangue, la madre è una pianista, la figlia è malata di cancro. Le due decidono di partire per raggiungere una montagna e questo viaggio rappresenta una ripartenza della loro relazione, come se fosse un viaggio iniziatico. Ma non ci sono montagne in Olanda e la storia aveva tutte le caratteristiche di un racconto universale. Tant’è che alla fine il progetto è approdato sul tavolo di un produttore norvegese che ha deciso di finanziarlo. Gli autori del copione, visitata la Norvegia si sono resi conto che adattare tutto a quei luoghi avrebbe migliorato il film. Con una battuta, Holst afferma che a volte si può anche partire dalle location prima di scrivere una storia.

L’incontro giunge al termine, ma c’è spazio per un’ultima domanda dal pubblico: uno sceneggiatore italiano ha realmente la possibilità di lavorare direttamente con una produzione nordica senza avere già come partner un produttore italiano? Erik Poppe risponde di sì, ma in quel caso lo script, ovviamente, diventerà un film in tutto e per tutto della produzione nordica che manda avanti il progetto. Suzanne Osten chiosa: per cercare partner di coproduzione bisogna trovare gente che trovi interessante ciò che, prima di tutto, ognuno di noi trova interessante.

Giorgio Glaviano e Antonio Lauro

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