Gli asteroidi

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.

Giovanni Galavotti  ha scritto con il regista Germano Maccioni la sceneggiatura di Gli Asteroidi, unico film italiano presente nel concorso internazionale del 70 Locarno Film Festival, in programma l’11 agosto 2017.

 

Ciao, Giovanni, come è tradizione delle interviste di WGI ti chiediamo un pitch di poche righe sulla storia di Gli asteroidi.

Due amici giovanissimi vagano caricati su un motorino per una pianura piatta e disseminata di fabbriche abbandonate. Pietro, angustiato dalla morte del padre, fatica a trovare un senso nella vita. Ivan, complice di un ladro navigato che assomiglia all’orco delle favole, preferisce non pensarci. Nessuno ascolta l’amico un po’ strano, convinto che si avvicini la fine del mondo. Ma tutti constateranno che in qualche modo ha ragione.

Il vostro film ha una storia interessante anche dal punto di vista produttivo, ma partiamo subito dalla scrittura: come sei stato coinvolto in questo progetto, di chi è l’idea di partenza?

Ho conosciuto Germano Maccioni ai tempi di L’uomo che verrà: lui stava preparando il documentario sul processo alla strage di Montesole e io stavo scrivendo la sceneggiatura ispirata alla vicenda. Da allora siamo sempre rimasti in contatto, scambiandoci idee e condividendo la voglia di lavorare insieme. Così, quando la società di produzione Articolture, con cui lui già collaborava, ha deciso di produrre il suo primo lungometraggio, è avvenuto tutto in modo abbastanza naturale. Inizialmente in realtà si pensava a un’altra storia, ma quando Germano in alternativa ha proposto l’idea di un soggetto ambientato nella provincia industriale bolognese dove è cresciuto, la produzione l’ha trovata ottima per un’opera prima.

Dunque è la prima volta che collabori a un film con Germano Maccioni. Come vi siete trovati, come vi siete divisi il lavoro?

Sì, si può dire che Gli asteroidi è la nostra prima vera collaborazione, nonostante qualche tentativo precedente. Sicuramente la prima ad andare in porto. A partire dalla bozza di soggetto iniziale, ci sono state lunghe chiacchierate, poi tendenzialmente io scrivevo in base alle idee condivise e via via ci confrontavamo sul testo. Questo per tutta la strada: soggetto, trattamento, sceneggiatura. Nel mentre abbiamo anche condotto insieme alcuni laboratori di cinema e recitazione in varie scuole superiori del Bolognese, alla ricerca della lingua giusta per i dialoghi nonché di potenziali attori. Un percorso fruttuoso, tanto che i protagonisti del film sono interpretati da due ragazzi conosciuti in quell’occasione.

Veniamo ai temi del film: l’asteroide che precipita, la fine del mondo… Solo una metafora per rappresentare l’incertezza di oggi o volevate mettere in campo anche una possibilità reale?

All’inizio c’erano “gli asteroidi”, metaforicamente intesi come ragazzi di un’anonima provincia industriale che vagano su un motorino senza meta, alla deriva, destinati a vivere ai margini. Outsider anche rispetto al “di fuori” della provincia. Ci sembrava interessante che uno di questi potesse essere ossessionato da questioni filosofiche e astronomiche, anche in modo un po’ naif, specie dopo aver deciso di inserire nella storia la grande stazione radioastronomica che si staglia sull’orizzonte piatto della pianura in cui vivono. È lui che è convinto che l’asteroide precipiterà sulla Terra, è lui che contribuisce a creare una certa tensione al riguardo. Ma per il resto se ne parla come di qualcosa di molto improbabile. D’altronde il piano realistico e quello favolistico s’intrecciano per tutta la storia.

Una curiosità: la stazione astronomica di Medicina, dove sono state girate molte scene de Gli asteroidi, è in grado di individuare quello che è stato definito il rumore del Big bang. Ve l’hanno fatto ascoltare?

Purtroppo no. Durante i sopralluoghi abbiamo visitato solo gli esterni della struttura, ci interessava soprattutto il suo impatto visivo.

Torniamo al film: protagonisti giovani, la deregulation provocata dalla mancanza di lavoro, non sono temi nuovi… Da che punto di vista li avete affrontati, cosa vi interessava raccontare?

Siamo partiti dalla vita di provincia industriale, dal limbo in cui molti ragazzi vivono come sospesi, con il mito della città che sembra essere quasi un luogo irraggiungibile. Questo anche per l’esperienza di Germano. Rispetto alla sua adolescenza, però, si è aggiunta la crisi, che ha svuotato fabbriche e centri abitati. L’immagine stessa dei capannoni abbandonati ha ispirato l’idea del rifugio dei ragazzi protagonisti. In realtà, comunque, volevamo che la storia prendesse la forma di un’avventura, non di una denuncia. Poi è vero, questa “favola contemporanea” racconta anche la fine di un mondo.

Il territorio. Ivan Olgiati, produttore del film per Articolture, ha dichiarato di credere a una sorta di green economy per il cinema, di voler realizzare film a chilometro zero. Tu che ne pensi di questa idea di cinema?

Mi sembra un’idea di cinema intelligente. Quindi ben venga.

Germano Maccioni ha raccontato di aver condiviso molto la scrittura anche con le altre figure professionali del set: eri presente anche tu? Hai seguito le riprese?

Sì, sono andato sul set un paio di volte la settimana, e ho recitato anche una piccola parte. Più che con le persone sul set, direi che il lavoro di scrittura è stato condiviso con i ragazzi della produzione, con cui ci siamo sempre confrontati. Come ci siamo confrontati con i ragazzi dei laboratori nelle scuole, soprattutto per i dialoghi. Poi certo, Germano ha l’abitudine di lasciare un margine d’improvvisazione agli interpreti, forse perché ha cominciato come attore. Per il resto, non mi risulta che ci sia stato un coinvolgimento di altre figure del set, se non per discutere il modo in cui rendere certe cose, com’è giusto che sia.

Quanto è cambiato il testo dalla vostra ultima stesura a ciò che vedremo sullo schermo?

Nella sostanza, non molto. Anche perché un primo lavoro di adattamento alle location scelte e agli stretti tempi di ripresa, solo quattro settimane, era già stato fatto in precedenza in accordo con la produzione. Poi, come spesso avviene, alcune cose non si sono potute girare, o si sono dovute girare in modo diverso per ragioni contingenti, e qualcosa è stato tagliato in fase di montaggio perché la prima versione del film era lunga.

Parliamo di te. Hai scritto con Tania Pedroni e Giorgio Diritti il film L’uomo che verrà e subito è stata candidatura al David di Donatello. Poi? Cosa chiedi al cinema, quale strada hai imboccato?

Ho continuato a scrivere, scontrandomi con la crisi economica che ha colpito duramente anche il nostro campo. Le soddisfazioni per fortuna non sono mancate, ma ho dovuto aspettare qualche anno per vedere realizzati nuovi lavori. E quando è successo sono arrivati buoni riscontri, in particolare quest’anno: il cortometraggio A casa mia che ho scritto con il regista Mario Piredda ha vinto il David di Donatello, ora Gli asteroidi vanno a Locarno. Spero che continui così.

Come procedi nella scrittura? Tra ricerca dei dati e fedeltà alla realtà, strutturazione del plot e costruzione dei personaggi, qual è la tua priorità?

La ricerca è il punto di partenza. Chiaramente dipende dal tipo di film: L’uomo che verrà ha alla sua base un lavoro lungo di ricerca storica; “Gli asteroidi” meno da questo punto di vista, ma non è mancata la fase di studio. Credo che la realtà sia importante come riferimento, come qualcosa che supporti la fantasia senza però imbrigliarla. Con i registi con cui lavoro condivido il desiderio di allontanarmene, di trovare una strada parallela, talvolta surreale. In fondo, comunque, credo che molto sia legato alla forza della storia. Per cui cerco sempre di perseguire la strada tracciata con caparbietà, come fosse una scoperta graduale. Graduale e faticosa.

Quali sono – se ne hai – i tuoi modelli? Che ne dici dell’impianto anglossassone dei guru come Truby, McKee, Vogler? È servito in genere alla sceneggiatura europea, serve a te?

Ho letto gli autori che citi, certo. Ma devo dire che quando lavoro mi viene più da pensare ai film che mi piacciono: europei di tutt’Europa, americani del sud e del nord, asiatici, eccetera. Tutto sommato l’impianto mi sembra rifarsi in genere a un sentire comune, salvo poche eccezioni. Credo che la vera differenza la faccia l’anima del film, quando c’è, che deriva da un’alchimia difficile da ottenere e da definire. I riferimenti poi non sono solo nel cinema: lo scrittore Gianni Celati, per esempio, che ha sempre avuto un occhio di riguardo per la Pianura Padana, è per me e per alcuni registi con cui lavoro sempre fonte d’ispirazione.

Gli asteroidi è stato prodotto da una piccola produzione nata da un’associazione culturale, Articolture, e da una società dalla lunga storia come Ocean Productions. Ti sembra un buon modello da seguire questo accoppiamento esordienti/consolidati?

Mi sembra che ultimamente l’idea di mettere insieme più realtà produttive sia importante. Se dal punto di vista tecnico, grazie al digitale, è più facile realizzare materialmente i film, dal punto di vista economico sempre meno: non ci sono più i finanziamenti pubblici di una volta. Questo non è necessariamente un male, anzi può scongiurare una certa omologazione, che comunque si crea anche in altri modi. Ma credo che la produzione oggi debba essere creativa, mettere insieme idee nuove e idee consolidate. Da questo punto di vista mi sembra che Articolture e Ocean Productions si siano rivelate due realtà felicemente complementari.

Un’ultima domanda che ci riguarda: hai partecipato insieme ad altri tuoi colleghi al Netpitch Television. Che ne pensi dell’esperienza? Hai dei suggerimenti?

È stata una buona esperienza. Scoprire che altre persone che non conosci, che lavorano per società diverse, condividono l’interesse per una storia a cui tieni è bello. Anche se ci parli per dieci minuti. Poi, pare ci sia un interessamento che va oltre il pitch, per cui incrocio le dita.

Cogliamo l’occasione per segnalare a tutti l’ottimo comportamento del festival di Locarno che pubblica i nomi degli sceneggiatori nella scheda del film e ti chiediamo un’ultima curiosità… Sarai presente alla proiezione?

Certo, ci sarò.

Grazie e in bocca al lupo!

Crepi il lupo! E grazie a te.

L’intervista è a cura di Giovanna Koch

Scrittori a Locarno – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere al 70 Locarno Festival (2-12 Agosto 2017).

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