Il viaggio

Il nostro socio Alfredo Arciero ha diretto e scritto con Alessio Billi il lungometraggio Il viaggio. Il film, che ha avuto un originale percorso di realizzazione, verrà proiettato a Roma, durante la rassegna L’isola del cinema, il prossimo 9 luglio alle 22.00. 

Ciao, Alfredo, eccoci di nuovo a parlare di un tuo e vostro film, diretto da te e scritto con il tuo compagno di squadra e nostro socio Alessio Billi. D’obbligo il pitch: di che tratta Il viaggio?

Il Viaggio è la storia di cinque persone che si incontrano per caso a bordo di un treno alla sua ultima corsa. Lungo il tragitto i loro destini si incroceranno e troveranno una strada comune.

Leggiamo che Il viaggio è stato tratto da un precedente corto: raccontaci com’è andata.

Certo. Circa tre anni fa mi telefona un amico attore, Maurizio Santilli, molisano doc, che mi dice di essere salito a bordo di un treno che attraversa posti bellissimi tra il Molise e l’Abruzzo. Un treno turistico visto che la linea è stata soppressa. A bordo del treno si è parlato di come poter difendere questa tratta, promuoverla. Maurizio ha pensato a un cortometraggio e l’idea è stata sposata da un imprenditore che era lì presente, Cosmo Tedeschi, disponibile a finanziare il progetto. Ci siamo incontrati, abbiamo parlato e dopo circa un paio di settimane ho consegnato lo script del corto, che proprio corto non è visto che dura 25 minuti abbondanti. Grazie ai fondi dell’imprenditore, lo abbiamo realizzato insieme a una giovane produzione locale, la Incas, coinvolgendo maestranze locali e alcuni attori molisani, oltre a Santilli, Daniela Terreri e Marco Caldoro. A loro si sono aggiunti Noemi Smorra e Fabio Ferrari. Il corto è piaciuto molto in ambito locale. L’idea che anche in una zona “difficile” si potesse fare del cinema ha stimolato le istituzioni locali. Abbiamo creato un precedente e, possiamo dire di aver favorito l’ideazione del bando regionale per la produzione cinematografica. Bando a cui abbiamo partecipato con ottime credenziali proprio grazie al successo del corto.

A noi della WGI interessano molto i sentieri produttivi, nel tentativo non solo di indagare delle possibilità sconosciute di realizzazione, ma anche di tenere alta la bandiera della creatività, di credere nel proprio talento, di insistere… Possiamo dire che con il viaggio avete preso un’occasione al volo, siete letteralmente saliti su un treno in corsa…

Direi proprio di sì. Quando ci è arrivata la notizia della vittoria del bando, superata l’euforia, con il produttore Roberto Faccenda della Incas ci siamo resi conto che eravamo nel mese di maggio inoltrato e che per ottenere i fondi, per strane alchimie burocratiche, avremmo dovuto consegnare una copia lavoro del film entro novembre. Avevamo poco più di sei mesi per scrivere una sceneggiatura completa, (per il bando era stato presentato solo un breve soggetto) preparare, girare e montare il film. Non nascondo che abbiamo anche pensato di rinunciare. Poi ho coinvolto Alessio, lo script procedeva, gli sponsor locali hanno aderito al progetto così come tanti bravi attori amici che si sono aggiunti al cast originale del corto: Angelo Orlando, Gaetano Amato, Lucianna De Falco, Danila Stalteri, Sergio Sivori, giovani attori emergenti, e altri validi tecnici e professionisti. Pertanto ce la siamo rischiata… ma è stato un viaggio faticoso e pieno di insidie… che abbiamo portato a termine grazie alla professionalità, la passione e l’entusiasmo di una troupe fantastica che mi ha supportato nelle intense quattro settimane di riprese.

Dobbiamo dire che un po’ di questa fretta si avverte nella realizzazione. Sullo schermo persistono elementi che sembrano passati direttamente dalla brutta alla bella copia senza la normale revisione… Dove vorresti agire, col senno di poi, se ti avessero concesso un tempo maggiore?

Devo ammettere che anche io ogni volta che rivedo il film noto alcuni piccoli difetti, alcune lentezze, ma poi quando penso che lo abbiamo realizzato in quattro settimane, con un budget di circa 200mila euro e senza aver mai potuto provare con gli attori una sola scena del film, beh, allora penso di aver contribuito a un piccolo miracolo. A maggior ragione quando assisto alla reazione del pubblico ad ogni proiezione. La gente ride e si commuove, si emoziona colpita dall’autenticità dei personaggi e dal messaggio positivo del film, ignorando quelle piccole “imperfezioni” che spesso solo noi addetti ai lavori notiamo. Ciò non toglie che col senno di poi, avrei voluto avere una settimana in più di riprese ma soprattutto un paio di settimane in più di preparazione, così da potermi dedicare con maggior cura al lavoro con gli attori. Questo non è stato possibile per tutta una serie di ragioni ed è il mio unico vero cruccio.

Veniamo agli elementi della sceneggiatura. Sembra che la scrittura abbia dovuto affrontare venti che la spingevano in direzioni diverse: la storia della linea ferroviaria, la difesa documentaristica delle bellezze del territorio, e la vostra personale spinta inventiva verso un racconto onirico… Come avete proceduto?

Sì, a questo aggiungerei anche il budget limitato che ci ha obbligato a scelte precise. Non è stato semplice “promuovere” la tratta e il territorio, evitando l’agiografia, e allo stesso tempo strutturare un plot interessante e universale. Per questo, rispetto al corto, con Alessio abbiamo deciso di aggiungere nuovi personaggi.

Il ferroviere, la bigliettaia, il prete e le ragazze, il professore, il ragazzo senza biglietto ci hanno permesso di arricchire il racconto e di conseguenza le vite dei cinque protagonisti. In seguito, per trovare un filo conduttore tematico universale, abbiamo inserito il percorso filosofico e infine ci è venuta l’idea “onirica” per dare un tocco surreale al viaggio dei nostri personaggi. In fondo riescono ad affrontare i loro problemi perché sono saliti su un treno magico…

Quando abbiamo visto Il viaggio ci sono venute in mente le Operette Morali di Giacomo Leopardi, sia per l’artificio trasparente e voluto di innestare un percorso filosofico in un impianto narrativo, sia per la passione civile sottesa al testo. Calore verso il genere umano e dolore per la sua specifica capacità di autodistruzione, della coscienza del suo destino di morte, eppure… Qual era la vostra spinta esattamente?

Il riferimento a Leopardi è calzante. La filosofia è una delle mie passioni, pertanto cerco sempre di inserirla in qualche modo più o meno diretto nel mio lavoro di scrittura, di qualsiasi genere.
In questo caso è stato esplicito con l’incipit di Kant e il personaggio dell’assistente universitaria. La filosofia è a mio avviso un valido supporto per raccontare la realtà da angolazioni diverse e universali. Ci ha inoltre aiutato a una costruzione tematica del profilo dei personaggi, ispirata all’idea originaria del corto: una linea ferroviaria soppressa perché ritenuta obsoleta e improduttiva. Non lo è però per i nostri protagonisti che, grazie al viaggio, si mettono in discussione e acquisiscono una nuova consapevolezza.

I personaggi che rappresentate sono figure tipiche della narrativa italiana presente e passata: il ferroviere, il padre di famiglia, il bel giovane, l’attrice… Tra la nostra commedia dell’arte e la Comédie humaine di Balzac, da che parte vi sentite più a vostro agio?

In questo caso, perdona il gioco di parole, ci siamo mossi su due binari. Sicuramente la scelta di alcuni personaggi – penso alla bigliettaia e al politico – appartiene alla tradizione della commedia dell’arte. Certo la presenza del denaro, nelle azioni e nei dialoghi tra i personaggi sono chiari riferimenti a Balzac, così come l’analisi filosofica delle loro azioni e il conseguente giudizio su di esse. Mi fa piacere che l’abbiate notato…

I percorsi di questi personaggi sembrano segnati, ma voi riuscite a sorprenderli e a sorprenderci con svolte inaspettate. Il risultato è una grande tenerezza e un’ondata di speranza. Quanto appartiene questa tecnica a una vostra poetica e quanto alla lezione dell’ultima serialità anglosassone?

Per quanto mi riguarda, e credo di rispondere anche per Alessio, riuscire a sorprendere lo spettatore con svolte plausibili, è un dogma. Non sempre ci si riesce, ma ci si prova. Non posso negare che la serialità anglosassone più recente ha sicuramente influito sul nostro approccio creativo, anche se in alcuni casi avremmo voluto osare di più. A frenarci è stato, in alcuni frangenti, il budget limitato, ma soprattutto la consapevolezza che stavamo lavorando a un film “su commissione” che doveva seguire un percorso coerente e “politicamente corretto”. Un piccolo compromesso dettato dalla genesi produttiva del film.

Come avete proceduto nella scrittura? Vi siete divisi i personaggi, la cura di certe linee… Come?

Di solito con Alessio lavoriamo fianco a fianco per la stesura della scaletta e delle linee dei personaggi, che in una storia multistrand come la nostra richiede maggior cura. Poi ci siamo divisi il lavoro. Una volta scritta la prima stesura, visti i tempi strettissimi, mi sono occupato io delle successive revisioni, durante la preparazione del film e, anche nel corso delle riprese per ragione di budget.

Il viaggio non è stato ancora distribuito nelle sale, è stato presentato in Molise e arriva adesso a Roma, il 9 luglio, nel festival estivo de L’isola del cinema. Lo scoglio di questi film che nascono per spinte casuali, “dal basso” è sempre il rapporto con il pubblico, mediato dalla distribuzione. Cosa avverrà a Il viaggio?

La distribuzione è da sempre la nota dolente per i film considerati “difficili” che poi difficili non sono. Il nostro non è un film d’autore o sperimentale, a suo modo è anche commerciale ma i distributori rispondono sempre con le stesse frasi: “Il cast è debole, le tematiche sono adulte. Al cinema ci vanno i ragazzini!”

E in un certo senso hanno anche ragione. Bisogna iniziare a pensare che oggi per un certo tipo di film, come il nostro, la sala non è più lo sfogo naturale. Sky, Netflix, e i proliferanti canali on demand diventeranno sempre di più la collocazione più consona di film piccoli.
Detto questo, non ci siamo scoraggiati. Dopo l’anteprima romana all’isola Tiberina, per il film è previsto un percorso di festival estivi. In Toscana, in Campania, in Molise e in altri che verranno, forse anche internazionali. Sono previste inoltre proiezioni presso istituti e organizzazioni di italiani all’estero. Poi usciremo il 28 settembre a Campobasso, a Isernia, e in altre sale in Molise e in Abruzzo. Stiamo inoltre chiudendo un accordo con la Federazione italiana cinema d’essai per distribuire il film nel loro circuito. Poi cercheremo di farlo uscire a Roma e in altre città capozona, consapevoli che non sarà una passeggiata…

Credi che si possa correggere (e come) questa parte del sistema italiano? La nuova legge cinema offre e, nello stesso tempo, toglie occasioni per i film “difficili”. Tu che ne pensi?

Per la distribuzione non credo si possano fare molti correttivi, se non quello di incentivare le sale a programmare film “piccoli” magari a un prezzo più piccolo; oppure dare qualche sorta di contributo alle distribuzioni più coraggiose.
Per quanto riguarda la nuova legge, da quello che ho ascoltato in vari incontri organizzati anche dalla WGI, in attesa dei decreti attuativi, mi pare che rischi di favorire le grandi case di produzione e di conseguenza i nomi già affermati a loro collegati. L’aspetto interessante, che spero venga confermato, è la possibilità per gli autori di ottenere direttamente i fondi per lo sviluppo dei progetti più meritevoli. Staremo a vedere…

WGI viene percepito come un sindacato di autori televisivi, anche se prestiamo molta attenzione al cinema e agli autori di cinema sul nostro sito. Siamo gli unici a fare un po’ di informazione sulla scrittura cinematografica. Tu che ne pensi? Dovremmo cambiare qualcosa?

No, certo si può sempre migliorare, ma WGI – di cui sono orgoglioso di farne parte in qualità di socio fondatore – sta facendo ottime cose, in ogni direzione, per far conoscere meglio il nostro lavoro, valorizzarlo, e di conseguenza restituirgli quella dignità professionale che per troppo tempo è stata sottovalutata. Non va dimenticato che siamo il primo anello della catena produttiva, i primi imprenditori a rischiare in proprio, dal momento in cui decidiamo di inventare una storia senza avere la certezza che verrà realizzata. Ma è sempre stato complicato farlo capire all’industria del cinema se già all’epoca, se ne lamentava un mito come Frank Capra “La scrittura di una sceneggiatura è la parte più difficile… la meno compresa e la meno rimarcata”.

L’intervista è a cura di Giovanna Koch

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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