Scrittori a festival variWriters

Fantasticherie di un Passeggiatore Solitario

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.
Paolo Gaudio (classe 1981) ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio Fantasticherie di un Passeggiatore Solitario.
Dopo aver vinto tre prestigiosi premi internazionali (La Samain du Cinema Fantastique – Grand Prix du Festival / Boston Sci-Fi – Best World Film / Fantastic Cinema Little Rock – Audience Award), il film è stato presentato in concorso al Future Film Festival di Bologna e lo scorso 26 novembre è uscito finalmente nelle sale.
La storia – che ha un tema colto e raffinato – si muove tra ben tre piani temporali alternando live action e animazione in stop-motion.

Ciao Paolo, la prima prova dello sceneggiatore: raccontaci di cosa parla il tuo film in cinque righe.

Fantasticherie di un Passeggiatore Solitario è una sorta di favola sull’incompiutezza, il fallimento e il senso di colpa che prova a osservare e raccontare la complessità dell’animo umano attraverso la fantasia e l’immaginazione. Botteghe magiche e boschi misteriosi, ricette fantastiche e libri incompiuti, demoni dispettosi e fantasmi inquieti, visioni surreali e animazione stop motion. utto questo, mischiatelo, impastatelo, frullatelo e tagliatelo fino, e avrete il mio film, o quasi.

Com’è nata questa storia? A chi hai presentato il progetto per essere prodotto? Chi sono stati i tuoi alleati e chi i tuoi antagonisti?

È nata da una suggestione che ho avuto quando ero ancora uno studente all’Università della Calabria.

Riflettevo con alcuni colleghi di come la creatività non ammette il libero arbitrio. I testi incompiuti stanno lì a testimoniarlo, in quanto quell’opera non è stata ultimata proprio perché la vita dell’autore si è messa di mezzo non concedendogli di esercitare il suo desiderio di espressione creativa. Inoltre, questi libri sono gli unici a mettere davvero in contatto il lettore con lo scrittore: ogni volta che, personalmente, ne approcciavo uno era impossibile per me non pensare a cosa fosse accaduto a Flaubert o a Kafka per non avergli permesso di ultimare il proprio lavoro. Queste suggestioni mi apparvero come l’inizio di una grande avventura, nella quale uno scrittore deve combattere contro le sue ossessioni, i suoi fantasmi e la sua vita per poter scrivere il suo libro, mentre a duecento anni di distanza un lettore viene in qualche modo coinvolto in questa battaglia.

Devo moltissimo a Leonardo Cruciano, che non solo mi ha assecondato in questa follia, ma quando tutto sembrava perduto mi ha presentato Angelo Poggi della Smart Brands che di fatto ha prodotto e sostenuto il film.

Francis Scott Fitzgerald dice “Show me a hero and I write you a tragedy”. Non sarà che a volte l’autore è proprio l’eroe della propria personale tragedia che lo vede soffrire per dimostrare la validità della visione che lo rende, appunto, un autore? Dove si trova il coraggio per credere in se stessi in questo Paese, soprattutto quando si vuole girare un film come il tuo?

A volte credo che sia stata più incoscienza che coraggio. In realtà tutto gira intorno all’amore e alla passione: se ami davvero tanto una cosa, come io faccio con il cinema, nemmeno il demone più feroce e spietato può impedire di realizzare i tuoi desideri. Fantasticherie è figlio di questa grande passione sfrenata e della solidarietà di amici e professionisti, come Francesco Erba, Leonardo Cruciano, Dennis Cabella, Gianluca Maruotti, Daniele Vendra e Sandro Magliano – e l’elenco potrebbe continuare – che anche quando non capivano, non mi hanno abbandonato.

Oltre ad aver scritto e diretto Fantasticherie di un passeggiatore solitario sei anche animatore e operatore di macchina. Quale è stata la tua formazione? E in quale percentuale ti senti sceneggiatore?

Sono laureato in filosofia e poi mi sono diplomato in regia cinematografica alla Scuola del Cinema di Cinecittà. Ho troppo rispetto per gli sceneggiatori e non potrei mai definirmi tale: fatta salva qualche collaborazione su progetti che purtroppo non si sono concretizzati, ho solo scritto per me stesso le storie che desideravo raccontare.

Tuttavia, mi piacerebbe molto cimentarmi con uno script o un soggetto non mio, sarebbe una sfida interessante, lavorare con uno sceneggiatore vero.

Dopo un inizio incerto hai dovuto riappropriarti dei diritti del tuo film per dargli un’altra possibilità con i produttori che poi ti hanno aiutato a realizzarlo. Raccontaci come è andata.

È una storia molto triste e nemmeno troppo originale, quindi la risparmierei a te e ai tuoi lettori.

Il tuo film è realizzato in parte in stop-motion, la cosiddetta animazione a “passo uno”, sia in claymation che in cutout animation. Ho letto che Ray Harryhausen, Jim Henson, Tim Burton e Guillermo Del Toro sono fra i tuoi punti di riferimento. C’è qualche artista che non è noto al grande pubblico e che invece meriterebbe di essere scoperto (o riscoperto)?

Adoro il lavoro di Robert Morgan: un regista e animatore inglese che utilizza la stop motion per raccontare storie estreme, sfrenatamente fantasiose. L’immaginazione di questo autore consente davvero allo spettatore di raggiungere pieghe della propria anima molto profonde, mostrando la fantasia come un territorio dove tutto può accadere, anche qualcosa di molto disturbate.

Come decidi quali scene devono essere animate e quali invece vanno girate in live action?

In realtà, immagino sempre tutto in animazione all’inizio. Poi dopo una prima stesura mi rendo conto se la cosa produttivamente è fattibile o meno. Tuttavia, con Fantasticherie è stato differente: avevo bene in mente da subito che avrei dovuto utilizzare il passo uno come una sorta di cerniera, capace di che unire e separare le due linee narrative in live action. Questo aspetto del soggetto, ovvero la possibilità di svariare con le tecniche e con gli stili, era la cosa che mi affascinava maggiormente ed è stato lo stimolo più forte che mi ha spinto a realizzare il film.

Fra i produttori del tuo film c’è Leonardo Cruciano che ha curato le creature e gli special Fx de Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone. Alle Giornate degli Autori di Venezia nel 2013 è stato presentato Secchi un cortometraggio a passo uno scritto, diretto e animato da Edoardo Natoli, che è principalmente un attore. Nel 2009 è uscito L’Uomo Fiammifero di Marco Chiarini. E nel 2005 hai collaborato con Stefano Bessoni che, oltre aver sperimentato l’horror e il grottesco in live action ha organizzato anche corsi di animazione in stop motion. Quindi in Italia qualcuno ci prova o ci ha provato. C’è un futuro per la stop-motion nel nostro Paese? E gli addetti ai lavori si spalleggiano? Esiste una solidarietà di “categoria”?

Nonostante stia sperimentando il genere fantastico e l’animazione a passo uno da più di dieci anni ormai, Fantasticherie è solo il mio primo lungometraggio, dunque non credo di essere io il più indicato a dire se ci sarà un futuro o meno. Mi sento un po’ l’ultimo arrivato. Tuttavia, posso dirti che io continuerò a lavorare in tal senso per far sì che ciò accada. Come notavi tu, l’assenza più evidente del nostro sistema cinema, non è rappresentata dagli artisti, sceneggiatori o registi – che ci sono e pure molto in gamba – bensì da produttori e distributori. In fondo, la Hollywood con cui sono cresciuto ci mostrava Lucas produrre Spielberg, Spielberg produrre Zemeckis, Zemeckis produrre Jackson. Più che una solidarietà di categoria – come l’hai definita tu – ci vorrebbe un sistema in grado di creare indotto attorno a nostri prodotti e che non si limiti alle singole iniziative personali.

Quali sono le tue contaminazioni transmediali? Fumetti? Videogiochi?

Non gioco ai videogames, devo ammetterlo, l’unica console che ho avuto – se così si può definire – è stato il Game Boy: adoravo quell’affare e lo portavo sempre con me. Avrò finito Super Mario Land un milione di volte. Mentre i fumetti mi piacciano molto e il mio preferito è Berserk. Un vero capolavoro.

Perché in Italia il fantasy va molto bene al box office ma nessuno vuole produrlo (se non sei Garrone)?

Credo perché per anni si è alimentata una strana convinzione, quella che era più giusto che lo facessero gli altri piuttosto che noi. Scelta assurda a mio parere, poiché è stata la nostra cinematografia a inventare il genere: Leone e Fulci credo siano stati i registi più copiati dai loro omologhi stranieri della storia del cinema. Oggi, come dicevo sopra, il problema sta tutto nella produzione e nella distribuzione. Non siamo più capaci di vendere e sostenere i prodotti che facciamo, che troppo presto spariscono dal nostro mercato, mentre hanno vita lunga in Germania, Giappone o Stati Uniti. Qualcosa sta cambiando, però, almeno sul versante Crime, magari prima o dopo toccherà anche al Fantasy o all’animazione, chi può dirlo?

Hai visto alcune fan fiction di genere sul web? Autoproduzioni come Dark Resurrection (la più nota fan fiction di Star Wars) sono molto apprezzate. Tu che ne pensi?

Devo confessarti che sono un tipo un po’ rétro e non passo molto tempo su YouTube o simili – non ho nemmeno un account FB (sic!). Comunque, come tutti i fan della saga di Guerre Stellari ho visto e apprezzato il lavoro di Licata che ho avuto il piacere di incontrare qualche anno fa. Ho trovato interessante anche Vittima degli Eventi con il mio amico Luca Vecchi, ma non conosco molto altro, mi dispiace. È tutta colpa mia.

Cosa diresti ai network e ai produttori italiani per convincerli che cinema e serie tv di genere italiani potrebbero trasformarsi in grandi successi internazionali?

Non credo di essere nella posizione di poter convincere qualcuno: quello che devo fare è continuare a lavorare e cercare di ottenere risultati, prima in termini qualitativi e poi di consenso. Questo è l’unico modo per diventare credibili agli occhi di chi non ci vede ancora.

Hai altri progetti in cantiere?

Sto lavorando a un bizzarro adattamento da Lovecraft: amo molto alcuni racconti del Ciclo di Cthulhu e mi piacerebbe realizzare un film in claymation con i temi e le atmosfere tipiche del Solitario di Providence ma in salsa action anni ottanta. Lovecraft incontra Arnold Schwarzenegger. Come se Cthulhu e Predator avessero un figlio, quella creatura sarebbe il mio film: DAGON.

L’intervista è a cura di Umberto Francia

Scrittori a Bologna – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere al Future Film Festival (5-10 maggio 2015).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti sul post