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Le romane

 

Storie di donne e di quartieri

La WGI è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. La sezione SCRITTO DA, sotto l’egida di WRITTEN BY, la prestigiosa rivista della WGAw, tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati  dagli organi di informazione.
Il 17 ottobre è stato presentato, nell’ambito della sezione Riflessi della Festa del Cinema di Roma, il documentario Le Romane-Storie di donne e di quartieri scritto e diretto da Giovanna Gagliardo, giornalista nonché regista e sceneggiatrice di film e documentari specchio del suo impegno culturale e civile a favore delle donne.
L’opera contiene segnali di presenze femminili che in alcuni quartieri della Città Eterna sono nate, o ci sono andate per propria scelta lasciando la loro impronta indelebile. Dalla Cinecittà di Anna Magnani al Testaccio di Gabriella Ferri, passando per l’Aventino della ballerina russa Jia Ruskaja, al Trastevere di Lia Cavalieri, al Ghetto di Roma e i suoi sampietrini che ricordano morti e deportati.

Giovanna Gagliardo, potrebbe raccontarci brevemente chi sono Le Romane di cui ci parla e il criterio attraverso il quale ha scelto le donne da narrare nel suo documentario?

Mi è capitato spesso, camminando per certi quartieri, o strade, o vicoli romani, di ripensare a figure femminili che lo avevano abitato… che ne so, Cristina di Svezia e l’Orto botanico, Porto di Ripetta e le botteghe dei pittori secenteschi dove Artemisia Gentileschi impastava colori e imparava l’arte dei chiaroscuri….E così, restringendo il Campo al Novecento e alle figure femminili che hanno segnato il secolo scorso, ho pensato che poteva essere interessante mettere a confronto il carattere di un Quartiere con il carattere o l’opera di un personaggio femminile che magari in quel Quartiere era nata o ci aveva vissuto. Ho visto che questo azzardo poteva essere interessante da molti punti di vista: creava un paesaggio visivo che più di tante parole ambientava, dava sfondo autentico al personaggio, raccontava tradizioni e   origini di tanti atteggiamenti o manie caratteriali e, soprattutto l’uno nutriva l’altra in un dialogo continuo tra il luogo e la persona.

Così, via via, si sono materializzate le figure femminili che compongono il documentario. Il criterio è più emotivo che razionale, nel senso che ho avuto voglia di raccontare donne che ammiro o che mi hanno incuriosita o che, attraverso letture o racconti altrui, mi hanno stimolata a saperne di più.

C’è un personaggio tra Le Romane a cui si sente particolarmente legata?

E’ difficile fare una scelta. Forse Gabriella Ferri, per la semplice ragione che ci siamo conosciute da ragazze e per un lungo tratto delle nostre vite, siamo state molto amiche.

Bellissime, la coppia di documentari  che lei ha realizzato tra il 2004 e il 2006, sono un inno a tutte le donne, famose e non, che hanno tessuto, con piccoli o grandi gesti,  la trama che nella scorsa metà del secolo ha portato ad una rivoluzione del ruolo della donna in Italia. Qual è il percorso che unisce Bellissime a Le Romane?

Diciamo che Le Romane sono delle piccole e affettuose monografie che potrebbero benissimo essere inserite all’interno delle “enciclopediche” Bellissime.

Lei è stata una delle prime registe e sceneggiatrici, in Italia. Come è riuscita a realizzare i suoi lavori all’interno di una dimensione così esclusivamente maschile come quella di allora? Quali difficoltà ha incontrato? Sempre che ne abbia incontrate.

Non ero sola. Lina Wertmüller e Liliana Cavani erano già molto attive e famose quando io mi sono affacciata al mondo del cinema.

Certo erano delle rarità. Fare un mestiere che, per definizione, veniva considerato un mestiere tipicamente maschile era una specie di sfida.

Devo dire però che personalmente non l’ho mai considerata una sfida. Lo facevo semplicemente perché mi piaceva farlo e perché non avrei saputo che altro fare. E quando qualcuno mi diceva: “bello quel copione, sembra scritto da un uomo”, non mi offendevo, ma nello stesso tempo la battuta non mi inorgogliva affatto. Anzi, più o meno consciamente, pensavo di essere molto più brava di certi uomini che facevano il mio stesso mestiere. Le vere difficoltà, culturali e sociali, sono state proprie queste: dover dimostrare di essere all’altezza, quando agli uomini “questa prova in più” non era richiesta.

Che dire? Il tempo ci ha dato ragione, anche se, a tutt’oggi, queste ragioni sono tutt’altro che scontate e acquisite.

Sente più vicino alle sue corde il ruolo di sceneggiatrice o quello di regista?

Scrivere mi piace molto. Soprattutto mi piace fare i dialoghi. Mi diverte moltissimo.

Certo oggi come oggi, non so se sarei in grado di scrivere per qualcuno, voglio dire per un altro regista. Col tempo mi sono abituata, scrivendo, a immaginare come girerei la scena , o con quali movimenti di macchina ambienterei magari una litigata o qualcosa del genere. E non so quanto tutto questo possa essere gradito, e non visto come un’intrusione di campo. In ogni caso, da qualche anno, i copioni che scrivo, li scrivo per me. Ci ho fatto la mano, come si dice.

Perché secondo lei viene messa in evidenza soprattutto la regia di un film mentre quasi sempre viene tenuta in sordina la sceneggiatura? Quasi come se si ritenesse che la sceneggiatura non sia poi così necessaria o non abbia altrettanto valore…

Non lo so. Forse perché la figura del regista è diventata sempre più autoriale e poi perché comunque il regista è la persona che segue un film in tutte le sue fasi: dall’ideazione fino alla copia campione. Devo dire tuttavia che le grandi serie televisive americane, alcune delle quali bellissime, hanno molto rivalutato il ruolo della scrittura, dell’approfondimento psicologico, dei personaggi e del senso del “plot”. Molte serie TV sono migliori di tanti film e questo sta a dimostrare l’importanza dell’ideazione e della scrittura.

Per tornare al tema: qualche tempo fa ho visto in un negozio un grembiule per la scuola elementare. Aveva un ricamo ben evidente dove era raffigurata una bambina bionda ammiccante e sotto una scritta “Sarò velina”. 

Un simile messaggio veicolato a quelle che saranno le future generazioni che riflessioni genera? Quanta strada c’è ancora da fare?

Un simile messaggio veicola l’idea base di una comoda “scorciatoia”: sei bella, sei giovane, sei attraente, perché devi faticare. Fatti vedere così come sei e raccogli i tuoi frutti. In tempi di crisi, di disoccupazione giovanile, di mancanza di lavoro, può apparire a tanti, a tante, una opportunità, una “scorciatoia” appunto per ottenere visibilità e consenso. Quello che è importante far capire alle ragazze di oggi è che la velina non è l’unico mestiere o l’unico sbocco possibile per affermarsi. Per fortuna, e con tutti i suoi limiti, la società odierna può offrire altre opportunità.

La WGI (Writers Guild Italia) e la EWWA (European Writing Women Association) stanno organizzando una giornata di studi dal titolo provvisorio Il giardino della fiction-La violenza sulle donne: come, quando, perché (sì o no) è stata raccontata o si potrebbe raccontare. Secondo lei…. Come, quando e perché è stata raccontata o si potrebbe raccontare?

La violenza sulle donne si dovrebbe raccontare attraverso gli uomini. Sono loro che non sopportano la libertà della donna. Finché una donna lavora e porta a casa un secondo stipendio, va bene, ma se si sente libera di scegliere un altro partner, di innamorarsi di un altro uomo, di andarsene da casa, questo non è più tollerabile dalla mentalità maschile. I femminicidi sempre più frequenti ci dicono questo. Bisogna ripartire da lì, e riconoscere che durante tutto il secolo scorso le donne hanno fatto molta strada mentre la mentalità degli uomini, nel profondo, non è cambiata.

A suo avviso quanto può fare la cultura e quanto la politica per la svilente condizione in cui ancora versano molte donne in Italia?

Molto. Proprio per il ragionamento di prima.

A tratti anche nel mondo dello spettacolo emerge questa tendenza a privilegiare i colleghi maschi, ancora oggi. Che cosa ne pensa?

Non solo nel mondo dello spettacolo. Le quote rose sono una concessione che ci è stata elargita dalle istituzioni per facilitare l’accesso delle donne nei cosiddetti “luoghi del potere”. Come primo passo mi trova d’accordo. Certo, nel mondo della creatività, è difficile scartare il progetto di un uomo per far passare quello di una donna in nome delle quote rosa. Questo dimostra che le cosiddette concessioni dall’alto, non vanno scartate ma non vanno nemmeno enfatizzate. Sono convinta che il vecchio detto: bisogna andarsi a prendere quello che ci spetta, sia ancora il più valido.

Un film che ritiene dia un’immagine particolarmente positiva dell’universo femminile e uno che ritiene discutibile sotto questo punto di vista.

Thelma e Louise, nonostante il finale problematico, è un film pieno di vitalità e di allegria. Non è scolastico, non è tedioso. Lo ricordo sempre con piacere.

Tutto il cinema di Woody Allen mi sembra terribilmente misogino.

Una domanda che per noi è di rito perché la riteniamo particolarmente importante: E’ stata appena votata in Senato la nuova legge cinema, secondo la quale la parte più rilevante dei finanziamenti di sostegno alla produzione – circa l’80% – va ridistribuita tra coloro che hanno incassato di più nel corso dell’anno precedente. Qual è la sua opinione al riguardo?

Non ho letto il disegno di legge e, per il momento, so solo quello che riferiscono i giornali. L’impressione però non è molto positiva. Mi sembra il frutto di troppi compromessi e di concessioni ai grandi gruppi che finiranno per dominare completamente il mercato.

I suoi futuri progetti?

Sto riflettendo .

Un messaggio e un augurio per le nuove generazioni di donne.

Che il futuro è loro e che devono andare a prenderselo.

L’intervista è a cura di Silvia Longo

Scrittori a Roma – Writers Guild Italia (WGI) incontra gli sceneggiatori presenti con le loro opere alla Festa del Cinema di Roma (13-23 ottobre 2016).

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