Varichina

La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis

La nostra socia Mariangela Barbanente ha scritto e diretto con Antonio Palumbo la docufiction di 52′

 Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis.

Il mediometraggio è stato appena presentato alla 12ma edizione del Biografilm Festival di Bologna (10-20 giugno 2016).

Mariangela, ti chiediamo come nostra abitudine di costruire in poche parole il pitch di Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis.

Lorenzo De Santis detto Varichina era un posteggiatore abusivo di Bari famoso per le avances sguaiate che rivolgeva agli uomini che gli capitavano a tiro, ma soprattutto era un uomo che, in una città ancora molto rigida e chiusa mentalmente come la Bari a cavallo fra gli anni 70′ e 80′, portò avanti con fierezza la sua omosessualità, subendo per questo violenze e vessazioni.

Pur essendo tu di Bari, hai dichiarato di non aver saputo nulla di Lorenzo prima che Antonio Palumbo ti coinvolgesse. Com’è andata, come ti sei documentata?

Credo per uno sceneggiatore – o un regista – non sia necessario conoscere personalmente le realtà o i personaggi che racconta, quello che conta è trovare nel soggetto che ti propongono quel qualcosa che fa risuonare in te corde profonde. La storia di Varichina ha lavorato da subito in profondità in me. E’ la vicenda umana di un reietto tra i reietti, di un uomo che si è ribellato a chi voleva che nascondesse la sua diversità andando incontro a una profonda solitudine da un lato e al ludibrio pubblico dall’altro. Sia io che Antonio ci siamo documentati parlando con la gente che lo aveva conosciuto.

Sono anni che lavori nel documentario, ma questo forse è il tuo film più fiction. Mi sbaglio?

Non ho mai diretto degli attori fino a questa esperienza.

E a dire il vero anche in questo caso la direzione degli attori l’ho lasciata ad Antonio che ha più esperienza di me sia per talento naturale sia perché aveva già diretto il protagonista, Totò Onnis, a teatro e tra loro c’era molta sintonia. A prescindere da quello che è stato il mio percorso professionale, io sono molto affascinata dalla commistione di generi, mi piace raccontare storie, vite, emozioni, qualsiasi sia il medium. Secondo me nella narrazione non devono esistere steccati. Non mi piace, però, quando queste contaminazioni sono puro esercizio stilistico, deve esserci sempre una necessità narrativa. Nel caso di Varichina ci siamo trovati di fronte a una storia che aveva alcuni testimoni, un forte immaginario popolare e null’altro. Il protagonista era morto, non c’erano materiali d’archivio. Se avessimo voluto fare un documentario classico avremmo rischiato una noiosissima sequenza di teste parlanti. Da qui l’idea di ricostruire alcuni momenti della sua vita con la fiction.

La vera storia della finta vita… Non sembra solo un gioco di parole, nel titolo sembra che si racchiuda il vostro approccio al tema finto/vero… Come hai ragionato su questo?

Cos’è vero, cos’è falso? C’è sempre qualcuno che racconta, un punto di vista. L’oggettività non esiste, neanche nel documentario. Anche noi siamo modellati dallo sguardo di chi ci guarda, si relaziona a noi. Quando il nostro vero io si manifesta? Il nostro approccio a Varichina è stato guidato da questo: mettere a confronto il pubblico e il privato del protagonista, il suo aspetto esteriore e la sua intimità. Chi era davvero al di là di quello che tutti ricordano? L’inchiesta che abbiamo condotto nel quartiere in cui ha vissuto, tra la gente che lo aveva conosciuto, puntava a questo: a scoprire chi era l’uomo che si nascondeva dietro il personaggio. Ma il Lorenzo guitto che si incontrava per strada era pur sempre Lorenzo, un altro aspetto, un’altra verità. Non c’è un confine netto in cosa è vero e cosa è falso in ciascun essere umano.

La diversità. Erano gli anni ’70, l’Italia si avviava sulla strada dei diritti civili, e l’omosessualità cominciava a far capolino come un diritto appunto. In che modo Lorenzo agisce la sua omosessualità?

La viveva, semplicemente. “Non la capiva neanche”, come ci dice uno degli intervistati, anche lui gay e suo coetaneo.

Cosa ha a che fare – secondo te – la libertà, il desiderio di essere se stessi con l’esibizionismo? Se per un certo tempo fare outing ha voluto dire farsi notare, fare chiasso, oggi molti omosessuali dichiarati non si riconoscono più nelle modalità eccessive di un gaypride. Varichina fa riflettere su questo?

Ora (anche se non sempre e non in tutti i contesti) non c’è bisogno né di urlarla, la propria “non conformità” sessuale, né nasconderla. Forse tra qualche anno le sfilate dei gay pride non saranno più necessarie, come sono diventate anacronistiche le manifestazioni femministe. La riflessione che volevamo invitare a fare è questa: se ti impediscono di essere chi sei, ti deformi. Vuoi farti riconoscere a tutti i costi. Varichina era questo: volevano che nascondesse la sua omosessualità e lui la ostentava, lo insultavano e lui si è costruito una corazza fatta di insulti e volgarità ancora più grevi. Una leggiadra fanciulla rinchiusa nel corpo di un orango, ecco cos’era Lorenzo.

Parliamo delle tecniche del film. Voi avete vestito un attore come si vestiva Lorenzo e l’avete mandato in giro per raccogliere le reazioni dei passanti. Insomma, avete riproposto una provocazione di ieri e ottenuto reazioni di oggi. Che cosa avete scoperto? Che cosa è accaduto?

L’abbiamo fatto un paio di volte e nel suo quartiere, ma non solo, tutti lo hanno riconosciuto. Era come se all’improvviso, vent’anni dopo, fosse tornato.

Qualcuno ci dava ulteriori dettagli per affinare il trucco dell’attore; qualcun altro semplicemente abbassava il finestrino della macchina e lo insultava. Come ai bei vecchi tempi. Così è andata per esempio in una delle sequenze finali, la passeggiata sul lungomare. L’idea di immergere un attore travestito da Varichina nella Bari di oggi è stato come risvegliare un fantasma. Ci speravamo, è avvenuto.

Come ha influito il personaggio Varichina sulla storia dell’omosessualità a Bari. Viene vissuto come un eroe? E’ stato un apripista?

A vent’anni di distanza tutti dicono che gli volevano bene. Sono saltati fuori un sacco di amici… pochi ci hanno detto davanti alla telecamera che non lo sopportavano. Lorenzo è stato un uomo molto solo, con un enorme bisogno di essere riconosciuto. Non aveva gli strumenti culturali per capire. E’ stato un eroe malgrado se stesso. E se è stato un apripista lo è stato solo perché ha messo l’asticella dell’essere “diverso” un po’ più in alto e tutti si sentivano protetti dal suo esagerare: ha funzionato da parafulmine per un’intera città.

C’è un valore crescente del documentario come testimone della realtà, come alternativa alla fiction e al cinema d’evasione. Per te che ti sei misurata con tutte e tre le espressioni… come ti senti quando crei un documentario? Che differenza c’è con le altre modalità di scrittura?

Anche il documentario, come il cinema di finzione, ha un io narrante, il regista, che racconta quello che vuole lui, il suo punto di vista. Anche il documentario osserva le regole della narrazione, solo che spesso lo si scrive al montaggio. Soprattutto quando si gira un documentario di osservazione. In questo caso invece abbiamo lavorato molto in sceneggiatura: in seguito ai sopralluoghi sapevamo più o meno cosa ci avrebbero detto le persone che avremmo intervistato e così abbiamo scritto le sequenze di fiction sapendo già dove volevamo metterle. Al montaggio poi alcuni punti di scaletta hanno cambiato posto, abbiamo intervistato altri testimoni, ma nella sostanza è rimasto molto simile a come lo avevamo immaginato.

Che spazio oggettivo occupa il documentario nel mondo dell’audiovisivo italiano? Chi lo finanzia? Chi lo promuove?

E’ un discorso lungo. Di certo il Cinema documentario ha ormai uno spazio molto importante. Pensa solo che molti dei registi che oggi fanno Cinema vengono dal documentario. E anche se non lo hanno fatto a lungo è quello l’approccio che prediligono quando pensano a un film di finzione. Per quello che riguarda i finanziamenti e la promozione… be’ il documentario incontra gli stessi problemi del cinema di finzione, solo che se nel doc le cifre erano già molto più basse prima, figurati ora.

Che avventura produttiva c’è alle spalle di Varichina? Come avete trovato i soldi? Quale società lo ha prodotto?

Abbiamo vinto un concorso dell’Apulia Film Commission, il Progetto Memoria, che finanzia corti di finzione o documentari, che raccontino personaggi o eventi importanti della regione. L’anno in cui abbiamo vinto noi hanno scelto di privilegiare personaggi minori (il bando precedente era stato dedicato a personaggi come l’editore Laterza o Domenico Modugno…). Si è trattato di una full commission, il produttore esterno aveva solo un ruolo esecutivo.

Di Varichina sei anche regista… Si dice che c’è una scrittura a tavolino e una sul set e una ancora diversa – che torna a confrontarsi con quella a tavolino – al montaggio… Qual è la tua esperienza in proposito?

Che un film lo si continua a scrivere da quando si ha l’idea a quando ha la sua prima proiezione ufficiale… e a volte anche dopo! E’ così sempre.

Hai in mente di misurarti con la regia anche su progetti di film o di fiction?

Non credo, ma non si sa mai.

Gli sceneggiatori hanno subito la crisi economica con la sparizione di più del 40% dei posti di lavoro nelle serie tv. Intanto il cinema italiano moltiplicava la produzione di piccoli film, anche grazie al sostegno del MiBACT. Qualcuno, come il direttore della Mostra di Venezia, ha sostenuto che l’alto numero di low budget va a discapito della qualità, per altri è invece l’unica opportunità rimasta agli autori per sperimentare e crescere… Questa stessa alternativa è in ballo nella nuova legge cinema, dove la maggior parte dei finanziamenti consolideranno le affermazioni sul mercato. Tu che ne pensi?

Puoi sperimentare con piccoli budget quanto stai iniziando, oppure quando hai un’idea coraggiosa su cui vuoi assolutamente metterti alla prova… ma in generale penso che il low budget nella maggior parte dei casi è solo un cappio al collo. Varichina lo abbiamo fatto con un budget ridicolo, abbiamo fatto i salti mortali e si vede. Se avessimo avuto qualche soldo in più questo si sarebbe tradotto in più giorni di riprese per esempio. Non si lavora bene se i soldi non sono sufficienti e il risultato non può che risentirne. Il denaro da investire deve essere proporzionato alla storia che si vuole raccontare, se no altro che sperimentazione: si chiama sfruttamento! Perché le prime cose a saltare sono le assunzioni, i versamenti dei contributi, si fa lavorare la gente per una miseria, si riempie il set di stagisti… lavorare così è lavorare sotto ricatto. E non va bene. Pensiamo a storie meno costose, va bene, ma che non ci prendano per il collo dicendo che la necessità aguzza l’ingegno.

L’intervista è a cura di Giovanna Koch

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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