Il crime del Nord Europa

Tipologie di genere e avventure di scrittura

Nell’ambito del Nordic Film Fest,  tenutosi a Roma dal 16 al 19 aprile 2015, la Writers Guild Italia ha organizzato due Masterclass dedicate al crime.
Sono venuti a Roma per noi, Camilla Ahlgren, Nikolaj Scherfig, Morten Dragsted, e Christopher Grøndahl. 
Le Masterclass si sono potute realizzare per lo straordinario lavoro di Carla Casalini, Vinicio Canton e Massimo Torre a cui va il nostro commosso grazie!

Premesso che il valore unico e assoluto delle masterclass è essere presenti, che niente può sostituire le frasi mentre vengono pronunciate, avvertire il lavoro di menti che funzionano come la tua senza che sia la tua, sentire dentro di te montare mille domande e anche – talvolta – la benefica, perché creativa, presunzione del io avrei fatto meglio…

Premesso che l’esperienza non può essere sostituita da un report e che quattro più quattro ore a Roma non possono essere condensate in un post…

Considerando che scriviamo troppo poco di tecniche di sceneggiatura tra noi…

Mi avventuro a raccontare cosa è successo in quei due giorni, e invito chi c’era ad aggiungere e correggere.

La prima, netta impressione che ho ricevuto, è che Camilla Ahlgren, Nikolaj Scherfig, Morten Dragsted e Christopher Grøndahl, rispetto alla narrazione cinematografica e televisiva, vivano in un mondo più libero, che la cultura protestante agisca da sostegno morale e che un parterre sociale, intensamente borghese e sostanzialmente omogeneo, permetta loro di sapere esattamente non soltanto chi sono, ma anche a chi si rivolgono.

Durante le ore passate insieme, gli sceneggiatori nordici hanno immerso la loro professione in una dimensione morale: ci hanno comunicato il senso di responsabilità che provano nell’esprimere un significato o l’altro, un valore o un disvalore. Avvertono la funzione di narratori come utile e necessaria al loro paese, lo stimolo della coscienza agisce in loro come un impulso alla crescita.

La nostra cultura cattolica – che abilmente nel Quattrocento ha istituito il sacramento della confessione – fa invece dell’immoralità una prassi e del comportamento corretto un’eccezione eroica. Ci sono più cose da non dire, che cose da non fare. E questo potrebbe anche spiegare perché da noi è anche tanto difficile costruire un racconto, invece che un discorso, così come è complesso costruire una Guild, invece che dar corso a un circolo culturale… Ma passiamo oltre.

La seconda, netta impressione, è che la serialità USA ha assorbito, cancellato, sostituito qualsiasi altra possibilità di modelli autoctoni. La serialità tv dei paesi nordici è la serialità anglosassone, infinitamente sfaccettata, ma sostanzialmente identica. Possiamo parlare di tv europea perché tutti noi europei abbiamo visto e capito che la serialità tv USA vuol dire genere. E il genere, come la pittura ad olio dei maestri fiamminghi, può essere acquisito, può passare di mano e produrre arte locale: è un catalizzatore di contenuti specifici.

I discorsi, anche se generali, hanno ruotato attorno a due serie tv, The bridge e Those who kill, entrambe comprate e diffuse negli USA e in altri paesi.

– Prima masterclass – 16 aprile 2015

Di The bridge (Bron, in lingua svedese, o Broen, in danese) ci hanno parlato Camilla Ahlgren e Nikolaj Scherfig. Il plot della serie – la spinta morale, si diceva – è nato proprio dall’esigenza di raccontare due paesi diversi (la Svezia e la Danimarca) e di farli restare protagonisti alla pari durante tutto il racconto.

Così, il tema del doppio ha innervato la storia. Due nazioni, due territori, due mentalità, due caratteri, due investigatori, due parti di uno stesso corpo e un unico ponte – il collegamento di Øresund – a unificare la vicenda.

Per creare i protagonisti hanno sfruttato proprio i pregiudizi, luoghi comuni: i danesi accusano gli svedesi di una mentalità troppo chiusa, gli svedesi vedono i danesi come degli arroganti, che vogliono solo divertirsi e bere. Così il danese è l’alter ego della svedese. Lui ha una famiglia, lei ha problemi di relazione. Lui è soddisfatto di sé, lei è una stakanovista.

Gli autori hanno inserito un tema sociale in ogni stagione – la spinta morale, si diceva – e difeso l’atmosfera spietata del noir, fino in fondo, strappando ai produttori una conclusione dolorosa, sofferta, ma realistica: i protagonisti non vincono del tutto, pagano personalmente cara la loro battaglia, il finale è buio.

Non è stato facile legare tutti gli avvenimenti al ponte, ma gli scrittori hanno tenuto duro e ci sono riusciti.

La parte tedesca della produzione è intervenuta soprattutto a tenere saldi i confini del genere.

Le sfide non finiscono… Leggete gli altri particolari qui: THE BRIDGE.

– Seconda masterclass – 17 aprile 2015

Il primo turno è stato di Morten Dragsted che ci ha raccontato il processo di scrittura di Those who kill, crime danese con coproduzione tedesca, svedese e norvegese.

La prima cosa da sapere è che in Danimarca non esiste il fenomeno dei serial killer e farne una serie sopra voleva dire inventarsi tutto, ma proprio tutto.

Il primo passo necessario è stato dunque documentarsi sulle storie dei veri serial killer negli altri paesi e adattarle all’Europa del Nord. È stato chiesto dunque un tempo per lo studio alla produzione, che ovviamente l’ha concesso per poi – sappiamo… – attaccarsi al telefono e sollecitare una consegna…

La fretta è cattiva consigliera, soprattutto quando il tema è innovativo e servono coraggio e nervi saldi per procedere.

Those who kill la fretta l’ha pagata cara. Prima sottoponendo lo showrunner a troppe richieste e troppe tensioni, col risultato di costringerlo ad abbandonare il campo: una serie senza showrunner è una pazzia, ma si è andati avanti ad assegnare puntate a singoli sceneggiatori finché l’ultimo episodio è arrivato nelle mani di Morten. A lui la storia sembrava debole, ha avuto il coraggio di sollevare dubbi sostanziali sui personaggi e si è ritrovato – a pochi giorni dalle riprese – con il ruolo di showrunner e il compito di rimettere in linea la serie dall’inizio alla fine. Poi, il regista ha detto che somigliava troppo a una serie che aveva già girato e dunque si è riscritto tutto un’altra volta, col fiato sul collo.

Così, la messa in onda ha subito gli stessi danni della fretta della stesura: ottimi i risultati d’ascolto del primo episodio (che hanno portato alle vendite delle serie), poi via via un calo che ha spinto alla decisione di non programmare la seconda stagione, decisione rivelatosi prematura dopo il nuovo, strepitoso successo dell’ultimo episodio.

E intanto la seconda stagione era stata scritta secondo i crismi, con uno showrunner e due head writers… Ma non è stata realizzata. La prima intanto aveva successo nei paesi in cui era stata venduta…

Dagli sbagli nascono lezioni magistrali. Quella di Morten continua QUI THOSE WHO KILL.

Nokas, invece, di tempo ne ha avuto: ci sono voluti tre/quattro anni per arrivare alla stesura finale, ma la sfida era veramente alta. Ce ne ha parlato Christopher Grøndahl, unico sceneggiatore del lungometraggio che doveva raccontare la più grande rapina avvenuta in Norvegia negli ultimi anni. Era il lunedì di Pasquetta del 2004 nella cittadina di Stavanger: alle otto di mattina, 13 rapinatori assaltano la sede della Nokas, una società che gestisce i bancomat e distribuisce denaro per tutte le banche norvegesi. In venti minuti svuotano le casse, si impossessano di 51 milioni di dollari e dopo una sanguinosa sparatoria con un morto, il capo della polizia locale, si allontanano indisturbati. Verranno tutti arrestati un anno dopo.

Tanti personaggi, un tempo ristretto, un non finale… Come costruire un punto di vista? Chi doveva essere il protagonista?

Problema di difficile soluzione, visto che – la spinta morale, si diceva – Christopher aveva escluso di rendere eroi i criminali.

La storia del processo creativo di Nokas  è QUI: Nokas

Ma quello che più ci interessa come sceneggiatori e come sindacato è che il produttore, il regista e lo sceneggiatore, prima ancora di cominciare hanno steso un accordo, hanno messo per scritto cosa volevano nel film, cosa ci doveva essere e cosa no.

Ecco il sistema nordico: produttore, regista e sceneggiatore, il trio essenziale con il sostegno economico del governo di cui si è parlato a lungo nel Convegno North meets South. Lunga vita di cinema e tv al Nord Europa!

Giovanna Koch

WGI Masterclass – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori. Questa rassegna offre uno spazio di riflessione tecnica e un contributo di esperienza da parte degli scrittori più esperti.

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