Silenzio, non si gira!

Capitolo 2

La Guerra dei Cent’anni

L’anno passato, gli organizzatori dell’edizione 2015 del Film Festival di Freistadt avevano chiesto un commento sul cinema italiano a Nicola Badalucco che spesso aveva partecipato da vicino e da lontano alle loro iniziative.

Nicola inviò loro un testo di 28 pagine intitolato Silenzio, non si gira!

La famiglia di Nicola, che qui ringraziamo di cuore, ci ha concesso di pubblicarlo. Il testo è lungo e abbiamo scelto di riassumerlo in diversi articoli, segnalando i tagli con il simbolo (…) e lasciando a chi vuole la possibilità di consultare il testo intero scaricando l’allegato di ogni capitolo in pdf. Questo è il capitolo 2, il primo lo trovate qui.

Sebbene il nostro sito segua la politica dei Creative Commons, il testo di Nicola è protetto dal diritto d’autore e non può essere copiato e arbitrariamente diffuso.

L’imperativo categorico:

                                         “Tu devi scrivere, tu devi scrivere,

è necessario che tu scriva”,

     mi ha svegliato. 

W. Nietzsche

Sembrerà strano eppure è così: dal primo decennio del secolo scorso l’Italia è in guerra con gli Stati Uniti. Questa guerra riguarda soltanto il cinema. Nessuno ne parla, specialmente i governi. I servizi segreti non ne sono informati. Ai giornalisti sembra una favola. E invece è la realtà. Chi vuole può informarsi frugando negli archivi italiani e americani ormai sepolti sotto la polvere. Procediamo con ordine.

Un po’ di preistoria

Per quanto oggi possa apparire impossibile, c’è stato un lungo perio­do, nei primi quindici anni del ‘900, in cui il cinema europeo – con in testa la Francia e l’Italia – aveva vittoriosamente invaso il mer­cato americano. In Europa il cinema si era affermato come spetta­colo per la borghesia, grande e piccola; in America invece il cine­ma era stato declassato a spettacolo per le masse povere e incolte.

In quelle masse c’era una vasta maggioranza formata da emigranti provenienti da ogni parte d’Europa, ai quali – essendo esclusi per un problema di lingua dalla lettura e dal teatro – non parve vero di poter assistere alle proiezioni di film che, essendo muti, superava­no la barriera dell’incomprensibilità.

Passavano sullo schermo, questo è vero, alcune brevi didascalie scritte, ma in sala si trovava sempre qualche spettatore volenteroso in grado di decifrarle e fare una veloce traduzione simultanea a beneficio dei vicini di posto raggruppati a seconda dei paesi di provenienza. Quelle traduzioni, per quanto espresse sottovoce, messe tutte insieme recavano disturbo. Per fortuna c’era in sala il pianista (o la pianista) di turno che accompagnava le immagini ricavando dalla tastiera le note scritte appositamente per quel film da un anonimo compositore il quale non poteva ancora aspirare ai titoli di testa e meno che mai all’Oscar che fra l’altro non era ancora nato.

Preoccupati per i loro profitti, gli industriali americani del set­tore, i quali a causa della lingua inglese incontravano qualche difficoltà a spostare verso il loro prodotto quei milioni di spettatori di provenienza straniera, si de­cisero a ricorrere alle maniere forti. Un’occasione propizia fu of­ferta dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti sarebbero scesi in campo solo nel ’17, ma due anni prima, cioè nel 1915, la stampa che appoggiava le cinque grandi compa­gnie cinematografiche americane eb­be il tempo e il modo per sollecitare un primo drastico provvedi­mento basato su questo concetto: è pericoloso importare film dall’Europa. Quel vocabolo, pericoloso, venne naturalmente interpretato dalle compagnie interessate come proibito.

(…)

Conclusione: caro emigrante, o ti mangi la nostra minestra o non vai più al cinema.

(…)

La creatura comincia a parlare

Un nuovo fatto offrì agli americani, alla fine degli Anni ’20, l’occasione per sferrare un altro colpo micidiale: l’invenzione del cinema sonoro. Gli ameri­cani pretendevano (e lo pretendono ancora oggi) di poter doppiare all’estero i loro film in tutte le lingue, ma non consentivano (e non consentono) la stessa possibilità ai film europei distribuiti in Ame­rica. Il pretesto “culturale” è una pura ipocrisia: bisogna rispettare le lingue straniere che verrebbero mortificate dalle cattive e infe­deli traduzioni in inglese.

È chiaro che un solo paese europeo era in grado di sfuggire a tale limitazione: l’Inghilterra. Il cinema inglese infatti poteva tran­quillamente circolare nel territorio americano senza bisogno d’es­sere doppiato. (Col passare del tempo – facciamo un salto fino agli anni ’60-70 – quel cinema diventerà “bello e forte” sino al punto da spadroneggiare nel mercato statunitense. Hollywood troverà allora la giusta contromisura: aprire le sue porte dorate agli artisti inglesi, come aveva fatto l’antica Roma con gli artisti e gli intellettuali della Grecia occupata la quale, sconfitta politicamente, risultava imbattibile nella cultura).

(…)

E l’Italia? Purtroppo il cinema italiano non era più competitivo, erano ormai tramontati gli anni gloriosi in cui il film-kolossal era un prodotto made in Italy. Ma il pubblico (non più la sola borghesia, anche gli strati popolari) voleva andare al cinema, e amava sempre di più le avvincenti favole del cinema americano.

L’Italia, come è noto, era a quel tempo governata da Mussolini, ma non per questo scatenò una controffensiva anti-americana. Come mai? Mussolini aveva scoperto che il cinema americano non creava alcun problema di ordine sociale e politico alla dittatura fascista, e quindi non arrecava danno al regime. Era dunque un buon affare.

A quel punto le “cinque sorelle” osarono troppo: all’improvvi­so pretesero dagli importatori italiani un pagamento in dollari e non più in lire. Il governo Mussolini si oppose a questa esportazio­ne forzosa di valuta pregiata. Da quel momento (eravamo a metà degli Anni ’30) gli italiani non videro più i grandi film americani prodotti dalle “cinque sorelle”, ma solo i piccoli film prodotti dalle sorellastre povere le quali continuavano ad accettare il pagamento in lire.

Nel mercato italiano si veniva dunque a creare un buco, e il governo fascista decise di riempirlo potenziando l’industria nazio­nale. Nacque così l’Istituto Luce (che produrrà i cine-giornali e formerà un immenso archivio storico), nacque il Centro Sperimentale di Cine­matografia (una scuola, di cui abbiamo già parlato nel capitolo precedente, che per mezzo secolo sarà seconda nel mondo soltanto dietro a quella di Los Angeles), nacque soprattutto Cinecittà, la metropoli europea del cinema; tutte istituzioni all’avanguardia allora e che potrebbero essere validissime anche oggi.

In pochi anni si formarono in Italia nuovi registi, attori, direttori di fotografia, scenografi, costumisti e tecnici che un giorno non lontano, conquistata la democrazia, sarebbero stati fra gli artefici del neorealismo, in grado di sprovincializzare la nostra produzione e di riaprire la strada verso l’esportazione.

Ma intanto, già sul finire degli Anni ’30, il cinema italiano aveva scoperto d’avere un gran­de e remunerativo mercato interno, cioè d’avere un suo pubblico fedele. È paradossale, è addirittura incredibile che la nascita di un vero mercato interno sia avvenuta in piena dittatura e alla vigilia di una guerra catastrofica, ma le cose andarono proprio così.

(..)

Vincitori e vinti

Come tutti sanno, la seconda guerra mondiale terminò nel 1945, ma il governo italiano – caduto Mussolini – aveva già chie­sto e ottenuto l’armistizio l’8 settembre del 1943. Ebbene, in quel­lo stesso giorno l’Italia dovette accettare una clausola, tenuta segreta per decenni, che in quel­le ore tragiche, mentre l’Europa era in fiamme e sepolta da milioni di cadaveri, poteva apparire secondaria e secondaria evidentemen­te non era: l’impegno da parte dell’Italia, paese sconfitto, a consentire condizioni favorevoli alla circo­lazione dei film americani nel territorio italiano. (Per quanto tempo? Non c’era nessuna data, il che significava: per sempre)

Quella clausola è rimasta dunque segretamente in vigore per circa settant’anni, e ha condizionato la vita del nostro cinema, costringendolo a sostenere in casa propria l’urto della superpotenza americana, e a guadagnarsi faticosamente altri spazi in Europa e in America Lati­na.

(…)

Gl’ingenui si chiederanno: ma era proprio così importante, il cinema, da essere infilato addirittura nelle clausole di un armistizio? Lo era. Gli Stati Uniti ne ave­vano afferrato l’importanza nel momento in cui era nata quella parola d’ordine: mandiamo avanti il cinema, il resto verrà dopo. Per­ciò quando leggo su autorevoli giornali (ho visto nomi di illustri critici cinematografici chiaramente disinformati) che la battaglia sostenuta da noi autori è una forma di sciovinismo e una meschina barriera au­tarchica contro un’altra cultura, allora mi rendo conto di quanto diffuso e pernicioso sia nel mondo dell’informazione (e della criti­ca specializzata) il vizio di sputare sentenze senza conoscere i fatti.

E la guerra continua

(…)

Nel 1993, quando l’invasione delle multisale americane era appena all’inizio, si tenne a Roma un dibattito fra cineasti e intellettuali italiani e stranieri, e In quell’occasione toccò a me fare la relazione introduttiva, dove svolgevo gli argomenti di cui ho appena parlato. Si voleva suggerire una linea comune ai capi di governo del vecchio continente, i quali si accingevano ad incontra­re il nuovo presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, per discutere dei rapporti in mate­ria di scambi commerciali.

Pensate un po’: il cinema era stato inserito nell’agenda dei lavori come un qualsiasi altro prodotto industriale o agricolo. Dagli autori europei fu sollevata, per il cinema, una questione che passò col nome, … di “eccezione culturale “. Un solo governo, quello fran­cese, sostenne quell’eccezione – il presidente era Mitterrand e il ministro della cultura il socialista Jack Lang – gli altri hanno ingoiato il rospo senza fiatare.

La linea che noi autori volevamo imporre è quella sancita dall’ordinamento internazionale: assoluta parità di diritti e di doveri per i contraenti. In sostanza, se un paese straniero mi lascia doppiare quattordici film, altrettanti gliene faccio doppiare a lui.

Spero che gli stati europei sappiano un giorno non lontano proteggere la propria cul­tura non meno dei propri ortaggi e dei propri manufatti. Spero soprattutto che l’Italia sappia farlo. Se questo non accadrà, allora noi autori dovremo accettare chissà per quanto tempo l’insopportabile condizione di paese sconfitto, mentre invece, facendo parte della NATO da oltre mezzo secolo, siamo un paese alleato degli Stati Uniti d’America.

Il ventennio d’oro

e il ventennio di legno

Non dedicherò molte parole al periodo più grande e più bello del cinema italiano. I lettori informati sanno già tutto o quasi di un percorso che comprende il neorealismo, la commedia all’italiana, il cinema d’impegno civile, i capolavori dei grandi maestri. Mi limito a fornire qualche cifra, perché a volte il successo non premia la ricchezza produttiva, ma la qualità delle idee.

Negli anni di maggior successo, nei cinematografi italiani si vendevano oltre un miliardo di biglietti all’anno. Circa il quarantacinque per cento degli incassi era appannaggio del cinema italiano, il quaranta per cento del cinema americano, il resto del cinema straniero.

(….)

E adesso? In Italia si vendono ogni anno appena cento milioni di biglietti, vale a dire che ci vogliono dieci anni per raggiungere gli incassi del periodo d’oro. Di questi incassi soltanto il 35% va all’Italia, il rimanente va quasi tutto agli americani.

Nel mercato europeo la situazione è di gran lunga peggiore: l’Italia è passata dal venti per cento degli anni d’oro al due-tre per cento d’adesso. Insomma, il cinema italiano nel vecchio continente non esiste più. Infatti i grandi Festivals di solito lo ignorano e raramente gli assegnano un alberello o un orsacchiotto.

Per concludere questo capitolo, confermo che quando parlo della guerra del cinema come della Guerra dei cent’anni, dico la verità. L’attacco degli Stati Uniti cominciò infatti nel 1915 e dura ancora adesso, nel 2015.

segue

Aprile 2015

Nicola Badalucco

Il testo integrale del secondo capitolo di Silenzio, non si gira! è disponibile qui:  Nicola Badalucco cap.2