Guaglianone: il BlindNetpitch occasione unica per chi ha una storia da raccontare

Nicola Guaglianone, sceneggiatore di film di successo come Lo chiamavano Jeeg Robot, Il primo Natale, Indivisibili, L’ora legale, Benedetta follia, di recente autore di La befana vien di notte 2 ancora in lavorazione, ci racconta perché iniziative come il Netpitch organizzato da Writers Guild Italia rappresentano un’opportunità unica per chi ha voglia di far conoscere le proprie storie. E dà qualche consiglio a produttori e sceneggiatori che vi prenderanno parte: ai primi chiede di non seguire le strade già battute, ma di provare a scommettere su ciò che “potrà funzionare in futuro”, ai secondi di concentrarsi sulla centralità del personaggio, sulle sue paure, le fragilità, i conflitti più che su trame troppo complesse, lasciando spazio anche all’immaginazione di chi legge.

Nicola, a tuo avviso un’iniziativa come Netpitich può essere un segnale di ripartenza, di superamento di questo periodo complicato?

“In questo momento a Roma ci sono credo 15 set aperti, c’è quindi una grande richiesta di contenuti e i contenuti sono diventati da tempo la moneta di scambio con il valore più alto nel settore. Per me è quindi meraviglioso che ci sia la possibilità per dei ragazzi di andare a raccontare le loro storie, è una cosa commovente quella di dare delle opportunità; è una delle esperienze che anche a me dà più gratificazione in assoluto con i miei studenti: quando riesco a seguirli, a presentarli a qualche produttore, quando prendo a cuore qualche progetto. La cosa che mi rende più felice è dare un’opportunità a chi si sta affacciando a questo mestiere. A mio modo di vedere, la WGI, promuovendo un’iniziativa come questa, compie un atto d’amore perché la cosa più importante è poter essere ascoltati, rendere prezioso l’ascolto quando si ha una storia da raccontare”.

Come giudichi la formula inaugurata quest’anno del BlindNetpitch, cioè di presentare in un primo momento in forma anonima il proprio progetto ai produttori?

“Questa è la condizione necessaria di qualsiasi iniziativa di questo tipo, perché alla fine siamo in pochi e ci conosciamo tutti, e uno può anche dire che non è così ma un condizionamento ce l’hai, anche senza malizia, sia nel bene sia nel male. Anzi, avremmo dovuto pensarci prima, l’anonimato è fondamentale. Poi quando vengono scelti i progetti è giusto che i ragazzi vadano a pitchare di persona, il contatto è anche molto importante, tanto più in questo momento. Ma in generale è decisivo andare a raccontare con le proprie parole una certa idea; molti hanno paura che la storia possa essere copiata, tuttavia resta fondamentale raccontarla di persona. Nel momento in cui ascolti quello che hai scritto con le orecchie di un altro, capisci dove si diverte, dove si annoia; corrisponde quasi a un lavoro di riscrittura del pithc, ha lo stesso peso”.

Che consigli daresti a produttori e sceneggiatori che prenderanno parte al BlindNetpitch?

“Direi che chi leggerà queste storie dovrebbe provare a cercare l’originalità, cioè a percorrere davvero strade nuove invece di intraprendere quelle già battute: vuol dire provare a individuare ciò che funzionerà non ciò che ha già funzionato. La bravura è saper scovare i temi o le storie popolari del futuro. Sul versante autori eviterei di scrivere storie di distopia perché ce ne saranno tantissime; la cosa che conta è la ricerca sul personaggio e va fatta alla perfezione. Un errore che vedo sempre nei soggetti che mi arrivano sono pagine e pagine di trama, di plot, che non servono, ciò che conta per me è il personaggio. Bisogna concentrarsi sulla premessa drammatica, poi le risposte su come andrà a finire la storia è bene che se le immagini il lettore, è la cosa più importante di un pitch: far nascere domande alle quali ciascuno, in base alla propria immaginazione, fantasia, al proprio vissuto, può dare delle risposte. Altro errore che vedo spesso nelle sceneggiature è che ci sono magari anche delle belle scene ma ci si dimentica che le scene devono essere sempre scritte in funzione del personaggio, devono sfidare le sue paure, la paura del cambiamento, senza dimenticare di metterlo continuamente di fronte a delle scelte; la somma di quelle scelte costituisce la storia. La simpatia per un personaggio è importante, ma l’empatia è ciò che conta. La totale immedesimazione con l’eroe. Ed è solo attraverso la sua battaglia interiore che si ottiene questo risultato”.

La pandemia ha accelerato alcuni cambiamenti del mercato, per esempio accrescendo il ruolo delle grandi piattaforme nella produzione e nella fruizione di serie e film. Come vedi questo passaggio?

“Io credo che si tratta di processi già in corso che hanno subito un’accelerazione. Immaginiamo se una pandemia come quella che stiamo vivendo ci fosse stata 10 o 15 anni fa, senza piattaforme, con i cinema che si fermavano e un sacco di gente che avrebbe perso il lavoro. Sono comunque convinto che appena avremo un minimo di normalità le sale torneranno a riempirsi di nuovo. Proprio in questi giorni un cinema ha riaperto a Los Angeles e prima della proiezione c’è stato un lungo applauso degli spettatori. La sala ci manca come esperienza condivisa, soprattutto dopo l’isolamento di questi mesi”.

Un’offerta che in un certo senso si allarga allora…

“Sì, per altro bisogna tener conto che la qualità nettamente superiore che si vede sugli streaming riesce a raffinare i palati del pubblico; in questo senso credo che andremo avanti. Quando c’è pluralità si producono sempre più storie e tra tante storie può venirne fuori una che ti folgora e che magari non ti cambia la vita, ma ti offre un nuovo punto di osservazione sulla realtà”.

La pandemia con tutto ciò che ne consegue a livello sociale e culturale potrà diventare un film o una serie? Costituisce insomma materia per il lavoro dello sceneggiatore?

“Per forza quanto è avvenuto ci cambierà, e cambierà anche il nostro modo di osservare il mondo e questo si rifletterà nel nostro modo di raccontare. Non è detto però che per parlare della pandemia si debba ricorrere a storie apocalittiche. Il lavoro di chi scrive e di chi crea è quello di riuscire a incanalare lo stato d’animo universale in un personaggio, in un quadro, in una scultura… I temi morali su cui abbiamo riflettuto in quest’anno chiusi in casa, lontano dalle cose che ci piace fare, le sensazioni di questo periodo, verranno proiettate in altre storie. Esattamente come è accaduto in America dopo l’11 settembre: ci sono stati film che non hanno mai parlato degli attentati ma che racchiudevano le paure e gli stati d’animo nati da quell’esperienza. O con la paura del nucleare che ha fatto nascere i film sugli zombie. E la perdita della certezza del futuro, che ritroviamo in diversi momenti di crisi acuta, è un tema che può essere declinato in vari modi, non per forza ricorrendo a cataclismi o pandemie”.

L’intervista è a cura di Francesco Peloso

WGI si racconta – La Writers Guild Italia è nata con l’intento di valorizzare la professione degli sceneggiatori e tenta di supplire alla grande disattenzione con cui gli scrittori di cinema, tv, e web vengono penalizzati dagli organi di informazione. Questa rassegna offre uno spazio alle singole storie professionali dei nostri soci.

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